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River-Boca, ancora una volta

By 1 Ottobre 2019

La semifinale di Copa Libertadores mette di fronte il River Plate di Gallardo fluido e talentuoso e il Boca Juniors di  Alfaro solido e concreto. Breve guida al Superclásico, l’eterna sfida tra l’ossessione per il buon fûtbol e la mistica della passione

“Esto es nuestro, cuidémoslo”. Questo, ovvero il Superclásico o, più in senso lato, il calcio argentino e la sua essenza, fatta di incontenibile passione popolare, è nostro e deve rimanere qua. Lo dicono Pablo Aimar e Juan Román Riquelme, due idoli di Boca e River, in uno spot che negli ultimi giorni è stato trasmesso costantemente sui canali tv argentini. Il messaggio è chiaro: facciamo in modo che la partita più rappresentativa del fútbol non si allontani mai più da Núñez o da La Boca. Gli eventi della finale di Copa Libertadores 2018, che hanno portato allo spostamento della sede della partita di ritorno al Santiago Bernabéu di Madrid, hanno ancora contorni nebulosi, e l’unica certezza è che il tifo argentino è stato privato della sua partita.

Fortunatamente oggi il Superclásico torna a essere della gente e la semifinale di Copa Libertadores non nasce con la dolorosa contraddizione della finale 2018, che ha visto le due icone del Sudamerica calcistico giocarsi la coppa simbolo dell’indipendenza e dell’unicità di quella stessa parte del mondo, su suolo europeo: il paradosso del doppio Superclásico 2019 è soltanto sportivo e coincide con il suo carattere di rivincita della partita che, per definizione, non avrà più rivincita.

Con la corsa nel deserto del Pity Martínez verso la porta vuota del Bernabéu, il River Plate ha messo le mani sulla propria quarta Copa Libertadores, la seconda del ciclo di Marcelo Gallardo. Il Muñeco è l’allenatore più importante e vincente della storia del club: anche più di Ángel Labruna, massimo idolo millonario, che con la Banda sul petto ha vinto sia da calciatore che da allenatore.

I titoli – dieci in cinque anni – sono soltanto una conseguenza dell’unicità di Gallardo. Al suo arrivo sulla panchina del Monumental, aveva alle spalle una sola stagione da tecnico del Nacional, iniziata un paio di settimane dopo il suo ritiro da calciatore, proprio con la maglia del Bolso, e terminata con la vittoria del campionato uruguayano: nel momento in cui avrebbe potuto approfittare dell’immediato successo, il Muñeco ebbe la freddezza di fermarsi, per tracciare quella linea tra le sue due carriere che, di fatto, non aveva avuto il tempo di tirare.

Dal 2012 al 2014 Gallardo trascorse la maggior parte del proprio tempo dedicandosi alla famiglia, o guardando e studiando calcio, lontano dalle pressioni del professionismo, fino al giorno in cui Enzo Francescoli, l’altro idolo millonario cui aveva vinto una Copa Libertadores in campo, lo chiamò per costruire il nuovo River Plate.

Da quel momento in avanti, il club di Núñez rientrò vorticosamente nel mondo di Marcelo Gallardo: fin da subito, creò un gruppo nuovo azzerando le gerarchie e fece assorbire in breve tempo la propria idea di gioco dominante, in cui si difende e si aggredisce alto, si pensa in verticale e si controllano tempi e spazi con il pallone.

Marcelo Gallardo, allenatore del River Plate (Photo by Amilcar Orfali/Getty Images)

In cinque anni non ha ancora vinto un campionato: per lui, la Primera División è poco più di un laboratorio in cui forgia la solidità dei suoi giocatori, del suo gruppo, del suo gioco, e li perfeziona, in vista delle partite di coppa, dove esprime il suo meglio. L’era Gallardo, infatti, non si misura in stagioni ma in notti, come quella in cui ha eliminato proprio il Boca Juniors in semifinale di Copa Sudamericana 2014 – il suo primo trofeo internazionale da tecnico della Banda – oppure quella in cui il suo River Plate ha preso coscienza della propria ferocia copera ribaltando il mata-mata contro il Cruzeiro a Belo Horizonte, con un violento 0-3. Probabilmente, il momento in cui il River vinse la Libertadores 2015.

La vera forza del Muñeco è la flessibilità, non soltanto in campo, dove il merito di saper proporre il miglior calcio d’America non ha mai frenato la capacità della squadra di farsi fluida e adattarsi ai vari momenti della gara e alle letture che ne conseguono, ma anche nel rigenerare la rosa. Dopo la vittoria col Cruzeiro, infatti, perse il suo miglior giocatore, Teófilo Gutierrez e lo rimpiazzò in corsa con la punta del Colón Lucas Alario e Tabaré Viudez, suo ex giocatore al Nacional, ripescato dalla Turchia: la semifinale di ritorno contro il Guaraní la decisero proprio loro due, con gol e assist.

Il River Plate ha dovuto rinnovarsi costantemente, costruire giovani e riscoprire talenti per rimanere su livelli altissimi nonostante le tante cessioni, e lo ha fatto anche dopo la notte di Madrid, ma mentalmente, ritrovando le motivazioni all’interno del gruppo che aveva compiuto l’impresa più grande della storia del club.

(Photo by Amilcar Orfali/Getty Images)

Oggi, Gallardo guida forse la versione più talentuosa e spettacolare del suo River: il gioco non ha perso verticalità e aggressività, ma ha guadagnato palleggio, con un Enzo Pérez determinante come número cinco, accompagnato dalla grande joya delle inferiores Exequiel Palacios, centrocampista associativo, tecnicamente cristallino e completo, più che pronto per l’Europa, e da Nacho Fernández, il “dieci” che parte defilato.

