Feed

Scopigno, il filosofo che ha fatto grande il Cagliari

By 11 Aprile 2020

Il 12 aprile del 1970 il Cagliari vince lo scudetto. Merito anche di Manlio Scopigno, un tecnico unico, capace di anticipare i tempi e di tirare fuori il meglio da ogni calciatore

 

Gli occhi gonfi e un sorriso che si apre all’improvviso e si richiude quasi subito, come a voler celare un filo di imbarazzo che non dovrebbe appartenere a chi per mestiere sta sotto i riflettori. La sera di domenica 19 aprile 1970, però, Manlio Scopigno non è solo l’allenatore campione d’Italia, ma soprattutto un uomo con una voglia enorme di andarsene a dormire. Lo dice lui stesso, rispondendo alla prima domanda che Lello Bersani, conduttore della Domenica Sportiva, gli rivolge in diretta: «Di lei hanno detto lo scettico blu, l’enigmatico, il filosofo, il sornione, lo squalificato. Ma insomma, Scopigno, lei chi è? Come si può definire?». «Uno che c’ha sonno, in questo momento».

Una settimana prima, Scopigno era tornato a sedersi sulla panchina del Cagliari dopo una lunghissima squalifica. Gliela avevano rifilata perché contro il Palermo aveva apostrofato in maniera non proprio educatissima il guardalinee che aveva appena annullato a Riva il gol del pareggio per un fuorigioco di Martiradonna rimasto accasciato accanto alla bandierina dopo un contrasto.

«Quella bandierina farebbe meglio a infilarsela nel culo. Perché non va anche lei a prendersi gli applausi in mezzo al campo? Con la testa di cazzo che si ritrova non dovrebbe andare in giro, ma stare a casa a fare il pupazzo». Per via di quell’intemperanza ha seguito dalla tribuna buona parte della stagione che ha portato il suo Cagliari alla vittoria di uno storico scudetto. Era sugli spalti anche il 15 marzo, a Torino, quando Niccolai apriva le marcature del big match in casa della Juventus infilando il portiere sbagliato: «Bel gol, no?», si era limitato a commentare l’allenatore squalificato voltandosi verso il suo vicino di posto.

Bersani incalza Scopigno. Non lo tratta con la  deferenza con cui probabilmente si approccerebbe a Rocco o Herrera, soprattutto se avessero appena conquistato lo scudetto. Dopotutto Scopigno ha osato sfidare il sistema, e l’ha persino battuto: «Lei passa per essere l’allenatore più anticonformista che esista, per quanto riguarda il suo metodo di lavoro. È un anticonformismo positivo, dati i risultati. Lei come definisce la figura dell’allenatore?», domanda il conduttore. «Ma io direi che anticonformisti sono gli altri, abbia pazienza», la replica di Scopigno. «Beh, però lei, Scopigno, niente ritiri, massima fiducia ai suoi calciatori». «E allora? I giocatori del Cagliari dice che sono pochi. Non è vero che son tanto pochi, no? Sono sedici e mi sembrano sufficienti. Stanno sempre bene, sono liberi di fare quello che vogliono ma sanno quello che fanno, nessuno ha mai mancato le regole del vivere civile. Non credo che sia merito mio, penso sia merito loro».

Scopigno odiava i ritiri. Odiava pure alzarsi presto, per la verità. Così, appena arrivato a Cagliari, aveva piazzato gli allenamenti al pomeriggio. A Riva piaceva così, anche lui, come il suo allenatore, amava dormire fino a tardi. E se piaceva a Riva, alla fine, piaceva a tutti.

Gigi si alzava con calma, andava a pranzare con gli amici, qualche volta prendeva la macchina e si spingeva nell’Entroterra per sedersi al tavolo di qualche pastore, a bere birra e mangiare formaggio con lui. Poi tornava indietro e si allenava. La domenica andava a finire più o meno sempre nello stesso modo: Riva segnava e il Cagliari vinceva. Vinceva non solo perché una fortunata combinazione di casualità e competenza aveva portato l’attaccante più forte d’Italia a indossare la maglia rossoblù per non togliersela mai, ma anche e soprattutto perché aveva un grande allenatore.

© Ravezzani/Lapresse

Il Filosofo, così chiamavano Scopigno. Un soprannome che derivava dal suo atteggiamento distaccato nei confronti di tutto ciò che riteneva superficiale e frivolo e che tutto sommato aveva anche una certa attinenza con la realtà. Quando giocava a pallone, disimpegnandosi piuttosto da terzino elegante e tecnico, Scopigno aveva continuato a studiare. Non filosofia, ma pedagogia, l’arte di educare i giovani.

Forse anche per questo Scopigno sapeva leggere dentro le persone, capirle profondamente, e per farlo non aveva nemmeno bisogno di parlare troppo. Ascoltava, perlopiù, con grande attenzione, pure chi, come Riva, di parole ne pronunciava ben poche. “Il primo anno, mi vide col muso in aeroporto e mi disse: se hai bisogno, io ci sono. Come lui, mai trovato nessuno”, raccontò qualche anno fa l’ex attaccante, che non lo dimenticò mai e fu tra i pochi ad andare ai suoi funerali nel 1993.

