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Ruud Krol, l’idolo di Napoli prima di Diego

By 29 Aprile 2019

L’olandese arriva in Italia con la riapertura delle frontiere nel 1980. In quattro anni, con la sua classe contribuisce a dare agli azzurri una mentalità vincente. Lascerà nel 1984, con il rimpianto di aver solo sfiorato Maradona

L’olandese arriva nell’estate più nera del calcio italiano. È il 1980 e il pallone nazionale ha perso definitivamente l’innocenza. Il primo caso di calcioscommesse è appena stato giudicato dai tribunali sportivi e ha registrato pene severissime, erogate perché siano anche esemplari e servano da monito per chiunque pensi di riprovarci. L’obiettivo verrà clamorosamente mancato, e la piaga del match fixing tornerà a presentarsi ciclicamente.

Ma questa è un’altra storia, non riguarda l’arrivo del signor Ruud Krol. Classe 1949, due volte vice-campione del mondo con la maglia della nazionale arancione (sconfitta in finale nei due ultimi mondiali dalle nazionali ospitanti), l’olandese approda in Italia all’età di 31 anni. È in cerca di una nuova esperienza, da consumarsi nel calcio di un Paese in piena confusione. Una confusione che attanaglia sia il calcio che il Paese. Questo il contesto in cui l’olandese sbarca a Napoli. Investito di una missione da pioniere per la quale forse non è nemmeno pronto.

Magari immagina, ma non sa quanto. Perché quell’estate del 1980 è particolare anche per un altro motivo. Dopo un quindicennio di autarchia, il calcio italiano riapre agli stranieri. Soltanto uno per squadra, e soltanto in Serie A. Bosman è ancora lontanissimo da venire, così come inimmaginabile sarebbe che un giorno vi siano squadre italiane mandate in campo con zero calciatori indigeni su 11. Nossignori, in quel momento storico del calcio nazionale gli stranieri lo sono nell’accezione più integrale del termine.

Portatori di un senso integrale d’estraneità, quasi aliens. E come tali vengono percepiti dal pubblico del calcio italiano, che ha visto scomparire uno dopo l’altro i giocatori provenienti dall’estero. L’ultimo è stato “el Gringo” Sergio Clerici, il brasiliano che ha speso gran parte della carriera con la maglia del Napoli e l’ha chiusa con quella della Lazio. E invece nell’estate del 1980 arriva una nuova leva di calciatori da oltre frontiera. La qualità? Discreta in qualche caso.

Ruud Krol con la maglia del Napoli nel 1980. Foto: LaPresse.

Per esempio quello di Herbert Prohaska, l’austriaco dell’Inter campione uscente. Persino buona, come nel caso Liam Brady, l’irlandese che la Juventus prende dall’Arsenal e aiuta i bianconeri a vincere due scudetti consecutivi prima di cedere la maglia numero 10 a Michel Platini. O anche come nel caso di Daniel Bertoni, l’argentino campione del mondo in carica acquisito dalla Fiorentina. Ma vi sono anche casi sconcertanti, come quello del brasiliano Luis Silvio Danuello, ingaggiato dalla Pistoiese nella stagione dell’unica apparizione in Serie A.

E fra tanti onesti mestieranti del pallone, ecco i due fuoriclasse accomunati dal numero 5 sulla maglia: Paulo Roberto Falcão, il brasiliano che cambia i destini della Roma, e Ruud Krol che si cala anima e corpo nella passione calcistica di Napoli. Arriva un caldissimo giorno d’estate, in una piazza che da troppo tempo aspetta il primo scudetto e ormai pare contagiata dal fatalismo di non doverlo vincere mai. E lì trascorrerà quattro anni di passioni fortissime, di cui troppo poco si ricorda perché appartenenti a un passaggio storico storico che fa da cesura tra due ere: l’era A. M. (Avanti Maradona) e l’era D. M. (Dopo Maradona).

