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Se il virus cambierà la natura del calcio

By 16 Aprile 2020

La pandemia sta facendo emergere nuovi problemi e vecchie contraddizioni del sistema calcio: dai diritti tv alla natura di questo sport, divisa tra un’anima sociale e una legata al business

Il basket, il rugby, il volley in Italia si fermano. I campionati non si concluderanno. Ma il calcio italiano parla di ripresa, di un riavvio della macchina possibile già per i primi di maggio. Ma nella reazione pubblica, più che accenni di ottimismo per la previsione di una luce alla fine del tunnel, si legge la critica verso un mondo di privilegiati, di viziati accusati di non volersi tagliare lo stipendio.

“Perché si dovrebbe non pagare lo stipendio a chi a marzo è stato a casa per malattia? Perché si dovrebbe non pagare lo stipendio a chi in aprile sarà in ferie forzate? Ma soprattutto perché si dovrebbe far pagare tutto il conto del debito ai giocatori, cioè agli unici che scendendo forse in campo, possono limitarlo?” si chiedeva Mario Sconcerti l’8 aprile scorso sul Corriere della Sera.

Proprio il motivo per cui i calciatori della Premier League, il campionato più ricco del mondo, hanno respinto la proposta di un taglio orizzontale del 30% degli stipendi. Per tutti.“Affrontiamo il pericolo di perdere club e campionati interi per il collasso finanziario dovuto alla pandemia. È tempo che le parti interessate concordino una strategia comune” ha detto il presidente della federazione inglese, Greg Clarke, “il calcio è un gioco di squadra e ora è il momento del lavoro di squadra”.

Pandemia Calcio

(Photo by Sebastian Widmann/Bongarts/Getty Images)

La pandemia da coronavirus, però, si sta trasformando soprattutto in una forza esogena che cristallizza e rinforza le disuguaglianze. Mette i calciatori e la Lega in contrapposizione, rischia di creare contrasti e contenziosi fra i giocatori e le società di appartenenza. Un anticipo si è avuto a Cosenza, prima della sospensione del campionato di Serie B, con la minaccia di provvedimenti da parte della società contro due calciatori che si erano rifiutati di partire per la trasferta di Verona contro il Chievo temendo di contagiarsi.

La crisi evidenzia anche la difficoltà di un sistema calcio a due velocità, che muove tre miliardi l’anno ma mostra debiti crescenti, che mette insieme Cristiano Ronaldo e oltre 4000 giocatori che guadagnano meno di 1300 euro al mese, con cui si pagano anche l’affitto di casa. Il virus, così pericoloso perché capace di mutare velocemente il suo codice genetico, può cambiare, forse definitivamente, la natura stessa del calcio.

(Photo by Philipp Schmidli/Getty Images)

Il calcio, ha scritto Raul Caruso sulla Rivista di Diritto ed Economia dello Sport nel 2008, “ha una natura multipla. Esso presenta sia alcune caratteristiche di bene di mercato sia le caratteristiche di un bene relazionale. (…) Non è infatti possibile distinguerle in maniera netta, ma esse coesistono nella produzione del prodotto calcio a tutti i livelli”. Nell’assenza del prodotto calcio, tuttavia, le due parti smettono di coesistere. La distinzione si percepisce eccome, e riprendere a giocare potrebbe non bastare per colmare la distanza.

La questione, filosofica e pratica insieme, non ha a che fare solo con la distanza tra gli ingaggi delle star e quelle di chi compone la base della piramide. Ma riguarda anche la creazione del valore del calcio per chi produce la maggior parte delle risorse: le televisioni.

In Italia, la prima traccia dello iato fra le due facce della medaglia si intuisce nell’estate del 1993. È la vigilia della stagione che porta al Mondiale negli Usa, l’ultimo a 24 squadre, con le partite in orari improbabili per accomodare le esigenze delle tv in Europa. La Serie A si prepara alla grande rivoluzione, il posticipo sulla pay-tv. Per 45 miliardi di lire, Tele+2 si assicura 28 posticipi di Serie A la domenica sera e 32 anticipi di Serie B il sabato alla stessa ora.

Si parte con Lazio-Foggia il 29 agosto. Il calendario delle partite in pay-tv, si legge sull’Unità, prevede cinque passaggi in Serie A per Milan, Inter e Juventus, e altrettanti in Serie B per Ancona e Fiorentina. “E siccome la ripartizione degli utili (…) tra le trentotto società sarà scandita dalle presenze sullo schermo, ecco che i più ricchi incrementeranno ulteriormente i guadagni, mentre i «poveri» dovranno accontentarsi delle briciole”.

Il calcio della pay-tv, dichiara Giampiero Boniperti a Maurizio Crosetti per Repubblica il primo agosto 1993, “non mi entusiasma proprio, forse dovevamo opporre più resistenza, qui si rischia di falsare i valori. Troppo business, poco sport, troppi condizionamenti. C’ è la crisi, d’ accordo, c’ è il totocalcio che sembra gruviera ma io credo che la federazione potesse trovare i soldi in altro modo. Ormai comandano le piccole società, quelle con l’acqua alla gola. Perché fanno numero”.

