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Savicevic, il Genio a intermittenza che si accese contro la Viola

By 29 Novembre 2020

Il talento rossonero viveva di picchi altissimi e di lunghe pause. Contro la Fiorentina, nel 1993, diede vita a una delle partite più belle della sua carriera

Che cos’è il genio nel calcio? Per fortuna le versioni si accavallano e ne abbiamo di poetici, elettrici, classici, tuttocampisti, dell’ultimo passaggio, incompresi e assoluti.  Ma se vogliamo attenerci all’apodo, il Genio con la maiuscola per non confondere nessuno è uno e uno soltanto, Dejan Savicevic. Questa definizione lo connota perfettamente perché non tiene conto solo della fantasia o dell’impatto sul mondo del calcio e sulla sua storia (anche in termini di trofei vinti).

Eppure Savicevic ci “ricorda istintivamente” (locuzione rubata ad altro genio nella sua “Venezia-Istanbul”) il genio perché nell’immaginario collettivo dal 1600 in poi la genialità si accompagna proprio all’instabilità e all’incostanza da una parte, ma anche alla meravigliosa unicità e alla scoperta di un futuro possibile dall’altra.

Di Savicevic abbiamo tanti momenti di vuoto, altri di piattume incomprensibile, però anche picchi clamorosi, in cui era semplicemente di un altro tempo (dato che di un altro pianeta era l’Altro che da poco ci ha lasciato in un vuoto enorme).
Purtroppo non lo abbiamo visto in maniera assidua e non abbiamo troppi highlights e partite intere del campionato jugoslavo degli anni ’80, ma altre ne abbiamo e sappiamo cosa faceva.

LaPresse.

Nella prima partita contro il Milan immerso nella nebbia di Belgrado era letteralmente un fantasma. Baresi e Ancelotti chiusi nella stanza con Sacchi quella stessa sera, lo dicono chiaramente: “Mister, se quello gioca così non ce la facciamo”. Il giorno dopo invece il 10 non ne ha voglia e il Milan passa.

Altra partita da far vedere a chi ama l’arte è la finale di Supercoppa Europea del 1991 tra la sua Stella Rossa e il Manchester United. Si gioca all’Old Trafford e Dejan fa una partita inconcepibile, con i suoi dribbling sghembi, i cambi di ritmo continui, quel suo incedere con la palla che sembra lì lì per cadere e invece resta in piedi, come un funambolo sulla corda, come un acrobata sospeso nel vuoto. Per molti inglesi che hanno visto con attenzione quella partita, è la seconda migliore prestazione di un calciatore contro una loro squadra, dopo il Maradona del 1986.

Dopo quella partita Berlusconi, con gli occhi a cuoricino, dice sì assolutamente, per qualsiasi cosa al mondo e lo porta al Milan, dove ancora una volta se ha voglia ti piazza un pallonetto da 40 metri sulla testa di Zubizarreta, se non ne ha, allora è meglio desistere.

C’è però una partita in cui dà il meglio. Non è un match di cartello, è Milan-Fiorentina del 7 marzo 1993. Il Milan di Capello veleggia sicuro in testa alla classifica, la squadra è tre spanne sopra le altre e il Genio è quasi sempre titolare, anche se con i suoi alti e bassi. Gli avversari sono forti, anche se a fine anno andranno in B, ma non è una partita in cui dannarsi più di tanto.
E invece Savicevic la elegge come manifesto del suo periodo milanista. Inizia a fare cose meravigliose fin da subito, anche piccole, ma in cui si capisce che ci sta. Su una palla che gli arriva leggermente arretrata al limite dell’area fa un passo di danza sospeso, lo spezza a metà rispetto alla sua normale parabola. Questo frame mozzato rimbambisce completamente Effenberg che lo perde ma il tiro di sinistro esce.

La partita è costellata di movimenti e tocchi d’arte e si arriva poi al 66’. Baresi fa correre in fascia Evani, il quale crossa ma Faccenda tocca e fa innalzare il pallone. Batte al centro dell’area, e proprio in quell’istante, con  un fantastico movimento a sgusciare di fronte a Luppi, Savicevic colpisce di testa, indirizzando la palla alle spalle di Mareggini. Un bellissimo gol ma non abbiamo visto ancora niente.

LaPresse.

All’88’ prende palla a metà campo sulla destra e inizia a ballare. Non si può descrivere in altro modo quella corsa fatta di continue intuizioni, un nanosecondo dopo cancellate per fare posto ad un’altra. Una danza di tanti mondi possibili, che ancora una volta Luppi avrebbe dovuto capire in qualche modo. Ma era troppo difficile Gianluca, non ti crucciare.

Magari uno si aspetta che il grande genio del calcio decida una finale mondiale o almeno un paio di Coppa dei Campioni (cosa che oltretutto il nostro fa nel 1994), ma non si è mai geni per commissione e se la vena ti viene una domenica di marzo, noi che guardiano, possiamo solo ammirare e non dimenticare.

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