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Il profeta del catenaccio che ha allenato in 32 nazioni

By 19 Settembre 2019

Si è spento pochi giorni fa Rudi Gutendorf, il profeta del catenaccio. Un uomo da Guinness dei primati che è entrato nella leggenda per aver allenato 55 club sparsi in 32 Paesi differenti

Rudi Gutendorf se n’è andato in silenzio, a 93 anni, il 13 settembre scorso, ma riguardando la sua vita c’è da immaginare soltanto movimento, viaggi e persino chiasso, tra grida in campo, altoparlanti degli aeroporti e valigie da fare e disfare continuamente. Allenatore tedesco, nato il 30 agosto 1926 a Coblenza, tra colline e boschi innevati d’inverno, Rudolf “Rudi” Gutendorf, con i suoi occhi azzurri è finito nel Guinness dei Primati perché capace di allenare 55 squadre in 32 nazioni diverse, in tutti i continenti del mondo, durante una lunghissima carriera in panchina.

La vita calcistica di Gutendorf inizia da giocatore, vicino casa, con la maglia del Neuendorf: non è neanche male perché, da mezzala, raccoglie 86 presenze nel massimo campionato tedesco, realizzando 46 gol tra il 1944 e il 1954. Nel 1948 il suo Neuendorf elimina il quotato Amburgo dalla lotta per il titolo, fermandosi poi in semifinale, a due passi dal sogno, battuto dal Kaiserslautern.

È però in panchina che Gutendorf si guadagna la notorietà, pur non riempiendo la bacheca di coppe e senza riuscire ad affermarsi davvero nella sua Germania. Nel corso della carriera, guida comunque club blasonati come Stoccarda (1965-66), Schalke 04 (1968-70), Monaco 1860 (1973-74), Amburgo (da luglio a ottobre 1977, al momento dell’arrivo di Kevin Keegan) ed Hertha Berlino (1986).

Rudi Gutendorf dirige l’allenamento del Ruanda (Photo by Michael Kienzler/Bongarts/Getty Images).

L’inizio in Bundesliga peraltro è sfolgorante, con la vittoria in campionato sfiorata alla guida di una matricola: «Nel 1964 fui il primo a far conoscere in Germania il catenaccio: una tattica sicuramente rivoluzionaria per il calcio tedesco di allora – ha raccontato Gutendorf alla Gazzetta dello Sport nel 2003 – sulla panchina del Meidericher, che poi si sarebbe chiamato Duisburg, all’insegna del “tutti in difesa” arrivammo secondi dietro al Colonia, nella prima edizione della Bundesliga».

Così nasce il soprannome di Gutendorf: «Da allora tutti mi chiamano “Riegel Rudi”», ovvero “Rudi catenaccio”. Il suo Meidericher chiude ovviamente la stagione 1963-64 con la miglior difesa del campionato, avvalendosi anche dell’esperienza (e di 7 gol) del 34enne Helmut Rahn, ala destra, campione del mondo da protagonista nella Germania dieci anni prima, con tanto di doppietta segnata in finale all’Ungheria. Ancora oggi, a Duisburg, ricordano quel secondo posto come il miglior risultato della loro storia.

In Germania vive a Neustadt, in stazione telegrafica di inizio 1800, ristrutturata. Poi, dopo aver sposato la sua terza moglie Marika, donna australiana più giovane di lui di 36 anni, Perth diventa la sua vera casa. Perché Gutendorf gira tutto il mondo, allenando tantissime squadre in ogni luogo: tra le altre ci sono Lucerna, nazionale tunisina, St Louis Missouri, Bermuda, Sporting Cristal Lima, nazionale cilena, boliviana e venezuelana, Valladolid, Trinidad & Tobago, Grenada, Antigua, nazionale del Botswana, nazionale australiana, della Nuova Caledonia, Isole Figi, Nepal, Tonga e Tanzania. E poi Yomiuri Tokyo (con cui vince due campionati giapponesi nel 1983 e 1984), nazionale del Ghana, Nepal, Cina Olimpica, Iran, Mauritius, Zimbabwe, Ruanda e Samoa.

Si guadagna anche l’appellativo di “Paradiesvogel”, uccello del paradiso, per i suoi incarichi nei paesi più esotici. Durante il lavoro da ct della nazionale cilena diventa amico del presidente Salvador Allende: così, dopo il colpo di Stato che l’11 settembre 1973 porta al potere il dittatore Pinochet, è costretto a lasciare l’incarico, mancando la vetrina dei Mondiali del 1974, che si giocano proprio nella sua Germania. Nel 1975 ha un contatto con la Triestina, in occasione di un’amichevole con il Valladolid, che allena nella seconda divisione spagnola. Non si va però oltre una breve chiacchierata, senza seguito.

Rudi Gutendorf

Host Wigald Boning e Rudi Gutendorf si fanno fotografare nella casa dell’allenatore, set del documentario a”Deutschland – Deine Fussballseele” del canale tedesco History (Photo by Joerg Koch/Getty Images for HISTORY).

