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San Siro che verrà

By 30 Settembre 2019

Differenze e punti di contatto fra i due progetti presentati per il nuovo stadio di San Siro

Era in Medio Oriente e guardava in tv la Kaaba nella Sacra Moschea della Mecca, con migliaia di fedeli accalcati in preghiera. Così, con una improvvisa associazione con il rito domenicale dei tifosi allo stadio, gli era venuta l’idea di raccontare per immagini San Siro, ha spiegato qualche anno fa il regista Yuri Ancarani, nel periodo in cui il MAXXI aveva incluso nella sua collezione il suo documentario “San Siro”: «Iniziai a guardare allo stadio come un luogo di attrazione per le masse, una specie di tempio pagano».

A distanza di qualche anno, La Mecca si è data il difficile compito di proiettarsi nel futuro. E un altro tempio verrà edificato sulle macerie del vecchio. Il futuro è il tempo che Milan e Inter hanno scelto per coniugare San Siro senza il Meazza, e con la presentazione al Politecnico di Milano dei due progetti finalisti inizia la corsa verso la fase esecutiva. La Cattedrale contro gli Anelli, la rotondità avvolgente di un design conforme alla modernità contro il ritorno agli angoli acuti e l’escursione in una tradizione rivisitata: una di queste due soluzioni sarà il nuovo stadio delle milanesi.

I club hanno selezionato due approcci differenti, per certi versi antitetici, entrambi puntualmente anticipati dalla fuga di immagini, di bozze e di rendering. Nel solco estetico tracciato negli ultimi quindici anni, dall’Allianz Arena in avanti, il progetto italoamericano Manica-Cmr Sportium, “Gli Anelli di Milano”, è capace però di dare un senso narrativo alla circolarità, alla sovrapposizione e all’equilibrio, in un gioco di unioni e contrasti. Due anelli, due club, contrapposti quanto uniti nel comune progetto e nell’identità della città, ha spiegato David Manica. Tanto fluttuante e multiforme l’aspetto esterno quanto dominante l’atmosfera interna data dagli spalti, la chicca è la possibilità di proiettare sulle facciate i volti di 16.000 tifosi di diverse generazioni: una sensazione di déjà vu che rimanda alle stelle dello Stadium juventino, ma anche l’innegabile esaltazione del senso di appartenenza.

(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

Più singolare, e forse più intrisa di unicità, “La Cattedrale” concepita dagli americani di Populous. Il ritorno al parallelepipedo, dentro il quale l’intenzione è sposare l’innovazione e la tradizione dell’architettura meneghina, con il dichiarato omaggio agli stilemi del Duomo di Milano e alle sue guglie gotiche nella facciata in vetro. Al di là di essa la luce naturale di una galleria che fa eco alla Vittorio Emanuele II. La più spiccata sensibilità architettonica per il genius loci milanese e il forte potere di identificazione, come nei piani, hanno già portato dalla loro preferenze illustri. Popolous vuole creare un’icona, e nella presentazione il managing director Christopher Lee è spavaldo: “In qualunque parte del mondo si vedrà un’immagine dello stadio in tv o su un giornale si dirà: è Milano”.

Nonostante l’anima profondamente diversa dei due progetti, non mancano i punti in comune. Alcuni legati ovviamente ai dettami del masterplan condiviso dai due club, come le specificità del distretto nell’area attorno allo stadio, soprattutto in termini di sostenibilità. Oppure l’altezza dell’impianto dal suolo di 30 metri circa, per la ferma richiesta di riduzione dell’impatto visivo, che curiosamente sembra mortificare maggiormente il disegno architettonico di Populous, almeno nei rendering: medesima altezza, eppure l’arena con i due anelli sembra dominare di più lo spazio circostante. Altri funzionali, come l’avvicinamento delle tribune al terreno di gioco, l’eco-sostenibilità, l’attenta gestione dell’impatto acustico. O ancora estetici, come la differente illuminazione dell’impianto in base a quale delle due squadre sarà di casa: non proprio una novità rivoluzionaria.

(Photo by Dan Istitene/Getty Images)

Se l’immediata correlazione all’architettura della città rappresenta l’elemento sul quale puntano forte gli americani di Popolous, è invece fuori dall’impianto uno dei punti di forza del progetto Manica-Cmr, pratico nell’ammiccare ai nostalgici e al nutrito focolaio dei delusi: l’idea di tenere vivo per la fruizione il prato del Meazza, all’interno del parco diffuso nel comparto multifunzionale che sorgerà, non può non provocare qualche brivido. E anche se i club chiariscono come questa fase riguardi essenzialmente lo stadio, e fino alla definitiva progettazione e alla relativa gara internazionale per il distretto San Siro funzioni e suggestioni siano indicative, c’è già chi si lancia nell’auspicio di un mix tra la proposta per lo stadio contenuta in un progetto e la proposta architettonico-urbanistica dell’altro.