Umanamente Scopigno aveva un peso specifico diverso. Si fidava dei suoi giocatori e da loro pretendeva soltanto rispetto. Non li controllava mai. Appena arrivato a Cagliari, alla vigilia di una trasferta di Coppa Italia, bussò alla stanza d’albergo di due di loro durante la notte. Dentro erano un gruppo ben più nutrito di quanto sarebbe stato accettabile a quell’ora. Giocavano a carte e fumavano. Sentendolo bussare, raccontò Cera, pensarono di essersi cacciati nei guai. Scopigno entrò facendosi largo nella coltre di fumo lasciata dalle sigarette appena spente. Attraversò la stanza, tiro fuori la sua cicca e chiese: “Dà fastidio se l’accendo?”. Quando lasciò la camera, pochi minuti dopo, gli occupanti abusivi della stessa lo imitarono. Il giorno dopo il Cagliari vinse 3-0. E lui si era definitivamente conquistato la loro fiducia.

Quella prima stagione il Cagliari giocò benissimo. Un calcio frizzante e arioso, non troppo lontano nei concetti da quello che l’Olanda avrebbe portato alla ribalta nel decennio successivo. Faceva sovrapporre e scambiare gli esterni, pressare gli attaccanti, impostare la manovra da dietro.

Quest’ultimo punto sarebbe sublimato definitivamente nell’anno dello scudetto, dopo l’infortunio di Tomasini, quando Scopigno decise di arretrare a libero il regista e capitano della squadra, Cera. Lo stesso anno, con l’arrivo di Domenghini, spostò alla mezzala Nené, uno che al Santos giocava al fianco di Pelé e che a Cagliari era finito a fare l’ala destra. E con Gori trovò il centravanti di manovra perfetto per aprire spazi e non soffocare Riva.

Preparava le partite meticolosamente. Seguiva gli avversari, li studiava, ne conosceva pregi e difetti. Prendeva appunti su un quadernino e poi spiegava ai suoi giocatori come affrontare il proprio uomo. Parlava a ciascuno in modo diverso, con istruzioni precise per i difensori, i centrocampisti e gli attaccanti. Quando venne squalificato per gli insulti al guardalinee contro il Palermo, commentò: “Un allenatore in panchina serve a poco, dalla tribuna si vede meglio”. Non era sarcastico, ci credeva davvero, tanto più che lui in panchina si accomodava al primo per alzarsi solo al novantesimo, dopo aver seguito la partita da seduto, in compagnia di un numero di sigarette che poteva variare a seconda dell’entità del recupero. A Cagliari aveva ridotto gli allenamenti nella convinzione che il caldo umido del sud Sardegna non si adattasse ai ritmi del Nord Italia.

“Veniamo al suo Cagliari. Ha vinto lo scudetto, lo ha vinto forse con un anno di ritardo, secondo lei?”. “No, l’ha vinto l’anno giusto. Forse con un anno di anticipo, direi”. Stavolta la domanda di Bersani, però, non è così sciocca. Il Cagliari aveva sfiorato lo scudetto nel 1969, e forse l’avrebbe vinto anche nel 1971, non fosse stato per lo sciagurato intervento con cui Norbert Hof, il boia del Prater, spaccò perone e caviglia a Riva. E forse aveva perso un po’ di tempo prima nell’estate del 1967, quando Scopigno fu esonerato per una pisciata tra i cespugli a casa dell’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, dove il Cagliari si trovava per giocare un discutibilissimo torneo con il nome di Chicago Mustangs. Gli scappava e aveva chiesto dove fosse il bagno, gli avevano indicato il giardino, e lui, serissimo in volto, aveva eseguito.

Con Puricelli al suo posto la stessa squadra passò dalla sesta alla nona posizione. Passò, soprattutto, da 17 a 38 gol subiti. Persino Riva segnò meno, e per gli osservatori il problema era chiaramente l’allenatore. Non tanto quello che c’era, quanto quello che i tifosi chiamavano a gran voce sotto la finestra della stanza di Puricelli alla foresteria della squadra: “Scopigno, Scopigno”.

Il presidente Rocca, che ne aveva voluto la testa, rassegnò le dimissioni, la squadra tornò a vincere e convincere prima ancora che il campionato finisse, bastò l’annuncio dell’imminente ritorno del Filosofo per risvegliarla. Nel giro di due anni sarebbe arrivato lo scudetto, merito dei soldi di Moratti e Rovelli, dei cross di Domenghini e dei gol di Riva, ma non meno, certamente, degli schemi e dei metodi di un allenatore che viveva nel mondo del calcio come un alieno nel nostro pianeta. E che dal calcio e da un paese ingrato sarebbe stato masticato, sputato e dimenticato. Non a Cagliari, però.

Leave a Reply