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Come la luce di Rembrandt

By 23 Luglio 2019

La ripetizione ossessiva della finta epocale di Robben è come la luce di Rembrandt; in alcuni quadri del pittore olandese una parte del volto è illuminata in pieno, sull’altra ombra e luce creano una particolare forma geometrica triangolare. È proprio questa a essere la finta di Robben sul campo: simulare azione verso destra (vertice A), rientro a sinistra (vertice B) infine tiro (vertice C); è tutto stretto e largo allo stesso tempo, come in un autoritratto di Rembrandt la cui luce è l’affermazione della propria libertà, la stessa che Robben ha rivendicato in tutta la sua carriera. Se vediamo un quadro dei corpi luminosi subito pensiamo al grandioso pittore olandese, se assistiamo a una delle finte alla Robben subito pensiamo a lui e questo significa rappresentazione unica di uno stile.

Eppure tutti si meravigliavano di non riuscire a fermare un gesto prevedibile perché sempre lo stesso, uguale alla sua storia: il fatto che è una zona a sé, è uno spazio spirituale individuale che si impone libero nel panteismo geometrico del calcio, che segue da vicino la filosofia razionale di un altro illustre olandese: Spinoza, il quale vedeva Dio come ordine logico dell’universo. Al di fuori non esiste nulla. Robben, con la sua ostinata coazione a ripetere, ha ribadito per più di un decennio la sua idea di calcio, la stessa che Rembrandt aveva per la sua pittura: «Il movimento più grande e naturale».

Robben, infatti, ha usato i campi come fossero tele su cui dipingere il suo immortale, irripetibile movimento sempre in avanti, spinto da un desiderio di laica libertà, senza rimanere pressato dentro quella grande macchina del calcio totale olandese che in certi momenti appare più come Big Brother che come espressione del singolo; il maggiore talento di Robben è il tempo, tutti sanno che farà la finta ma nessuno sa quando (con funzione avverbiale), è proprio nel quando che avviene qualcosa che sfugge ai difensori: un deep dentro cui ci sta solo lui, è il tempo di Alice nel Paese delle Meraviglie; il piede forsennato di Robben ha un time che pare seguire un flusso interiore, quello misterioso del campione olandese; lui, ragazzo del nord dell’Olanda, cresciuto in un triste paesino, Bedum, di cui nessuno sapeva niente, ha una doppia temporalità per quella faccia da vecchio pugile che passa le giornate a ricordare i tanti cazzotti presi; ha trentacinque anni, ne sembrano almeno venti in più già da dieci e adesso che si è ritirato ecco che quella faccia appare nel suo tempo naturale, quello della pensione, mentre il suo piede sinistro resta giovane.

Certo Arjen Robben si porta addosso anche colpe luterane a cui è mancato solo il silenzio di Dio: il facilissimo gol sbagliato nel Mondiale 2010 contro la Spagna davanti a Casillas che fece perdere all’Olanda la finale; il rigore parato da Cech nei supplementari della finale di Champions contro il Chelsea, 2012; il rigore fermato da Weidenfeller nella sfida scudetto contro il Borussia Dortmund, sempre nell’infausto 2012, e successivi insulti di Subotic appiccicati sulla faccia raggrinzita dal peccato dopo l’errore; poi, però, arriva la redenzione nel 2013, ancora contro il Dortmund, finale Champions, negli ultimi minuti quando, infilandosi nella difesa paralizzata dalla sua velocità, storce il piede sinistro davanti al portiere per mandare alla sua (del portiere) sinistra il pallone e segnare il gol della vittoria.

Il calcio, come il Dio cattolico, sa anche perdonare soprattutto se avvengono opere e nessuna omissione. L’ultimo gol della sua carriera Robben lo ha segnato il 21 novembre 2018 contro il Benfica, in Champions, nella fase a gironi: alla Robben, dopo aver superato quattro avversari storditi dalla sua volontà di potenza; poi ancora una volta i soliti infortuni, ne ha avuti tantissimi che nemmeno si contano, come se la vecchiezza del viso fosse anche nel suo corpo. Corpo, però, capace di raggiungere i 37 Km orari in una partita del Mondiale 2010, mai nessun calciatore era arrivato a una tale velocità; il nostro, dunque, racchiude due profonde espressioni: una moderna – la velocità, appunto – e una antica: l’anarchia egocentrica.

Robben ha vinto tanto: campionati tedeschi, oltre a quello spagnolo con il Real Madrid, dove non ha avuto tanta fortuna però, ha vinto coppe con il Chelsea, il PSV Eindhoven; assieme a Ribery è stata una delle coppie più affascinanti del calcio moderno, non erano e non sono amici ma sul campo suonavano musica per chitarra e batteria e il loro abbraccio, dopo un gol, è icona di uno sport che così immiserisce meno. Tornerà a vivere a Groningen, sta costruendo una casa, ci vorrà tempo, per adesso resta a Monaco di Baviera dove i suoi figli vanno a scuola. La chiusura della carriera di Robben sta in una dichiarazione fatta qualche mese fa: «Ho provato di tutto, ma continuo a stare male: sono stato un paio di volte in gruppo con i compagni, speravo di poter rientrare, ma alla fine sono andato di nuovo ko. È una situazione complicata, perché non capisco cosa mi stia succedendo».

Una sorta di male oscuro chiuso nel suo corpo così esplosivo e così fragile che in un giorno di luglio del 2019 Arjen decide di ripiegare come una valigia consumata e di riporre in chissà quale soffitta, lasciando in casa il signor Robben calvo e malinconico che lento immergerà nel tiepido liquido del panteismo di Spinoza i suoi piedi irrefrenabili per invecchiare come capita di solito agli altri e non avere rimpianti per una vita iniziata troppo presto da anziano.

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