Feed

Sangue freddo e teste calde

By 27 Gennaio 2020

Nessuno tra Juventus, Inter e Lazio ha saputo gestire l’ultima giornata del mese più beffardo della stagione. Gennaio termina con una frenata comune che azzera tutto e rimette tutti in gioco

 

Gennaio è il bivio del campionato, non solo perché si trova a metà e divide il girone di andata dal ritorno. È anche il mese in cui si gioca a mercato aperto. I giocatori non sono più sicuri del loro futuro nei club, e nel caso lo siano, non hanno certezze sull’impiego perché attorno a loro i compagni vanno e vengono messi in discussione e la formazione può cambiare, escludendoli. Il paradosso, poi, è che gli allenatori che chiedono a gran voce rinforzi poi ne rimangono vittime. Devono gestire il via vai, le incertezze del gruppo che fino a qualche settimana prima sembrava impermeabile, ma sono i primi ad avere incertezze e a scivolare nel nervosismo che queste ultime generano.

Non è un caso che chi non è costretto a fare mercato sia stato più sereno in campo. È il caso della Lazio e della Juventus, prima di questa giornata. La prima rinuncia in nome dell’equilibrio finanziario, la seconda invece usa la finestra di gennaio per giugno ormai da qualche anno, anche per non mettere in discussione nessuno e ridurre le oscillazioni emotive al minimo. Sarri gode in questo contesto visto che non ha mai voluto parlare di mercato e ha sempre detto che gestisce i giocatori che gli consegna la società. Non parla di mercato, non chiede nuovi giocatori, così tranquillizza tutti i presenti. Fin troppo, però: nella Juve di scena a Napoli si è vista troppa sicurezza, al punto che la squadra si è appiattita.

Foto Fabrizio Corradetti / LaPresse

La situazione nell’Inter è opposta. Conte non è tranquillo e si vede. Ha chiesto a gran voce il mercato, giustamente viste le falle nella rosa, ma il cambiamento profondo ha minato qualche certezza nella squadra. Vecino è stato improvvisamente messo alla porta, Politano offerto a chiunque fosse disposto a comprarlo, Lazaro etichettato come inadeguato. È tutto giusto, sono giocatori che non si sono meritati protezione, ma è anche tanto da sopportare tutto assieme a metà stagione, nel bel mezzo di una corsa scudetto.

È inevitabile che ci sia una flessione mentale, una specie di scompenso. Lo è prima di tutto per Conte che deve gestire la frenesia del cambiamento, la fretta nel voler gestire una rosa definita e definitiva. Infatti in questo mese non è stato il solito Conte, energico e positivo: il suo linguaggio del corpo si è affievolito e l’Inter, con cui è in osmosi, si comporta di conseguenza. Non ha mai perso, il che certifica la crescita psicologica della squadra, ma ha pareggiato per tre volte di fila 1-1 facendosi rimontare e ha vinto solo due partite delle ultime sette di campionato.

La Lazio non ha il problema del mercato, ma quello della responsabilità nei confronti della sua ottima classifica. Nel derby infatti si è vista una delle peggiori versioni biancocelesti della stagione, eccezion fatta per l’Europa League. Inzaghi non sembra sotto pressione, ma potrebbe iniziare a esserlo la squadra di fronte alle grandi occasioni. Giocare il derby sapendo della frenata dell’Inter comporta una doppia responsabilità: affrontare la partita più sentita sapendo che una vittoria porterebbe un entusiasmo sconfinato. Bisogna essere pronti anche per gestire l’eventuale ondata di positività e non è detto che la Lazio lo sia. Nel derby per la prima volta in stagione è sembrata appesantita mentalmente, come se avesse il braccino, un pizzico di paura di continuare a vincere e diventare una seria pretendente al titolo. È diverso pensare di poter vincere lo scudetto e ammettere invece di volerlo vincere.

LaPresse.

Quella della Lazio è stata una partita opaca, il lato positivo è che Inzaghi ha saputo gestirla sorridendo al pareggio, dandogli valore. È la serenità che serve a gennaio. La rabbia di Lautaro nel finale di Inter-Genoa è il contraltare, ciò che non dovrebbe succedere ad una squadra che punta al massimo. La direzione di gara è stata pessima perché poco lineare tra gli episodi, così ha finito per alimentare la tensione nei giocatori nerazzurri, ma anche in queste reazioni si nota la maturità di un gruppo. L’Inter si sta formando, è in costruzione e si vede anche in questi particolari.

Se alzi la tensione devi essere poi in grado di sopportarla, altrimenti è meglio sgonfiarla. Lo ha fatto ad esempio Sarri per la trasferta a Napoli: sapeva che sarebbe stato accolto nel modo peggiore possibile ma ha fatto di tutto per smorzare i toni. Non lo ha fatto solo per se stesso, ma anche e soprattutto per la Juve. Pensava di assecondare così la capacità dei bianconeri di mantenere alta l’intensità mentale ma anche la lucidità, la serenità, però forse la Juve aveva bisogno di essere sollecitata, in questo momento. Troppa calma l’ha portata ad una nuova partita di gestione e a finire sotto il Napoli, che invece non vedeva l’ora di ripulirsi dai peccati di stagione. La Juve ha dato l’impressione di accontentarsi per la prima volta. È tutto così lineare e sicuro nei bianconeri che ha portato d’un tratto alla flessione mentale, ad una serata di pigrizia. Certo, si può affermare che la Juve era in una posizione di forza, essendo comunque prima in classifica, visti i risultati delle rivali, ma è anche vero che un allenatore è obbligato a percepire prima l’esigenza della squadra, che forse in questo momento era una puntura, una sollecitazione nervosa dall’interno. Ogni tanto Allegri lo faceva, sia tatticamente, ribaltando la squadra, che dialetticamente, mettendo in evidenza i difetti, mostrando le imperfezioni in una squadra ai punti perfetta. È il passo in più che Sarri è chiamato a compiere.

Foto Alfredo Falcone – LaPresse

L’ultima giornata di gennaio è quindi quella della frenata in vetta. Ci ricorda quanto il campionato sia una guerra psicologica, e quanto conti la mentalità per avere successo. È spesso una qualità sottovalutata nei giocatori, anche quando si giudica un colpo di mercato si tende ad analizzare solo l’aspetto tecnico e tattico di un calciatore, meno quello psicologico e mentale. È una qualità sottovalutata anche nei dirigenti, che in questo periodo sono più esposti, è come se fossero in campo al pari dei giocatori. Quelle piccole interviste dei direttori nei prepartita sono uno strumento potente e indispensabile per manipolare il clima attorno alla squadra, e chi le sa usare ne trova grande beneficio. È stato ad esempio troppo sorridente Paratici, come se stesse sottovalutando la partita; troppo ambizioso Tare, con una squadra che non ha ancora assorbito l’idea dello scudetto; troppo sincero Marotta, in un momento in cui lo sguardo deve rimanere sul campo. Vale lo stesso per gli allenatori, che devono alzare o abbassare la tensione a seconda della larghezza delle spalle della squadra e delle sensazioni del momento. Nell’ultima giornata di gennaio, non è riuscito a nessuno, lassù in vetta. Ora si ricomincia, sarà un nuovo mini-campionato. E di certo, sarà sempre più una guerra psicologica.

Leave a Reply