Anche libero va bene
È un bel Napoli. Molto più bello di quanto gli stessi napoletani si aspettino, quando la stagione va a iniziare. Lo guida Rino Marchesi, un signore della panchina dotato di un aplomb molto fuori schema per il calcio dell’epoca. Prima di arrivare a Napoli ha fatto vedere cose ottime a Avellino, dove gli tocca un ardito confronto di caratteri col presidente Antonio Sibilia. Sicché approdare a Napoli deve sembrargli una passeggiata di salute. Questo allenatore dallo stile molto british costruisce un Napoli che nessuno si aspetta.

Ruud Krol Napoli

Rino Marchesi parla ai giornalisti. Foto: LaPresse.

Dapprima timidamente, poi con crescente convinzione, la squadra azzurra s’inserisce in una corsa a tre per lo scudetto fra le più entusiasmanti nella storia della Serie A. Eliminata presto dalla corsa un’Inter distratta dalla Coppa Campioni (verrà fatta fuori in semifinale dal Real Madrid dello spietato Santillana), lo scudetto diventa una questione fra Juventus, Napoli e Roma. Da una parte la squadra bianconera guidata da Giovanni Trapattoni, che cerca di interrompere un digiuno in corso da due stagioni. E dall’altra le forze nuove del campionato, costruite intorno ai loro sublimi numeri 5. Il sogno del Napoli morirà alla penultima di campionato, nella partita giocata al San Paolo contro la Juventus. Che arriva dal contestatissimo 0-0 in casa contro la Roma (la gara del famoso gol di Turone annullato “per una questione di centimetri”) e vince grazie al guizzo di una riserva corretto nella propria porta da un centrocampista in maglia azzurra.

Il tiro è di Vinicio Verza, la sfortunata deviazione di Mario Guidetti, un mediano che indossa la maglia numero 10. Che a pensare il futuro destinatario di quella maglia, si comprende tutto il senso della demarcazione fra un’era A. M. e un’era D. M. A quel tempo una segnatura avvenuta così, con deviazione dopo il tiro, viene annotata come autogol. E sarebbe stato giusto che così rimanesse. In quel Napoli che in modo inatteso prende a scalare le vette della classifica, Ruud Krol è il leader. Arrivato da capitano della nazionale olandese, non mostra esitazione a indossare la fascia anche nella squadra partenopea. E sin dalla prima partita prende in mano la squadra.

Il suo ruolo? Libero. Una di quelle figure che i millennial sentono nominare e immediatamente la associano all’idea di un’altra era geologica, così come lo sono quelle dello stopper, del terzino fluidificante, del mediano di spinta. E sarà anche vero che un’abbondante stratificazione si sia accumulata rispetto al tempo in cui quei ruoli erano la norma nel calcio. Ma volete mettere la bellezza, e il carattere immaginifico di quelle parole? Una di quelle viene associata a Ruud Krol, e etichetta il leader della difesa nel contesto di un calcio dove è dominante la logica della marcatura a uomo.

Duelli fra coppie dalla cui somma dipende l’esito di una partita. Nel contesto di questa geografia di duelli, il libero rimane fuori dal mazzo perché viene esentato dalla marcatura. Ciò che, appunto, gli conferisce il requisito di libertà. Anziché affannarsi a braccare un avversario per ogni angolo del campo, l’interprete di questo ruolo si pone come ultimo baluardo prima del portiere. Deve stare staccato qualche passo indietro rispetto al resto della mischia costituita da difensori di marcatura e centrocampisti d’interdizione.

Ruud Krol Napoli

Franco Tancredi esulta dopo il rigore sbagliato da Mario Guidetti sotto gli occhi di Roberto Falcao. Foto: LaPresse.

