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Sei storie che raccontano questa Europa League

By 22 Ottobre 2020

Parte oggi la seconda competizione continentale, una competizione dal casting meno lussuoso rispetto a quello della Champions, ma infinitamente più variegato. Ecco sei storie che raccontano l’essenza di questa edizione.

La partita da Europa League, in questa Europa League che apre i battenti oggi, probabilmente c’è già stata. Il preliminare Rio Ave-Milan, con l’incredibile epilogo dei rigori a oltranza, ha concentrato in poco più di due ore di Epica Etica Etnica Pathos – per dirla con i CCCP, il cui trentennale del loro ultimo album è caduto proprio qualche settimana fa – l’essenza di una competizione dal casting meno lussuoso rispetto a quello della Champions, ma infinitamente più variegato. Quattrotretre ha scelto sei storie per introdurre l’edizione 2020-21. 

Si potrebbe applicare anche il calcio la nota frase del compianto Alberto Arbasino: “[…] c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di brillante promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro”. Comprimendo l’arco temporale, la sostanza non cambia nemmeno per i calciatori. A 23 anni nessuno è più una brillante promessa, quantomeno fuori dal calcio italiano (chi si ricorda Luca Antonini giovane a 27?), ma la strada che porta allo status di venerato maestro è ancora lunghissima. Nel mezzo, un magma di promesse mancate, normalizzazione su standard medio-alti, oneste carriere e, in alcuni casi, anche di stronzaggine che non trova corrispondenza con quanto mostrato in campo.

Oggi la classe che si trova in piena terra di mezzo è quella del 1997, dove i ridimensionamenti sono maggiori delle conferme. Breel Embolo, Ousmane Dembele, Emre Mor e Renato Sanches da una parte, Marcus Rashford e Gabriel Jesus dall’altra. E poi c’è Youri Tielemans, un caso quasi unico: a 23 anni, 312 partite giocate da professionista, 46 delle quali in Europa (alla prima in Champions aveva 16 anni e 4 mesi). Il centrocampista del Leicester City è sempre stato un giocatore da addetti ai lavori. Nelle giovanili dell’Anderlecht la scena se la prendevano Januzaj e Musonda jr., nella squadra del suo primo titolo – arrivato nella stagione del debutto da pro, a 16 anni e 82 giorni – si parlava di Mitrovic, Mbemba e Praet. Con quest’ultimo ha ricostruito il sodalizio proprio nelle Foxes: non saranno (ancora) venerati maestri alla Witsel e De Bruyne, ma ne rappresentano una credibile surroga. Tielemans non ha mai sbagliato una stagione, forse anche perché le squadre ha sempre saputo sceglierle. Il Leicester City di Brendan Rodgers è un po’ come lui, ovvero una calibratissimo mix tra esperienza e freschezza. Tra il Josè Mourinho con due Europa League in bacheca e l’Arsenal finalista 2019, il guizzo inglese potrebbe proprio arrivare dalle Foxes.

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Qualificazione in Europa in tre anni. Quante volte è stato detto, soprattutto da una proprietà straniera fresca di acquisizione di una società calcistica che, con tutta probabilità, una dozzina di mesi prima nemmeno sapeva che esistesse? Al rito non si è sottratto nemmeno l’imprenditore cinese Jiang Lizhang al momento del passaggio di consegne del Granada, avvenuto nel 2016, dalla famiglia Pozzo nelle sue mani.

Contro ogni previsione ha mantenuto la promessa, e poco importa se di anni ce ne sono voluti quattro anziché tre, perché per il club andaluso si tratta della prima presenza internazionale in 89 anni di storia. L’Europa League è davvero una España League, e non solo per i successi griffati Liga nella storia ormai decennale della competizione, ma anche per il rendimento medio delle squadre spagnole nella coppa: la finale raggiunta dall’Athletic Bilbao, le due semifinali del Villarreal, i quarti del Getafe, gli ottavi del Levante. Tradizione e blasone importano poco: le spagnole raramente deludono.

Il Granada è la dodicesima squadra iberica a prendere parte ai gironi di Europa League e davvero la sua traiettoria assomiglia a un’impresa, viste le premesse della nuova proprietà cinese, che nei suoi primi due anni di gestione ha cambiato otto allenatori, fallendo tutto gli obiettivi stagionali: la salvezza nel 2016-17, la promozione nel 17-18. Fino a quando nel tourbillon è stato pescato Diego Martínez Penas, tecnico dalla carriera anonima fino a quel momento, che in tre anni ha costruito il salto dalla Segunda Division all’Europa. Lo ha fatto senza nemmeno rinunciare a qualsiasi principio di calcio propositivo come fatto dal collega Josè Bordalas al Getafe, basti citare il 4-4 contro il Valencia e il 4-0 sull’Athletic Bilbao. Una squadra quadrata dove il collettivo è superiore alla somma dei singoli giocatori (si veda l’attacco, composto dal veterano Roberto Soldado, dal bomber di Tercera e Segunda B Antonio Puertas e dall’oggetto misterioso di Udine Darwin Machis). Una formula sufficiente per andare oltre i pronostici.

