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Robin Olsen non è più un pacco

By 1 Novembre 2019

Dopo una pessima stagione con la Roma, Robin Olsen è arrivato a Cagliari per sostituire l’infortunato Cragno. Ora, però, i numeri raccontano che lo svedese è diventato uno dei migliori portieri della Serie A

Quando mamma e papà decidono di chiamarti come l’aiutante sfigato di Batman, il tuo destino sembra già scritto. Quella di Robin Olsen è una storia in salita fin dal giorno in cui fu registrato all’anagrafe, costretto a dimostrare di poter essere un numero 1 quanto tutti, al massimo, lo considerano un ripiego.

È stato così l’anno scorso, appena arrivato a Roma per sostituire Alisson, uno dei pochissimi portieri insostituibili al mondo, quello di cui nessun estremo difensore vorrebbe trovarsi costretto a indossare i guantoni, ed è così pure quest’anno, che Robin è dovuto ripartire da molto più in basso, a Cagliari, eppure si è trovato comunque a fare i conti con un altro titolare amatissimo da pubblico e critica, Alessio Cragno.

Diciamoci la verità, quando la società sarda si è trovata all’improvviso a dover fare i conti con l’infortunio alla spalla del portiere della Nazionale, in tanti a Cagliari hanno auspicato un intervento sul mercato del presidente Tommaso Giulini. Ma quando è saltato fuori il nome di Robin Olsen, quasi tutti hanno storto il naso e pensato che a quel punto tanto valeva tenersi Rafael.

Foto LaPresse/Tocco Alessandro.

Lo svedese è arrivato in Sardegna circondato dalle perplessità ereditate dalla scorsa stagione, quando fu responsabile di una serie impressionante di errori clamorosi e finì per perdere il posto da titolare a vantaggio di Mirante. Uno scarto, questo era Olsen. Uno scarto della brutta annata della Roma. Capire perché il Cagliari avesse deciso di affidargli la custodia della porta di Cragno era francamente difficile.

Oggi, dopo le prime 8 partite di campionato, la prospettiva si è ribaltata. L’unica costante sono rimasti gli insulti dei tifosi romanisti, che l’anno scorso arrivavano per gli errori e quest’anno sono fioccati dopo le parate rifilate a Zaniolo e Dzeko nell’1-1 con cui il Cagliari ha fermato la Roma all’Olimpico il 6 ottobre scorso.

Una prestazione mostruosa e decisiva, non l’unica né la prima, perché lo svedese era già stato miracoloso contro il Parma, il Napoli, la Spal e il Verona, e lo sarebbe stato ancora una volta a Torino contro i granata. Oggi le statistiche di Olsen parlano chiaro: ha subito 9 gol in 9 presenze, ha ottenuto due clean sheet, ma soprattutto ha preso 4,24 reti in meno di quanti ne avrebbe dovuto prendere secondo le statistiche degli expected goals (13,24).

Finora può aver mostrato qualche sbavatura tecnica su tiri non bloccati benissimo, ma nessun vero errore che abbia anche solo avvicinato gli avversari alla segnatura. Un abisso rispetto a quanto mostrato nella scorsa stagione in cui, pure in un inizio positivo per numeri, aveva evidenziato lacune e sbagli piuttosto grossolani compensati da una certa dose di buona sorte.

Se lo straordinario inizio di stagione del Cagliari, con 18 punti in 10 partite e un quinto posto in coabitazione con Napoli e Lazio, deve molto a un centrocampo tra i più forti e affascinanti del campionato, a conti fatti Olsen sembra aver portato ai sardi tanti punti quanti Nainggolan e Nandez.

Lo svedese è il miglior portiere di Serie A per percentuale di tiri parati, 79,06%, il secondo per parate su tiri da dentro l’area di rigore (25, l’unico che ne ha di più, a quota 32, è Gabriel del Lecce, che però ha subito 26 tiri e 10 gol in più del collega). Nemmeno l’autogol più sfortunato che colpevole contro il Bologna può macchiare l’inizio di stagione di Olsen, che continua ad apparire rude in alcuni fondamentali (non ha una grande capacità di bloccare il pallone, rischiando forse un po’ troppo anche se alcuni tiri apparentemente innocui, non ama le uscite alte e non domina completamente l’area piccola), ma compensa con una reattività tra i pali decisamente impressionante.

