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Robertson e Meunier hanno riscritto il proprio destino

By 9 Settembre 2019

Il Belgio mancava da Hampden Park dal 6 settembre 2013, data dell’ultimo match ufficiale disputato in terra scozzese, dove fu posto un tassello importante per quel ritorno in un grande torneo internazionale – nella fattispecie, i Mondiali brasiliani – che in casa dei Diavoli Rossi mancava da 12 anni. Quella sera Vincent Kompany non scese in campo ma dovette accomodarsi in tribuna a causa di un infortunio. La prenotazione del suo posto, così come tutte le altre in tribuna d’onore, fu gestita dal 19enne Andrew Robertson, collaboratore della Federcalcio locale con mansioni varie di segreteria.

Robertson ad Hampden Park aveva giocato regolarmente, in quanto tesserato dal più antico club scozzese, il Queen’s Park, che all’epoca militava in quarta divisione e gli riconosceva un rimborso spese di 6 sterline per ogni partita disputata. Soldi che logicamente non bastavano per vivere, nemmeno sommandoli alle entrate provenienti dal lavoro presso la Federcalcio, così Robertson era costretto ad arrangiarsi con diversi altri impieghi, dal giardiniere al commesso, in quest’ultimo caso presso i grandi magazzini Marks and Spencer.

L’ultimatum dei suoi genitori era da poco scaduto: se entro un anno non avesse ottenuto un contratto da professionista che gli avrebbe permesso di vivere di solo calcio, Robertson avrebbe dovuto riporre il proprio sogno nel cassetto e riprogrammare i suoi piani futuri, magari iscrivendosi all’università. Ma quel 6 settembre del 2013 Andrew era fresco di trasferimento al Dundee United e la sua vita – almeno stando a un suo tweet di dodici mesi prima – tornava ad avere un senso.

Robertson e Meunier

LaPresse.

Nello stesso periodo, Thomas Meunier era solito guardare le partite della nazionale belga sul divano di casa. Lui era pro ormai da un paio di anni, sotto contratto con il Brugge, ma i tempi in cui il calcio rappresentava solo un’appendice lavorativa della propria vita, come per Robertson, non erano molto lontani. Il Virton, nella terza divisione belga, gli corrispondeva 400 euro al mese, integrati prima da un lavoro come postino presso il Comune di Saint-Ode, quindi come magazziniere presso la Autolever, immensa fabbrica di automobili dove il futuro nazionale belga si occupava della produzione di parabrezza.

Le due professioni avevano in comune la sveglia mattutina alle 5 e la fine del turno di lavoro nel primo pomeriggio, permettendo così a Meunier di andare agli allenamenti. Con tanti ringraziamenti alla madre, perché l’ingaggio nelle giovanili del Virton lo aveva trovato lei telefonando a un allenatore del club, e facendogli ottenere un provino, dopo che suo figlio era stato scartato dalle giovanili dello Standard Liegi. Due anni di vivaio, poi la convocazione in ufficio e un semplice: mi dispiace ma non sei adatto a noi. A 15 anni, per Thomas discorso chiuso, almeno in apparenza.

Robertson e Meunier

Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images

Alla stessa età anche Andrew Robertson aveva ricevuto il foglio di via da un altro settore giovanile importante, quello del Celtic Glasgow, la squadra di tutta la sua famiglia. Ma un attaccante gracilino, anche se rapido e in possesso di buona resistenza, non era l’ideale per il nuovo corso del vivaio Celtic inaugurato da Chris McCart, strettamente legato alla fisicità del tradizionale kick ‘n run britannico. Allenatore che toglie, allenatore che dà; spesso il calcio significa anche trovarsi nel posto giusto con le persone giuste.

Nel caso di Robertson, la scintilla è scoccata al Dundee United con l’ex leggenda Celtic Jamie McNamara, il cui sistema che combinava approccio a trazione anteriore e intensità calzava a pennello per le qualità del giovane scozzese. Per sfruttarle al meglio McNamara lo allontana dall’area avversaria, cercando di sfruttare il più possibile la sua velocità in campo aperto e la sua incredibile resistenza.

Un anno dopo Robertson è in Premier League all’Hull City, con il quale retrocede due volte in tre anni, incassando però un particolare endorsement da Josè Mourinho. “Ogni minuto lo vedo fare uno sprint di cento metri, solo a guardarlo mi sento stanco io per lui”. Anche Meunier nel Virton aveva iniziato facendo l’attaccante, venendo progressivamente retrocesso per ragioni non dissimili a quelle di Robertson. A Bruges le sue oscillazioni sulla fascia gli valsero il soprannome di Bale delle Fiandre.

Robertson e Meunier

Photo by Andy BUCHANAN / AFP

Questa sera Robertson e Meunier, le cui traiettorie calcistiche sembrano uscite da una dozzinale sceneggiatura da fiction in prima serata sulla Rai, si troveranno l’uno contro l’altro in campo, e non solo metaforicamente, visto che la fascia sulla quale correranno sarà la stessa. Robertson lo farà da terzino sinistro, nonché da capitano della squadra e da campione d’Europa in carica (da titolare), perfetto interprete della filosofia kloppiana nel Liverpool. Forse non sarà il miglior terzino sinistro del mondo, come affermato da Phil Neville, ma i 9 milioni di euro spesi dai Reds per acquistarlo dall’Hull City rappresentano uno dei più grandi colpi di mercato, nel rapporto qualità/prezzo, degli ultimi anni.

Meunier per contro giocherà da terzino destro, con alle spalle un terzo posto al Mondiale, tre campionati vinti (uno in Belgio e due in Francia) e un’esperienza internazionale di prim’ordine costruita tra nazionale belga e Paris Saint-Germain. Quando arrivò a Parigi l’allora ds Patrick Kluivert, in macchina con lui, nemmeno lo riconobbe. Ma anche alla prima convocazione in nazionale, nel novembre 2013, quasi nessuno dei suoi compagni sapeva chi fosse.

Photo by Kevin C. Cox/Getty Images

Non è facile individuare in poche righe il segreto del loro successo. Può aiutare però una dichiarazione rilasciata qualche tempo fa da Robertson, applicabile anche a Meunier. «Molti oggi mi chiedono della mia relativa tranquillità nei match di alto livello. Ricordo che il mio debutto in prima squadra con il Queen’s Park avvenne nel 2012 contro il Berwick Rangers davanti a 372 spettatori. La pressione era molto simile a quella di un match di Champions con il Liverpool. Giocare con i Reds fa tremare le gambe, altroché. Ma quando in quarta divisione giochi per il tuo futuro, per la tua vita, quello che provi dentro di te non è da meno».

 

Alec Cordolcini

About Alec Cordolcini

Da oltre dieci anni si occupa di calcio olandese e belga per diverse testate nazionali, dal Guerin Sportivo alla Gazzetta dello Sport, da Il Giornale a Rivista Undici. Ha pubblicato due libri: "La Rivoluzione dei Tulipani", dedicato al calcio olandese, e "Pallone Desaparecido", sul Mondiale 1978.

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