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Sampdoria, l’ottava sorella dimenticata degli anni Novanta

By 4 Marzo 2021

I Novanta della Sampdoria saranno stati pure poveri di successi rispetto agli Ottanta, ma sono da rivalutare per il ritmo da montagne russe e i giocatori  che ci sono saliti su

Gli anni Novanta della Sampdoria iniziano un po’ in ritardo, e di colpo, al minuto 112 della finale di Coppa Campioni contro il Barcellona, il 20 maggio 1992, quando la punizione di Koeman apre una breccia nella barricata blucerchiata e la squadra-famiglia che Paolo Mantovani aveva messo insieme con cura e parsimonia – e del resto: Scudetto storico nel 1991, Coppa delle Coppe nel 1990 – perde e termina lì il proprio ciclo. C

opione annunciato nei giorni dopo: Vujadin Boskov passa alla Roma di Ciarrapico, un pilastro di cemento armato come Gianluca Vialli diventa centravanti della Juventus, l’icona Cerezo torna in Brasile e l’altro mediano, Pari, va a Napoli. Resiste Mancini, rimangono l’ala stacanovista Lombardo, il portiere Pagliuca, i centrali Vierchowod e Mannini, ma la rosa dopo anni è da inventare. Solo che, stavolta, a guidare la rifondazione è soprattutto Enrico, il figlio dell’allora presidente che erediterà la società già nell’ottobre 1993, alla scomparsa del padre.

: Allsport UK /Allsport

Figura controversa, Enrico. Schiacciato dal cognome e dalla personalità di un predecessore amato e vincente, è ricordato come quello dell’austerity, delle cessioni impopolari, in generale del crollo di rendimento. Ed è un giudizio veritiero, ma ingeneroso per chi – insieme al direttore sportivo Paolo Borea – con fondi ridotti ha portato a Genova un calcio spettacolare e interpreti di livello assoluto, spesso scovati dall’anonimato. Insomma, i Novanta della Sampdoria saranno stati pure poveri di successi rispetto agli Ottanta, nonché tragici nel finale-retrocessione, ma anche da rivalutare per il ritmo da montagne russe e i giocatori – alcuni campioni alla prima esperienza in Italia, altri semplicemente di culto – che ci sono saliti su. Tradotto: nelle annate delle “sette sorelle”, lei è stata l’ottava.

Prendiamo la 1992-1993, ancora a gestione di papà Mantovani ma già in ottica ridimensionamento. In panchina, dal Benfica, Sven-Goran Eriksson, un gran signore con vocazione offensiva, già alla Roma e alla Fiorentina negli Ottanta, che a Genova imposterà un 442 a zona (è l’epoca del dibattito fra “zonisti” e fanatici della marcatura a uomo) offensivo e spericolato, che nel 1997 gli varrà il pass per la Lazio dello Scudetto.

Dietro, a mettere ordine, l’inglese Des Walker, meteora in una difesa che, nonostante vanti i guardiani del bunker made by Boskov, al primo giro si rivela anello debole del lotto. A centrocampo, infatti, la costanza la garantiscono Jugović (dalla Stella Rossa) e il genio di un giovanissimo Corini, che la Juventus ha sacrificato come contropartita insieme al tornante Serena. Ma, al netto di un Mancini famelico e di un derby vinto per 4-1, è un momento di transizione e ingenuità, di goleade e rimonte subite, terminato con l’amarezza di una qualificazione alla Coppa Uefa sfumata all’ultima giornata.

Clive Brunskill /Allsport

Poco male però, perché l’anno dopo è quello del capolavoro. Gullit, depresso a Milanello, in blucerchiato cerca e trova serenità, libertà dagli schemi e costanza – per diciotto gol totali. Dal Milan lo segue Evani, mentre la Juventus manda l’interno David Platt, eroe di Italia 90 che in Serie A brillerà solo sotto la Lanterna. Ne viene fuori una squadra fluida e offensiva, senza centravanti ma coi centrocampisti imprevedibili a inserirsi, tra cui un Lombardo che diventa un martello da Nazionale.

Si parte sottotraccia, senza ansia e, sempre senza ansia, la Samp arriva a sfidare i rossoneri di Capello per il titolo, con tanto di vittoria all’andata, da 0-2 a 3-2 con sigillo finale di un Gullit in modalità-vendetta. Poi a gennaio rallenta, però la difesa, reinventata con Serena a sinistra, non subisce ribaltoni e si finisce con un terzo posto e, soprattutto, la Coppa Italia contro l’Ancona, ultimo trofeo vinto dal club e unico alzato da Enrico Mantovani, che l’ottobre precedente era subentrato al padre.