Inevitabile che l’avvento del calcio a zona, coi suoi dogmi della difesa in linea e della ricerca ossessiva del fuorigioco, metta prima di ogni altro fuori causa i ruoli di libero e stopper. Che nel vecchio calcio formano una coppia simile a quella costituita dal maestro di bottega artigiana e dal più senior dei suoi apprendisti. La zona azzera la differenza gerarchica fra i due e trasforma entrambi in difensori centrali, figure intercambiabili fra loro e col ricorso a terzi da pescare nel vastissimo esercito industriale di riserva, costituito da giocatori di difesa ammaestrati alla coazione dell’allineamento e del movimento sincrono. Invece nel calcio di quel tempo il libero ha una responsabilità di leadership che si acquisisce per noblesse d’épée, il rango conquistato in capo a lunghi anni spesi nella battaglia di campo contro gli attaccanti avversari.

Difficilmente si nasce liberi, molto più frequentemente lo si diventa. Una delle vie preferenziali è quella che porta verso il ruolo di libero calciatori reduci dall’esperienza da stopper. Ma possono diventarlo anche difensori di fascia, che causa l’assottigliarsi del dinamismo ripiegano in un ruolo in cui un buon senso della posizione permette di amministrare il decrescente capitale di energie. Non è raro vedere centrocampisti retrocedere nel ruolo di libero. E in casi del genere la propensione alla geometria è uno strumento prezioso per lo svolgimento di un ruolo che richiede leadership, e che nelle sue interpretazioni più offensiviste coincide con la prima fonte del gioco.

Certo, l’arretramento di un centrocampista nel ruolo di ultimo uomo della difesa ha anche una controindicazione tecnica. Perché all’epoca gli uomini di centrocampo sono quasi mai alti e robusti, e anche per questo mostrano scarsa dimestichezza per il gioco aereo. Sicché quando la difesa subisce assalti e mischie, un libero proveniente da un ruolo di centrocampo si trasforma in un punto di grave fragilità. E infine ci sono anche i casi estremi: quelli che vedono gli attaccanti trasformarsi in liberi, dopo aver dato vita a un lento arretramento da un capo all’altro del campo. Capita di rado, ma quando capita pare di veder compiere un tradimento perfetto, l’esempio più radicale d’intelligenza col nemico. Uomini che hanno speso quasi tutta la carriera a battagliare nelle aree avversarie, e a cercare di battere e gabbare i difensori, e che poi nella parte finale della parabola agonistica si ritirano sul lato opposto del campo per usare i segreti dell’offesa contro gli stessi offendenti. Con in più la possibilità di usare una stazza da attaccanti dell’epoca, che mette loro a disposizione l’arma della forza fisica.

Ruud Krol Napoli

L’Ajax posa con la Coppa dei Campioni del 1973. Foto: Getty Images.

La carrellata sui diversi modi di diventare libero, nel calcio di una volta, è stata indispensabile per capire quale sia la responsabilità assegnata a Ruud Krol nel momento in cui il Napoli decide di consegnargli le chiavi d’una squadra in cerca di crescita. Negli anni più verdi l’olandese è stato terzino sinistro, ma poi senza fatica alcuna è passato al ruolo di regista della difesa. E da lì interpreta il compito con un carisma che nella Serie A di quei giorni è dote di pochissimi.

Maglia fuori dai pantaloncini, cavigliere elastiche bianche che regalano al passo una leggerezza da levitazione, e quell’incedere che pare aprirgli la strada come si deve al passare di un’autorità suprema. Ruud Krol porta palla, e gli avversari danno impressione di tenersi a rispettosa distanza per un istintivo senso di deferenza. Gli assegnano quel ruolo che sa tanto di calcio conservatore, giusto a lui che ha contribuito a diffondere il verbo del Calcio Totale. Ma nemmeno per un istante ciò lo condiziona nell’applicare la propria idea di calcio. Lo piazzassero anche in porta, lui partirebbe palla al piede dall’area piccola per arrivare fino alla trequarti avversaria, e una volta giunto lì sciorinare calcio da par suo.