Dotato di leadership, abile motivatore, si considera una sorta di profeta del catenaccio: «È la cosa più importante della mia missione calcistica: l’ho esportato in tutto il terzo e quarto mondo del pallone. Catenaccio vuol dire disciplina». Nel corso della sua vita, oltre il tedesco, impara a parlare anche inglese, francese, spagnolo e rudimenti di swahili, lingua nazionale di Ruanda, Tanzania, Kenya e Uganda.

Nel 1968, quando siede sulla panchina dello Schalke 04, porta i suoi ragazzi alle 5 di mattina di fronte alla miniere della Ruhr per educarli a cosa sia il sacrificio. Nel 1985-86, quando guida la nazionale del Ghana, scopre il bomber Tony Yeboah e lo porta in Germania, dove si laurea due volte capocannoniere della Bundesliga con la maglia dell’Eintracht Francoforte. Nel 1991 Gutendorf è tra i primi allenatori stranieri ad andare a lavorare in Cina, come tecnico della nazionale olimpica, impegnata nelle qualificazioni verso Barcellona ’92: «Sono stato in Cina nel 1981 quando allenavo l’Australia – dice al suo arrivo a Kunming, nel sud del Paese, il 17 marzo 1991 – la mia impressione è che qui mancano buoni portieri, il gioco è troppo lento e gli schemi eccessivamente statici. Faremo un lavoro duro, seguendo i programmi adottati in Germania. Spero di poter ottenere dei buoni risultati». La Cina di Gutendorf supera brillantemente il primo turno di qualificazione verso le Olimpiadi, ma arriva quarta nel girone finale in Malesia, preceduta da Qatar, Corea del Sud e Kuwait, che volano a Barcellona. Proprio la nazionale olimpica cinese gli vale l’iscrizione nel Guinness dei Primati, con la cinquantesima squadra allenata.

Nel 1998 gli offrono un ruolo da alto dirigente nel Coblenza, il club della sua città: Gutendorf tentenna, ringrazia, ma preferisce continuare a lavorare sul campo e in giro per il mondo. Nel dicembre 1999 diventa ct del Ruanda, per vivere l’avventura più intensa della sua vita rocambolesca. L’inizio non è dei migliori perché durante il primo stage della nazionale ruandese in Germania, otto calciatori scompaiono nel nulla, in cerca di fortuna e ingaggi in Europa.

Rudi Gutendorf

(Photo by Simon Hofmann/Bongarts/Getty Images)

Il profeta del catenaccio però non si scompone e realizza il suo miracolo soprattutto fuori dal campo: non riesce a portare il Ruanda ai Mondiali del 2002, ma compie l’impresa di far giocare nella stessa squadra appartenenti alle tribù rivali Tutsi e Hutu, che qualche anno prima avevano dato vita a una violentissima guerra civile, il genocidio del Ruanda, con oltre 900.000 morti. Il 9 aprile 2000, dopo un inaspettato 2-2 contro la quotata Costa d’Avorio, in campo e sugli spalti Tutsi e Hutu si abbracciano tra loro nello stadio della capitale Kigali.

L’unità nazionale, grazie ai calciatori di Gutendorf, sembra ritrovata almeno per qualche ora. Due anni più tardi l’allenatore tedesco racconta la sua avventura più emozionante nel documentario “Rudi Rastlos – Der Ball rollt für Ruanda” (ovvero “Rudi Rastlos, la palla rotola in Rwanda”). Gutendorf partecipa da protagonista anche a film documentario sulla propria vita, “Der Ball ist ein Sauhund” del 1999, con l’amico regista-attore Werner Herzog (la regia però è firmata da Rudolf Herzog). In Italia è conosciuto, si fa per dire, con il titolo “La palla è rotonda” ed è finito nella programmazione della Rai, nel novembre 2012, soltanto grazie a quel genio anticonformista di Enrico Ghezzi, che lo ha inserito (in versione originale con sottotitoli italiani) nel palinsesto del suo “Fuori Orario. Cose (mai) viste”, a notte fonda, in una rassegna dedicata a Werner Herzog.

Nel 2003 Gutendorf torna in sella a 76 anni per guidare la nazionale delle Isole Samoa, dove ancora si dannano per una sconfitta per 31-0 (sic) di due anni prima contro l’Australia: «Sole e caldo mi faranno bene» dice gongolando Gutendorf poco prima di prendere l’aereo. Dopo gli 80 anni non smette di lavorare, allena una formazione di vecchie glorie tedesche, tra cui star come Stein, Overath e Hoelzenbein e poi, novantenne, accetta la guida di una selezione di profughi.

È il finale perfetto per la carriera di Gutendorf, uomo capace di adattarsi a ogni cultura e latitudine, di dialogare con chiunque nel mondo. «Perdiamo un uomo che, con il suo grande cuore, ha arricchito ogni giorno la vita di chi gli stava intorno», le parole del giovane figlio Fabian, 29 anni, all’indomani della morte di Gutendorf. A “Rudi catenaccio” resta un sogno irrealizzato: «Allenare una squadra di Gerusalemme, formata da israeliani e palestinesi», come aveva raccontato nel 2006. Chissà se prima o poi qualcuno potrà farlo in suo nome.

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