Per ora l’atmosfera da finalissima non manca, se è vero che i progettisti non si sono risparmiati reciproche schermaglie. “Non vogliamo fare una cattedrale, ma uno stadio per tutti”, ha detto in chiusura di presentazione David Manica, con una strategica accezione elitaria al concept dietro il progetto dei competitor: touché. Anche perché il potere dell’icona, la riconoscibilità e il legame con la città appaiono indubbiamente i punti di forza dell’idea di Populous, e Chris Lee ha immediatamente ricambiato la cortesia: “Il nostro non sarà uno stadio che potrebbe trovarsi a Manchester o a Mosca, sarà uno stadio per Milano e per i milanesi”, e l’accostamento non è casuale, perché a Mosca è stato appena ultimata per la Dinamo e per l’hockey la VTB Arena, su progetto (ragguardevole) di Manica Architecture.

 

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Quello dell’esclusività di uno stadio meno capiente e più elitario è uno dei grandi timori del tifoso comune, e i club sembrano esserne consapevoli. Nella loro documentazione Milan e Inter hanno infatti incluso la previsione del rialzo dei prezzi nell’elenco dei falsi miti da sfatare, pur non mancando di sottolineare che l’attuale San Siro ha una percentuale di posti corporate pari al 4%, e che la media nei grandi impianti europei si attesta sul 15%. “Uno stadio aperto a tutti” è stato uno dei mantra bipartisan più ripetuti nella mattinata al Politecnico, anche se nello studio di fattibilità dei due club è esplicito il passaggio dagli attuali 3.800 posti premium su 78.000 del Meazza ai 12.500 premium su 55.000-65.000 del nuovo San Siro. Un bel salto: di fatto, un posto su cinque circa nel nuovo impianto sarà tanto prestigioso in termini di posizione e servizi, quanto meno accessibile in termini di spesa. Se da un lato la ragion d’essere del nuovo impianto garantirà introiti consoni agli standard dei top club, dall’altro è complicato liquidare la preoccupazione dei tifosi meno premium come totalmente infondata.

 

A proposito dell’obiezione più importante, una parte non trascurabile dello studio di fattibilità, e anche dell’intervento dell’ad nerazzurro Alessandro Antonello al Politecnico, si è occupata del capitolo più doloroso: davvero non era possibile ristrutturare il Meazza? No, dicono gli studi commissionati dai club, e lo dicono per diversi motivi. Tecnici, a causa di tre livelli costruiti in tre fasi diverse, con poca interconnessione e con spazi saturi per l’inserimento di servizi attualmente quasi inesistenti per i 50.000 spettatori del secondo e terzo anello, e con un impianto “bloccato” a est da via Piccolomini e dall’area ex Trotto. Economici e sportivi, con mezzo miliardo di euro necessari alla ristrutturazione, per ottenere uno stadio ridotto a massimo 48.000 posti, con i mancati introiti e le pesanti ripercussioni della fase dei lavori sulle stagioni agonistiche delle due squadre, lontane da Milano. Concettuali, con un impianto più piccolo, e comunque irriconoscibile dopo un intervento che sarebbe invasivo e cancellerebbe in ogni caso l’identità dell’attuale Meazza.

La partita tra la Cattedrale di Milano firmata Populous e gli Anelli di Milano disegnati da Manica-Cmr si aprirà ufficialmente con la dichiarazione di pubblico interesse del Comune, che imprimerà l’accelerata definitiva a una vicenda in realtà ancora piuttosto ricca di condizionali. “Dobbiamo garantire alle squadre le condizioni per tornare a competere a livello internazionale, e ai supporter un luogo dove tornare a vivere piacevolmente la propria passione”, scrivono Milan e Inter. “I due club fanno il tifo affinché questo luogo sia proprio a San Siro”. Mentre la palla passa a Palazzo Marino per un’altra partita fatta di volumetrie, Legge Stadi e regolamenti amministrativi, ragioni d’impresa contro ragioni della politica, Giuseppe Sala sembra cogliere il senso sibillino del messaggio, e nei discorsi con i media il sindaco tiene ancora viva la meno gradita opzione di Sesto San Giovanni.

Ad oggi, meno che secondaria: vero è che darebbe le mani più libere ai club, ma a costo di vanificare le riflessioni rispetto alla riqualificazione del distretto di San Siro, e forse lasciare la patata bollente di un Meazza ancora in piedi, almeno fino alle Olimpiadi del 2026, disabitato, con un futuro incerto e una destinazione tutta da trovare. Magari rispolverando quella suggestione romantica, e probabilmente infattibile, di fare del Meazza vintage il Saint-Denis italiano. Che fantasia pazzesca e anacronistica sarebbe stata, quella di un San Siro sopravvivente: da stadio di una città a stadio di una nazione. Senza la necessità di proiettare raggi di luce azzurra per far capire di chi fosse casa.

Ezio Azzollini

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