L’andamento successivo del calcio-business renderà chiaro che la vittoria è affare di pochi, di chi non fa numero ma conta. Qui si apre la prima grande frattura. Il calcio come esperienza collettiva e condivisa, tutti allo stadio alle 3 della domenica, tutti con le radioline poi tutti a guardare 90°minuto e la differita di un tempo della partita di cartello, si sgretola. Il calcio, pur sempre un bene relazionale perché le squadre non possono giocare da sole, non è di tutti. Lo afferma chiaramente Luciano Nizzola, allora presidente della Lega di Serie A e B.

“Sicuramente incasserà di più chi giocherà un maggior numero di volte la sera per la pay tv. A tutte le società dovrà comunque essere assicurata un’ apparizione” , dice. “Quando sento parlare del calcio come bene pubblico mi viene da sorridere. Pensare che solo la tv pubblica possa trasmettere il calcio è davvero eccessivo. Non credo che trasmettere le partite con segnale criptato possa costituire un rischio per noi, nel senso che i tifosi possano disaffezionarsi allo stadio. Mentre invece sicuramente dei benefici potrà trarne la pay-tv”. Per Bartolo Consolo, all’epoca vicepresidente del Coni, “il calcio è un fenomeno sociale e non e giusto lasciarlo ad una pay-tv”.

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Già nel 1997 la Commissione Europea, nella comunicazione “Televisione senza frontiere e principali avvenimenti (sportivi)” sottolinea come “il settore degli sport si avvantaggia della nuova dimensione finanziaria dei diritti esclusivi”. Ma dall’altro lato, “il rischio di controllo sui diritti e il basso tasso di penetrazione della TV a pagamento ha indotto a porsi i problemi della concorrenza leale e dell’accesso del pubblico alle ritrasmissioni di avvenimenti di grande importanza per il cittadino”.

Il campionato di calcio, almeno in Italia, non rientra però nella categoria degli eventi sportivi di interesse generale che, per questo, devono essere trasmessi sui canali in chiaro. Lo sono invece le finali degli Europei e dei Mondiali e tutte le partite della nazionale, qualificazioni comprese, le finali e le semifinali di Champions e di Europa League se ci arrivano squadre italiane.

Non esiste, dunque, né obbligo né previsione di diretta in chiaro nel bando con cui si assegnano i diritti tv per la Serie A, motivo per cui sarebbe servita una particolare deroga per mandare in chiaro Juventus-Inter, giocata a porte chiuse prima della sospensione del campionato per il coronavirus. È questa l’impostazione prevalente nei principali campionati europei, con l’eccezione della Spagna dove una partita di Liga a settimana viene trasmessa in chiaro come previsto dalla Ley General de la Comunicacion Audiovisual del 31 marzo 2010.

Le diverse scelte nazionali riflettono la differente visione dell’importanza sociale del campionato di calcio. E questo poi si traduce nelle differenti reazioni del pubblico dei tifosi alle notizie sulla possibile ripresa della stagione, alle contrapposizioni tra le leghe e i calciatori. O alle richieste di aiuti governativi, apparentemente impopolari sia che si tratti di ammortizzatori sociali per i calciatori delle serie inferiori, sia che si tratti della richiesta di un nuovo “decreto salva calcio”.

Vista la natura complessa del prodotto calcio, le scelte in materia televisiva si stanno riflettendo anche nelle iniziative di oggi di governi, leghe, sindacati calciatori in Italia e in Europa. In Germania, ad esempio, il Bayern Monaco per prima è tornata ad allenarsi in gruppi: pochi giocatori alla volta, spogliatoi separati per ciascun turno, nessun contrasto e rispetto garantito della distanza di sicurezza. Negli stessi giorni molti tifosi sui social network hanno definito “inaccettabile” l’iniziativa di Jose Mourinho, allenatore del Tottenham, di allenarsi in un parco con il centrocampista Tanguy Ndombélé.

Pandemia Calcio

Una sessione di allenamento del Bayern Monaco di Hans-Dieter Flick durante la pandemia (Photo by Sebastian Widmann/Bongarts/Getty Images)

Le contrapposte reazioni ai primi tentativi di uscire dall’emergenza, che hanno a che fare con l’oscurità dell’orizzonte e la percezione locale del pericolo, riporta tutti al ruolo del calcio nella vita delle comunità. “C’è più rischio in una sgambata pomeridiana all’aperto, o in otto ore di lavoro alla catena di montaggio, o ancora sui camion della nettezza urbana?” si chiedeva Alessandro Barbano l’8 aprile sul Corriere dello Sport. “Ammettiamo che, in base ai criteri dell’emergenza con cui selezioniamo in questi giorni i nostri bisogni, il calcio non è essenziale, e non è neanche essenziale a qualcosa di essenziale. È inessenziale, come lo sono i sogni, le grandi emozioni, le passioni che in un’altra vita, appena un mese fa, nutrivano le nostre giornate”.

In nome di questa inessenzialità così importante, e dei soldi delle televisioni, mentre i cittadini potranno salire sugli autobus solo con guanti e mascherine e in pochi alla volta, si chiede ai protagonisti del calcio di tornare in campo e accettare una situazione di rischio potenzialmente maggiore. In uno scenario simile, in cui gli stessi comportamenti dei tifosi sono destinati a cambiare, il calcio potrebbe scoprirsi più compatto. Oppure spaccarsi definitivamente e non tenere più insieme le sue due anime.

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