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Sancho, un dribbling al passato

By 6 Aprile 2021
Sancho

Dopo aver abbandonato il City per una decisione di pancia, l’esterno inglese del Dortmund torna a Manchester, il suo trampolino, per fare lo scherzo in Champions a una squadra forse troppo perfetta per lui

L’erba perfettamente tagliata e umida dei campi di allenamento della Manchester City Academy è probabilmente, nell’attualità, il miglior terreno sul quale una giovane promessa del calcio britannico può sognare di formarsi. Nel caso di Jadon Sancho, tuttavia, fu praticamente il contrario. Il talento inglese classe 2000 che nell’estate del 2015 fu rapito dai talent scout della squadra di Manchester, che lo sottrasse al Watford, club nel quale era cresciuto, aveva attaccata l’etichetta di fenomeno in divenire.

Di origini caraibiche, il talento londinese calcava il modello di attaccante sgusciante e talentuoso che prima di lui avevano incarnato Theo Walcott e Raheem Sterling, due figli della nuova concezione di calcio inglese che avevano beneficiato delle loro caratteristiche genetiche da velocisti. Fulmineo con la palla tra i piedi, il giovane Sancho aveva impressionato più per i dribbling stretti rispetto ai suoi due predecessori, i quali facevano dello scatto la loro principale prerogativa.

Irriverente e scherzoso, dentro e fuori dal campo, l’attuale numero 7 del Borussia Dortmund avrebbe pagato lo scotto del suo carattere troppo giocherellone proprio al City, squadra che affronterà adesso per la prima volta nei quarti di finale di Champions League.

Sancho

(Bernd Thissen/Pool via AP)

Un tunnel di troppo

Che i campioni siano pieni di ego è un dato di fatto. E che, anche una volta affermati, finiscano con lo sbraitare come dei ragazzini, è stato dimostrato in varie occasioni. Celebre fu un filmato nel quale, durante un allenamento del Real Madrid, Gareth Bale faceva passare la palla tra le gambe di Cristiano Ronaldo in una sessione di torello. Il portoghese, paonazzo dalla rabbia, si accorse si essere stato ripreso e sfogò la sua rabbia con improperi al fortunato e improvvisato cameraman, invece di prendersela con il suo osato compagno di squadra.

Qualcosa di simile accadde in un’altra sessione di torello, stavolta nel ritiro della nazionale argentina ai mondiali di Russia 2018. In quell’occasione fu Giovanni Lo Celso a umiliare Lionel Messi con un tunnel pulitissimo. Il capitano della Selección sul momento non disse niente, ma dopo quell’episodio il centrocampista, sulla carta titolare, non giocò neanche un minuto in tutta la competizione.

Sebbene Vincent Kompany non fosse esattamente della stessa pasta di Messi e Ronaldo, anch’egli era un giocatore orgoglioso che non intendeva farsi mettere i piedi in testa da un ragazzino. In una delle amichevoli tra squadra giovanile e prima squadra il piccolo Jadon aveva puntato e sfidato l’allora capitano dei Citizens, superandolo con la risorsa più impertinente in assoluto, un tunnel che fece andare su tutte le furie il belga, il quale aveva captato l’azzardo della sfida. Proprio come un capobranco con i cuccioli, Kompany richiamò espressamente all’ordine l’insolente Sancho, che all’epoca prendeva il calcio più come un divertimento che come un lavoro.

Ancora immaturo e poco professionale, il giovane attaccante di origini caraibiche sarebbe stato dunque richiamato all’ordine da un ambiente da perfetti scolaretti nel quale l’arrivo di Pep Guardiola avrebbe portato a un ulteriore rigore dal punto di vista disciplinare. Il tecnico catalano puntava molto su di lui così come sull’attuale milanista Brahim Diaz e su Phil Foden, e nell’estate del 2017 propose a Sancho il contratto di rinnovo più ricco per un canterano affinché potesse allenarsi con la prima squadra e rompere definitivamente gli indugi.

Sancho

(foto LaPresse)

Altra velocità

L’allora diciassettenne aveva da un lato molte pretendenti e dall’altro l’opportunità di firmare un ricco contratto con una squadra perfetta per una formazione ottimale ma forse troppo graduale. Il suo obiettivo era quello di misurarsi immediatamente con una realtà esigente e il passaggio di Ousmane Dembelé dal Borussia Dortmund al Barcellona liberò un posto nella squadra tedesca. L’allora tecnico dei gialloneri Peter Bosz, olandese proveniente dall’Ajax, era il profilo giusto per lanciare un giovane di belle speranze e spinto da un’ambizione smisurata.

Sancho decise che ancora minorenne poteva fare un passo indietro per prendere la rincorsa e iniziare a scattare a un’altra velocità, e in effetti, almeno nel breve periodo, i fatti gli hanno dato ragione. Abile a giocare sia da ala sinistra sia da ala destra il britannico ha trovato al Signal Iduna Park il miglior terreno per far crescere il proprio talento da dribblomane, smussandosi poco a poco e diventando così un giocatore prezioso per la squadra tutta.

Nonostante dei problemi ai legamenti che lo tennero fermo oltre due mesi, nella sua prima stagione nella Ruhr il giovane Jadon collezionò oltre 20 presenze, e nell’annata successiva, con l’arrivo in panchina del tecnico svizzero Lucien Favre, avrebbe definitivamente trovato il posto da titolare in un attacco tutto pepe insieme a Pulisic e Alcacer, specializzandosi soprattutto nell’arte dell’assist, a dimostrazione della maturità raggiunta da calciatore di gruppo.

Dai dribbling e i tunnel fini a sé stessi, l’inglese era passato a usare la sua velocità di gambe per creare superiorità numerica e servire al meglio i compagni. La consacrazione sarebbe arrivata nella stagione 2019-20, quando in 44 partite avrebbe messo a referto 20 reti e altrettanti assist.

(foto LaPresse)

Spia ribelle

Da buon britannico cresciuto con il mito di James Bond, Sancho sarà adesso la spia del Borussia Dortmund che affronterà il Manchester City in un quarto di Champions esigente più che mai. Impalpabile nell’eliminatoria degli ottavi dell’anno scorso contro il Paris Saint Germain e in quella di due stagioni or sono contro il Tottenham, il classe 2000 ha capito che è arrivato il momento di fare la differenza a livelli importanti.

Quale motivazione più grande, dunque, di quella di poter rompere il ghiaccio contro il ‘suo’ City? Conoscitore del metodo di Guardiola e anche delle possibili debolezze difensive di Walker e Stones, suoi compagni di nazionale, Sancho è arrivato al momento della verità, oltre che al momento di dover confermare quanto bene gli abbia fatto abbandonare la perfetta accademia del City per addentrarsi senza aver compiuto la maggiore età nella foresta giallonera del Dortmund.

L’arrivo di Erling Haaland nel gennaio del 2020 ha sicuramente rafforzato il reparto offensivo dei tedeschi, i quali però quest’anno arrancano in Bundesliga e rischiano seriamente di non raggiungere il quarto posto valevole per l’accesso alla prossima Champions League, e insieme al norvegese il britannico forma forse la più completa coppia di giovani attaccanti del momento. Appena recuperato da un infortunio muscolare, Sancho avrà dunque l’arduo compito di scendere in campo subito ad alti ritmi per non sfigurare contro la squadra che lo ha formato per l’élite. Un’élite nella quale ha provato a sfondare in maniera impaziente, a suo rischio e pericolo. Quattro anni dopo la sua fuga da Manchester solo il campo potrà dire se ha avuto ragione o torto.

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