L’ultimo testimone del gioco lungo
Lo rispettano tutti. I compagni innanzitutto, e questo è dovuto perché prima di chiunque altro imparano una lezione di calcio cosmopolita, così rara nell’Italia di allora sfiancata dall’autarchia pallonara. Ma lo rispettano anche i calciatori avversari, che dal confronto con un fuoriclasse vero traggono lo stimolo a migliorarsi. E soprattutto lo rispetta il pubblico del calcio. Tutto, non soltanto quello di fede azzurra. Vedere Ruud Krol muoversi per il campo, e portare palla centralmente per poi scegliere il lato sul quale distribuire l’azione, incute un senso cerimoniale da grande parata davanti al quale non si può che mostrare civica compostezza.

Vero, quello è un altro calcio in molti sensi, rispetto a oggi. Si viaggia meno forte e si rispetta una cadenza che adesso risulterebbe troppo compassata. Quel che è più, non è un incidente da stanchezza o da disattenzione tattica se le squadre in campo si allungano. Anzi, una delle grandi dispute dell’epoca è proprio quella fra il gioco lungo e il gioco corto. Da una parte l’arrembaggio portato facendo viaggiare il pallone lungo ariose traiettorie, dall’altra il lavoro di fine tessitura che prevede una circolazione della sfera su spazi brevi e con avanzamenti lenti ma costanti sul campo di gioco. Ebbene, fra le tante virtù di Ruud Krol c’è quella di tagliare il campo con lanci lunghissimi e straordinariamente precisi.

Krol sulla panchina dell’Egitto nel 1996. Foto: Getty Images.

Un’arma spiazzante per qualsiasi avversario, costretto a raddoppiare la vigilanza quando c’è da andare a attaccare il Napoli. Vedere la palla fra i piedi di Krol è tutt’uno con l’udire il segnale d’allarme attraverso l’orecchio della mente. Basta un attimo e il fronte viene ribaltato, con quei palloni che come droni viaggiano teleguidati per 70-80 metri. Nel calcio di oggi il concetto di gioco lungo non esiste più. L’evoluzione dei sistemi tattici lo ha tagliato fuori, e è cosa molto rara vedere una traiettoria ariosa che premia la corsa dell’attaccante e quel fine gioco d’intelligenza a due fra lanciatore e ricettore. Dunque non è il caso di stare a rimpiangere ciò che non c’è più, e che se è scomparso significa non avesse motivo di sopravvivere. Ma provoca un sottile brivido estetico, il ricordo di quei palloni che soavemente viaggiano fra due punti remoti del campo per raggiungere l’uomo in fuga.

Il passaggio di testimone
Due stagioni di altissimo livello, che vedono il Napoli guidato in campo da Ruud Krol piazzarsi al 3° e al 4° posto. Ma poi dalla terza stagione cominciano i problemi. Rino Marchesi saluta e prova l’avventura sulla panchina dell’Inter. La squadra viene affidata a Massimo Giacomini ma i risultati del campo sono drammaticamente deficitari, tanto da costringere la società a affidarsi alla coppia formata da Bruno Pesaola e Gennaro Rambone per evitare la Serie B.

Krol ci mette il mestiere, ma anche lui risente della cattiva annata. E nella stagione successiva, la 1983-84, arrivano anche i problemi fisici a minare il suo rendimento. L’olandese ha ormai 35 anni, la sua esperienza italiana è al capolinea. Si chiude proprio a giugno del 1984. Poche settimane dopo, uno stadio San Paolo in delirio riceve il suo profeta. Il più grande calciatore di sempre. Dal canto suo, l’olandese va a giocare le due ultime stagioni nella Serie B francese, al Cannes. Un po’ del processo di crescita che porta il Napoli a vincere i due scudetti tra la fine degli Ottanta e l’avvio dei Novanta è anche opera sua. Bisognerebbe ricordarsene più spesso.

@pippoevai

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Pippo Russo

About Pippo Russo

Pippo Russo (Agrigento, 1965), insegna Sociologia presso l’Università di Firenze. È giornalista e scrittore.

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