Una squadre colma di tecnica e senso del gioco anche in attacco – Pratto, Suárez, Scocco, Borré e Álvarez – e presidiata da Lucas Martinez Quarta, il miglior difensore del campionato. La Banda di oggi, forse il culmine di questi cinque anni, rappresenta al meglio l’anima elitaria e votata al buon fûtbol del River Plate.

Anche il Boca Juniors sta costruendo il proprio gruppo andando nella direzione che, storicamente, rappresenta il club e il suo tifo: se l’hincha del River ha il paladar negro, il palato fine, un gusto che lo porta ad apprezzare e pretendere un certo tipo di gioco, quello del Boca si riconosce più in altri valori, come un sostegno incondizionato alla squadra, la grinta e la voglia di lottare e vincere, indipendentemente dal modo in cui lo si fa. D’altra parte, La Máquina è del River e la La Doce è del Boca.

(Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

Gustavo Alfaro, l’uomo che ha ereditato le ceneri emotive e tecniche di Madrid, sta cercando con cura la chiave per eliminare il River Plate. Mentre il Boca perdeva la finale di Copa Libertadores 2012, Lechuga conquistava l’unico campionato vinto nella storia dell’Arsenal de Sarandí, il piccolo club di Avellaneda che aveva già condotto alla vittoria in Copa Sudamericana cinque anni prima. In quell’impresa, si distinse Iván Marcone, uno dei migliori numeri cinque del calcio argentino degli ultimi anni: fu lui il primo acquisto che il tecnico chiese a Nico Burdisso per rifondare il Boca Juniors, ed oggi è un elemento indispensabile, simbolo di una squadra che cresce modellata dal suo allenatore.

Dopo Madrid, infatti, il primo obiettivo fu dare forma a una rosa che, soprattutto durante il ciclo di Guillermo Barros Schelotto, poteva disporre di una quantità abbagliante di talento senza però riuscire a trovare un’identità compiuta. I primi mesi di Alfaro hanno costituito una fase di transizione difficile da leggere, come di fatto è stato tutto l’ultimo lustro del Xeneize: ad oggi, in quasi un anno di gestione, ha perso soltanto tre partite, di cui un rumoroso 3-0 ai gironi di Copa Libertadores contro l’Athletico-PR e la finale di Copa de la Superliga contro il Tigre già retrocesso.

Il Boca ha faticato a trovare un proprio volto, ma con l’inizio di un nuovo campionato e il completamento della rivoluzione iniziata dopo la finale persa – ovvero l’addio di un’icona bostera come Nahítan Nandez, gli arrivi di De Rossi, Mac Allister e Salvio e le cessioni di Benedetto e Pavón – gli azul y oro sembrano aver preso forma. Alfaro ha costruito un Boca solido, che antepone l’attenzione alla fase difensiva a un piano articolato in possesso palla e non si sforza più di trovare posto a tutti i componenti di un enorme reparto offensivo.

Madrid, 9 dicembre 2018, Dario Benedetto e Gonzalo Montiel (Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

Ancora una volta, come da tradizione, il Xeneize si affida alle invenzioni dei suoi migliori artisti, da Zárate a Reynoso, come variazioni sul tema di una squadra che, a detta dello stesso Lechuga «non ha bisogno del pallone per vincere». Simbolo del suo piano è il Superclásico di campionato giocato esattamente un mese fa, in cui Alfaro, privo dei suoi due centravanti titolari e di Salvio, ha preferito lasciare la tecnica di Tévez in panchina – ormai una consuetudine – per schierare un 4-5-1 con il giovane velocista Hurtado davanti e un centravanti di buon fisico e poca tecnica come Soldano a fare l’esterno, oltre a tre centrocampisti difensivi. La pesante gabbia disegnata dal Lechuga ha funzionato, permettendo a un Boca in difficoltà con gli infortuni di contenere un River ben superiore e uscire dal Monumental con zero gol subiti e un punto guadagnato.

Probabilmente, anche stanotte l’intenzione di Alfaro non sarà troppo diversa, pur avendo più talento a disposizione per risalire il campo in modo veloce e preciso. Gallardo, sempre attento nelle letture, avrà sicuramente adottato una contromossa, per una doppia sfida che sarà interessantissima anche dal punto di vista tattico.

(Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

L’obiettivo di Alfaro sarà provare a riportare alla Bombonera una Copa che manca dal 2007 e, più in senso lato, quella mistica nata tra la fine degli anni Novanta e la prima metà del decennio successivo con Carlos Bianchi allenatore, quando il Boca giocava le partite di coppa e non sembrava poterle perdere in alcun modo, anche a costo di far segnare un Martín Palermo fermo da sette mesi per un crociato rotto. Una mistica sfuggita, che oggi sembra in mano a Marcelo Gallardo e al suo formidabile River Plate.

Stanotte, il Superclásico troverà un nuovo episodio di una saga infinita. Boca e River si scontreranno di nuovo, schiacciando le rispettive narrative, contendendosi un altro pezzo di storia, e così in eterno, finché qualcuno non riuscirà a stabilire se la B fa effettivamente più male di una finale persa col nemico, oppure che no, non ci sarà più alcuna rivincita.

 

Federico Raso

About Federico Raso

Classe ’97, appassionato di Sudamerica. Dei suoi libri, della sua musica e del suo fútbol. 

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