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Robert Enke, solo tra le ombre

By 12 Febbraio 2020
Robert Enke

Gli errori, le paure che non svaniscono mai, la depressione tenuta nascosta, la vergogna. Storia del portiere tedesco Robert Enke e del suo viaggio nella notte

Piove. Il treno non fa rumore, il treno è ancora lontano, il treno nemmeno fischia e nessuno lo vede mentre corre nella Bassa Sassonia tra il silenzio delle cose e la quieta rassegnazione dell’erba, sotto un cielo che ancora non sa se essere collera o speranza; il giorno prima la Germania ha celebrato i venti anni dalla caduta del muro di Berlino, il cui tonfo ha lasciato sotto le macerie migliaia di tedeschi.

Manca poco alle 18.17, la pioggia copre di noia case, alberi e il minuscolo distretto di Eilvese; nella sua casa in campagna Robert Enke, trentadue anni, portiere dell’Hannover 96, prima di uscire, ha lasciato una lettera nella quale chiede scusa a sua moglie Teresa Reim, al suo psichiatra Valentin Makser, alla figlia adottiva Leila e a Lara. Lara è morta tre anni prima, nel 2006, per una gravissima malformazione al cuore, aveva solo due anni.

Robert Enke

(Photo by Johannes Simon/Bongarts/Getty Images)

So poco della notte
ma la notte sembra sapere di me,
e in più, mi cura come se mi amasse,
mi copre la coscienza con le sue stelle.
Forse la notte è la vita e il sole la morte.
Forse la notte è niente
e le congetture sopra di lei niente
e gli esseri che la vivono niente.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli  

Alejandra Pizarnik, poetessa argentina di origine russa, li avrà sussurrati forse a Robert Enke dalla morte mentre a morte il portiere si avvia – anche lui della notte, come tutti, poco sa e alla notte va per trovare una vita nuova, che non sia quella a cui sta rinunciando. Alejandra si è addormentata nel 1972 in casa sua coi barbiturici, come fosse un sonno naturale, mentre il portiere quando sono le 18.17 si lascia travolgere dal treno regionale nel momento in cui la moglie Teresa è convinta che sia al campo ad allenarsi.

Robert Enke

(Photo by Stuart Franklin/Bongarts/Getty Images)

Tanto tempo prima un uomo era seduto sui binari della ferrovia, aveva anche lui trentadue anni e si trovava in un paesino insignificante dell’Ungheria degli anni Trenta proprio come Eilvese quando venne ucciso da un treno in transito, si chiamava Attila József ed è stato il maggiore poeta magiaro del Novecento. Non smette di piovere nemmeno quando il treno grida – in autunno la pioggia si ferma lenta, per consunzione, e mai all’improvviso come in estate.

Certo se la notte è niente, nemmeno il giorno riesce a essere qualcosa. Tutto è iniziato nel 2002, Enke è un uomo fragile, insicuro, pieno di paure, dalla Germania va a titolo gratuito al Barcellona di Van Gaal, a settembre si gioca una partita facile facile di Coppa del Re contro i semidilettanti del Novelda, solo che accade l’impensabile: il Barcellona perde 3 a 2 e sul terzo gol c’è un errore clamoroso di Enke che si lascia passare la palla sopra le mani piegandosi male nell’angolo da lui coperto.

Non vedrà più il campo se non per venti minuti prima di essere ceduto in Turchia, al Fenerbahçe dove gioca una sola partita, ritorna in Spagna ma il Barcellona lo spedisce in Seconda Divisione al Tenerife. Le sue paure aumentano, la depressione, che tiene nascosta al pubblico e ai compagni di squadra, ha costruito un nido maligno. L’Hannover lo acquista nella speranza di rivedere lo splendido portiere che era al Borussia Mönchengladbach, e lo rivede: arriva in nazionale maggiore, è uno dei portieri più prestigiosi d’Europa ormai.

Robert Enke

(Photo by Joern Pollex/Bongarts/Getty Images)

Nel 2004 nasce Lara, sua figlia. Forse la notte può davvero essere niente. La Spagna e la Turchia sono una notte oscura passata, forse. Enke non sente di essere il migliore, ha ansie continue, timore di deludere, terrore di ripiombare nel buio spagnolo, di essere accusato o deriso – non è un uomo forte, a porta la solitudine aumenta, i difensori in certi schemi ti sembrano lontanissimi, la responsabilità opprime, se un portiere sbaglia sarà come cercare di aggiustare Cristo in croce senza riuscirci.

Forse sparirò d’improvviso
Come le impronte nel bosco

Scrive Jòzsef, poco prima della fine, solo che Enke la fine la avverte vicina ogni volta che prova a vivere. È amato dai tifosi dell’Hannover, però prova vergogna a parlare di quella che gli pare una malattia impudica, una malattia che mostra quanto nudo possa essere l’uomo.

Tristezza mi sbrana la mente
Se penso al mio destino.

Robert Enke

(Photo by Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

Ancora Jòzsef a raccontare quanto vivere sia un bene spesso più crudele del male. Un ex calciatore del St Pauli poi finito a giocare nelle serie minori, Andreas Biermann, dichiarò di aver trovato il coraggio di confessare la sua depressione dopo aver saputo della morte di Enke – nel 2014, al suo quarto tentativo, Biermann riuscì infine a uccidersi.

Enke è capitano della nazionale, si parla di lui come sicuro titolare ai Mondiale 2010, assieme alla moglie, che disperatamente lo spinge a vivere, è contro l’abbandono degli animali e contesta le fabbriche di pellicce; prova ad avere una vita sociale, adotta Leila, il suo nome è famoso in tutta la Germania. La tristezza ancora gli sbrana il destino, è solo tra le ombre, circondato dalle ombre, gli restano conficcati la rabbia del pubblico in Spagna, dopo i suoi errori, e quello del Fenerbahçe, dopo una rovinosa sconfitta contro l’odiato Istanbulspor, non riesce a vivere, e la morte infinita della figlia, finge di avere un virus per non giocare – di lui resta l’ultima parata tra piede e gamba in uscita su Ze Roberto dell’Amburgo, al settantasettesimo minuto. Due giorni prima di morire. Adesso, soltanto adesso, si sente forte il rumore del freno d’emergenza, quello che separa il grano dal loglio, come nella parabola di Gesù, e quale sia la parte buona non saprei dire.

Davide Morganti

About Davide Morganti

Davide Morganti, professione insegnante, ha scritto romanzi per Avagliano, Fandango, Neri Pozza.

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