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Sebino Nela, il lato poco cool del calcio

By 9 Febbraio 2021

Ruvido, spigoloso, solitario, orgoglioso e passionale. L’ex difensore è un uomo difficile da inquadrare ma che, a modo suo, è riuscito a entrare nel cuore dei tifosi. E ora si racconta con un libro uscito qualche settimana fa con Piemme.

Personaggio spigoloso, Sebino Nela. I più attempati – o di ogni età, se romanisti – lo ricordano per i dieci anni da tuttofare della difesa giallorossa negli Ottanta, cosce d’acciaio e sguardo da Tarzan; c’è stato nello Scudetto del 1983, nel dramma del Liverpool all’Olimpico e di nuovo nella finale di Coppa Uefa del 1991, contro l’Inter. Invece per chi non ha vissuto quelle stagioni, comunque, è il volto da prima serata, l’analista delle telecronache con Pardo e Piccinini, la voce affezionata più al gesto tecnico che alla tattica. Ma nonostante questa lunga e pure doppia frequentazione dei piani “alti”, è rimasto uno difficile da inquadrare, ruvido, impenetrabile a stereotipi che, sì, appiattiscono ma rendono anche così conoscibile quel mondo a chi ne rimane fuori. Ecco: nel suo caso, persino definirlo un outsider del grande calcio risulterebbe riduttivo, specie per l’ombrosità schiva che lo segna.

E quindi, chi è Sebino Nela? «Un orso», si risponde da sé ne Il vento in faccia, la sua autobiografia da poco uscita per Piemme, scritta con l’aiuto di Giancarlo Dotto, giornalista. E nel farlo rimarca un carattere solitario e orgoglioso, però passionale, solo apparentemente burbero, comunque non a caso «brutto forte».

Di certo – spiega all’inizio, per depennare ogni dubbio in merito, perlomeno sulle intenzioni di chi racconta – questo non vuole essere il classico libro di memorie, tutto aneddotica, retroscena e pettegolezzi; che poi ci riesca o meno è un altro conto, ma salvo qualche momento forse inevitabile visto il tipo di narrazione, l’impressione è di avere davanti un lavoro atipico, una geografia sentimentale che parte dalla Genova in cui è nato (e dal Genoa in cui è cresciuto, entrando grazie a una raccomandazione, senza farne mistero) alla Roma di cui è diventato figlio. Con tanto di contraddizioni, passaggi che lasciano perplessi, contestabili; prendere o lasciare, ci avvisa.

Perché è il prezzo, questo, che viene da pagare quando la Serie A giocata si trasforma solo in una delle cose della vita, e rimane sullo sfondo: mestiere privilegiato di un ragazzino che si fa uomo non appena finisce l’allenamento e mette piede fuori nella vita di tutti i giorni; trascorso luminoso di cinquantenne che si trova a combattere un cancro che ha già decimato la sua famiglia. Lui, che dialoga «con la morte ogni giorno», nella minaccia di un possibile ritorno della malattia, adesso si promette di «far capire alla gente che ci segue quanto siano vulnerabili i loro eroi», e che «il calcio è una bella e redditizia illusione, ma poi c’è la vita reale». Derubrica il pallone insomma, mettendo in primo piano i problemi di salute, l’alluvione di Genova del 1970, un matrimonio ingenuo, precoce, terminato con divorzio e tossicodipendenza della ex moglie. Nela, all’epoca, indossava «una maschera», si allenava sorridente, dissimulava: ma in realtà viveva la quotidianità come un incubo.

LaPresse.

Poi certo, dicevamo, non mancano aneddoti di rito – Liverpool, Lecce, il divorzio dalla Roma: tutto da programma – e qualche giudizio sugli allenatori, tra cui una staffilata insolita nei confronti di un Boskov che quasi tutti i colleghi, al contrario suo, ricordano con affetto. Ma a dominare, in questo flusso di coscienza introspettivo, fatto insolito sono l’emotività sulle vittorie, i sentimenti sul gol. E, in generale, quel lato impopolare del calcio da cui molte biografie patinate, classiche, restano alla larga: i derby del dopo Paparelli, rinunciatari per entrambe le squadre «per paura» di violenze delle tifoserie; lo shock mai sopito intorno al suicidio di Ago; la depressione diffusa fra i giocatori, l’angoscia per gli infortuni, Pruzzo che vomita prima delle partite per l’ansia; i pianti; i rapporti nello spogliatoio spesso «superficiali» e quelli con la madre e una delle sorelle, chiusi per sempre. Oltre, ovviamente, ai momenti in cui il pallone diventa niente nel deserto della chemioterapia (raccontata in un capitolo da brividi, lucido e introspettivo, da leggere anche se non interessati al personaggio), quando «non puoi fare niente», solo appellarti al destino.

Delle partite vere e proprie, quindi, qui non arrivano i ricordi degli scudetti ma le debolezze, l’ansia da prestazione, il crescere dentro tutto ciò. E sui compagni, un insolito pudore. Poi, chiaro, nell’assoluta libertà di parola diversi passaggi finiscono con l’essere più che controversi. Due esempi un po’ discutibili: il rimpianto del calcio che fu, quello – pare – coi tacchetti chiodati, perché «da veri uomini»; il prendersela con l’antirazzismo italiano e il “regime della paura” del Covid. Si scivola nella retorica, anche se va detto che si tratta dello stesso Nela che, qualche pagina dopo, si batte con lucidità rara fra i colleghi per il riconoscimento del calcio femminile.

Foto LaPresse Torino/Archivio storico

E sicuro, allora, può trattarsi di contraddizioni, al netto di alcune pagine davvero controverse. Ma Il vento in faccia non è didascalico, non si premette di informare o nobilitare le opinioni del protagonista. È un ritratto sincero, con ombre e ingenuità sparse, non ostentate ma neanche nascoste, e che proprio per questo riesce a differenziarsi dalle altre biografie. Da un lato perché tocca argomenti che latitano nei resoconti dei colleghi e di cui probabilmente il pubblico ha anche bisogno, abituato com’è a immaginare un calcio ovattato, che probabilmente non esiste neanche. Dall’altro, al di là delle argomentazioni in sé, come romanzo di formazione – nei toni come nel contenuto – sa essere davvero sincero e coerente col personaggio, sbavature annesse. Del resto che Nela non fosse un tipo facile da descrivere coi mezzi di sempre era chiaro da tempo, no?

 

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