(Photo by David Ramos/Getty Images).

Il mondo di Olsen si è capovolto a Cagliari, una di quelle città che sembrano perfette per un rilancio, la stessa scelta da Radja Nainggolan per ripartire dopo essere finito ai margini del progetto dell’Inter di Conte. Meno pressioni, una casa in centro, le passeggiate con la famiglia. La fiducia fin dal primo giorno, scelto subito per giocare titolare contro l’Inter, in una gerarchia ben definita dall’inizio: Olsen è il sostituto di Cragno, giocherà fino al rientro del portiere titolare, che dovrebbe avvenire a gennaio. Di certo non ci sarà nessun bisogno di forzarne il recupero, se Olsen dovesse confermare su questi livelli.

Pare persino che la Roma stia pensando di riportarlo a casa già a gennaio, anche se non è chiaro per farci cosa. Sta di fatto che per ora Olsen non vuole sentir parlare di Roma e della scorsa stagione. Lo ritiene un capitolo chiuso, mandato in archivio. A chi gli chiede cosa non ha funzionato continua a dire che “quello è il passato”.

Quando hanno provato a parlargliene in zona mista, dopo una partita della nazionale svedese contro la Spagna, a giugno, se n’è andato interrompendo l’intervista.  L’idea di essere perseguitato dai fantasmi degli errori in giallorosso non lo sfiora nemmeno, preferisca scacciarla via appena si riaffaccia.

(Photo by Enrico Locci/Getty Images)

Una storia nata male e finita peggio, che pure in mezzo ha avuto un momento in cui sembrava persino poter funzionare. Olsen è stato schiacciato dal confronto col suo predecessore, persino le sue buone prestazioni nella prima parte di stagione sono state sempre coperte dal frastuono di voci critiche ben oltre i suoi reali demeriti.

È vero, lo svedese che un anno prima aveva bloccato l’Italia regalandole il più grande trauma calcistico in 60 anni di storia e che arrivava col peccato originale di aver giocato lui quel Mondiale a cui noi non ci eravamo qualificati, era partito con una prestazione che più che una partita di calcio sembrava un thriller.

La palla sfuggita sul tiro di Baselli e terminata di poco sopra la traversa prima, il salvataggio del Var su quella calciata da Iago Falque, passatagli sotto le braccia e infilatasi in rete poi. Eppure, tra un’insicurezza e l’altra, e con papere memorabili come quella che regalò a Piatek il gol del vantaggio all’Olimpico in Roma-Genoa, i numeri continuavano a dare ragione a lui.

(Photo by Enrico Locci/Getty Images).

Ancora a gennaio, Olsen era tra i migliori portieri in Italia per differenza expected goals-gol subiti. Forse anche per questo, quando gli chiedono come sia stato per lui il passaggio dal campionato danese a quello italiano, sostiene con sicurezza: “Mi sentivo pronto e penso di averlo dimostrato”.

La percezione comunque, però, continuava a essere diversa, e quella diffidenza che covava fin dal suo arrivo, col tempo ha finito per trasformarsi nella più classica delle profezie che si auto avverano. Abbiamo pensato così fortemente che Olsen fosse un bidone, che alla fine Olsen è diventato un bidone davvero.

Nella seconda parte di stagione ha incominciato a incassare un gol dietro l’altro: 7 in Coppa Italia dalla Fiorentina, 3 nel derby dalla Lazio, 4 dal Napoli nella sua ultima apparizione da titolare prima di essere definitivamente scavalcato da Mirante. Problemi di lingua e comunicazione con la linea difensiva, secondo alcune notizie riportate all’epoca da Sky, scoperti all’improvviso soltanto ad aprile.

Il punto è che nel frattempo persino le statistiche gli si erano rivoltate contro, trasformandolo da uno dei migliori portieri della Serie A a quello con la peggiore media gol subiti nell’era americana della Roma: uno ogni 55 minuti. Nel periodo più basso della sua carriera, il destino l’ha messo davanti a uno strano incrocio, dandogli una seconda chance grazie all’infortunio di quel Cragno che la Roma sembrava aver messo nel mirino per sostituirlo. Un’occasione che Robin sta sfruttando nel migliore dei modi, alla faccia di chi lo aveva già bollato come bidone.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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