È il miracolo, firmato da una squadra rilassata però troppo fumantina, che non è schiava di vincere e per questo dà spettacolo, certo, ma al contempo manca di cinismo. E quindi eccole, nuove delusioni. Già nell’agosto del 1994, infatti, la Supercoppa italiana va al Milan dopo i calci di rigori. Non sarà l’unica di stagione, ma almeno il calciomercato riserva ancora belle sorprese: ok, come scrive Repubblica la società continua a cedere ed è sempre «orfana di qualcuno», e nel caso di Pagliuca (all’Inter per soldi e uno Zenga attempato) oltre che dello stesso Gullit, figliol prodigo da un Berlusconi nel frattempo diventato premier per la prima volta; ma almeno, fra gli acquisti, c’è Mihajlović dalla Roma, che nella Capitale ha vissuto annate da oggetto non identificato e che Eriksson sposterà dalla mediana alla difesa, in un ruolo che per lui diventerà iconico almeno quanto le punizioni. A novembre, poi, tornerà anche l’olandese, in rotta definitiva col Milan, ma sarà un bis minato da infortuni e musi lunghi.

 Allsport UK

La squadra è quella dell’anno prima, ma più scostante e distratta. Per Lippi, appena arrivato alla Juventus, ha il «miglior centrocampo d’Italia». Però in campionato, fra alti e bassi, sarà di nuovo un deludente ottavo posto, ad appena due punti dalla zona Uefa. Occasioni sprecate, tanta generosità e poco cinismo. Fa fede anche la Coppa delle Coppe, dove la società concentra tutte le energie ma si ferma in semifinale contro l’Arsenal, ai rigori, dopo che uno sgusciante Claudio Bellucci (promosso, in emergenza, dalla Primavera all’attacco titolare) aveva portato i blucerchiati a un passo dal passaggio del turno, svanito poi per alcune incertezze di Zenga.

Tant’è: senza competizioni continentali, inizia il periodo «dell’austerity». Il Genoa retrocede, ma la Samp non sorride. Serena viene ceduto alla Fiorentina, Platt all’Arsenal, Gullit (o quello che ne resta) al Chelsea e il trio Lombardo, Jugović e l’eterno Vierchowod alla Juventus, dove insieme a Vialli vinceranno la Champions. Sono gli anni di Tanzi, Cragnotti, Sensi, Moratti e la Samp deve fare economia e rinunciare al gruppo storico. Eppure, persino nell’emergenza di certi movimenti, Mantovani jr azzecca i colpi giusti. A centrocampo pesca Karembeu dal Nantes e un Seedorf appena diciannovenne dall’Ajax campione d’Europa, mentre in avanti, con un Mancini bizzoso e sempre più smanioso di andarsene, si fa strada Enrico Chiesa, ora di rientro a Genova dopo un lungo apprendistato nelle serie inferiori. Si sblocca con una tripletta al Bari a novembre, a fine stagione mette in cascina ventidue centri – di destro, di sinistro, sottoporta, da lontano – in ventisette presenze e un ticket per Euro ’96. Peccato che la squadra, nonostante vinca all’andata e al ritorno contro la Juventus poi campione d’Europa, sconti un inizio sottotono e qualche altra ingenuità, che le costa nuove rimonte (come quella con l’Atalanta, da 2-0 a 2-3) e l’ennesimo ottavo posto, a due punti dalla Uefa.

Allsport/ALLSPORT

E in estate, quindi, Chiesa viene venduto a peso d’oro al Parma e Seedorf al Real Madrid di Capello, ma a fronte delle cessioni il mercato in entrata vanta ancora acquisti di culto. Trattenuto per l’ultima volta Mancini, a far coppia con lui arriva Montella dal Genoa, Serie B, e anche grazie agli assist del compagno passerà alla storia come miglior debuttante italiano in Serie A (ventidue gol, e record di quattro doppiette consecutive), con al petto anche la medaglia di marcatore più prolifico del 1997. Ma se si contende persino lo scudetto alla Juventus di Lippi, con tanto di vittorie a San Siro contro Milan e Inter, non è solo per una fase offensiva brillante, ma per una serie di intuizioni della società, economiche e poco celebrate. Tipo: la solidità di Laigle sulla fascia sinistra; l’affidabilità di Ferron in porta, dall’Atalanta al posto di Zenga; e le invenzioni di un giovanissimo Verón, pescato dal Boca Juniors e subito diventato padrone del centrocampo di Eriksson.

Eriksson che, tra l’altro, dopo il sesto posto finale in estate si trasferisce alla Lazio con Mancini, dando inizio al tracollo della Samp di Mantovani. Che pure in questi anni più malinconici, però, con in panchina l’esperimento Luis Menotti poi “corretto” dal ritorno di Boskov, acquista a zero un mediano come Boghossian, che da doriano vincerà i Mondiali del 1998 insieme a Karemebeu, nel frattempo al Real Madrid. E mentre Montella segna altri venti gol, arriva la 1998-1999, dove persino nel dramma di una retrocessione con la squadra smontata per i debiti (via Mihajlović, Verón, Boghossian) Mantovani riesce a garantirsi le prestazioni di un giocatore culto come Ariel Ortega e la guida di uno Spalletti poco più che esordiente. Che dire: andrà male, malissimo, specie per l’infortunio patito da Montella, che priverà per mesi la squadra del suo serpente. Forse, ci fosse stato lui, la salvezza sarebbe stata una prassi scontata. E il ricordo di Mantovani junior sarebbe più dolce di così. Come quello di chi, nella discontinuità del gruppo e nei debiti, ha regalato a Genova Seedorf e Verón.

 

 

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