Sebastian Hoeneß (Photo by Frederic Scheidemann/Getty Images)

Figli e nipoti d’arte, a Hoffenheim il dna calcistico è di famiglia. In panchina siede Sebastian Hoeneß, salito agli onori della cronaca a fine settembre per il 4-1 rifilato dai suoi ragazzi al Bayern Monaco, ma che i più attenti avevano già notato la scorsa stagione quando aveva vinto la Dritte Liga (terza divisione) con il Bayern II. Figlio di Dieter e nipote di Uli, che però da presidente si era opposto al suo ingaggio nei bavaresi, Hoeneß jr. è l’ennesimo tecnico tedesco cresciuto sotto l’ala di Ralf Rangnick, conosciuto da calciatore proprio nell’Hoffenheim e poi seguito al RB Lipsia come osservatore e allenatore delle selezioni under-16 e under-17. Poi il passaggio al Bayern su invito di Hermann Gerland, lo storico elemento di raccordo tra vivaio e prima squadra, che in Hoeneß jr. vedeva un elemento in grado di portare, grazie alla sua formazione, una ventata di novità in un ambiente caratterizzato da una filosofia ormai sedimentata. Nessuna pretesa né volontà di svecchiamento, solo un tentativo di confrontarsi con qualcosa di diverso.

Con l’Hoffenheim per Sebastian Hoeneß è invece arrivata la prima grande occasione, come in passato accadde a Hansi Flick (ma non funzionò) e Julian Nagelsmann (andò molto bene). In rosa il talento emergente si chiama Bogarde ed è proprio parente di Winston, difensore di Ajax, Milan, Barcellona e Chelsea. Classe 2002 scuola Feyenoord, debutto in Bundesliga a 17 anni, rispetto allo zio – che oggi lavora all’Ajax come assistente di Erik Ten Hag assieme all’altro incubo dei tifosi milanisti Michael Reiziger e all’ex Juve Christian Poulsen – Melayro è più duttile e può giocare difensore centrale (il suo ruolo naturale), esterno basso o mediano. 

Per risalire alla prima partita da allenatore di Dick Advocat in una competizione europea per club bisogna tornare al 12 settembre di 25 anni fa, quando l’Europa League si chiamava ancora Coppa Uefa e il suo Psv Eindhoven fu ospitato dai finlandesi del MyPa. Tre dei giocatori in campo sono diventati allenatori: Phillip Cocu, Wim Jonk e Ernest Faber. Uno è invece passato alla storia come il Fenomeno, al secolo Ronaldo Luis Nazario de Lima, in quel tardo pomeriggio schierato in campo accanto a un attaccante definito a posteriori dal brasiliano “il miglior compagno di reparto che abbia mai avuto”, ovvero il belga Luc Nilis. Eppure già all’epoca Advocaat era tutt’altro che un novellino, essendo nel giro delle panchine da una quindicina di anni, vale a dire dei primi ’80 quando, con tre promozioni consecutive e un filotto di 67 partite senza sconfitte (record in Olanda) alla guida del DSVP, aveva attirato l’attenzione di Rinus Michels, che lo aveva ingaggiato come suo vice in nazionale.

Dick Advocaat (Photo by Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

Oggi Dick Advocaat, 73 anni compiuti lo scorso 27 settembre, guida il Feyenoord ed è uno dei più vecchi allenatori nella storia della seconda competizione europea. Un’Europa League che ha già vinto nel 2008 con lo Zenit San Pietroburgo, uno dei picchi di una carriera mai vissuta con le stimmate di maestro di calcio e, forse, proprio per questo così longeva, impermeabile ai (fisiologici) fallimenti ma nemmeno eccessivamente schiava di una bacheca comunque non disprezzabile (14 trofei, tra cui titoli nazionali in tre paesi diversi). Anche perché certe positive esperienze vissute in tarda età non sono materiale da almanacchi, si veda il pionieristico lavoro di ricostruzione della nazionale belga (2009-2010) e il tutoraggio di Giovanni van Bronckhorst che ha posto le basi per il titolo vinto dal Feyenoord nel 2017 per la prima volta dal 1999.

Advocaat è subentrato in corsa sulla panchina del club di Rotterdam lo scorso anno, raccogliendo una squadra che Jaap Stam non riusciva a far uscire dal pantano di metà classifica e portandola, senza alcun intervento su mercato (il Feyenoord non ha soldi), fino al secondo posto, prima della cancellazione della stagione olandese. Un lavoro talmente apprezzato che gli è valso quel prolungamento di contratto nemmeno cercato alla vigilia. 

L’Europa torna a ospitare una rappresentante del Club dei Pionieri, associazione riconosciuta ufficialmente dalla FIFA che raccoglie i club più antichi e storici del mondo. Si tratta dell’Anversa, la grande vecchia del calcio belga – infatti il nick della squadra è The Great Old (detto proprio in inglese, non in fiammingo). 140 anni di storia, 25 di assenza dalle coppe (se si escludono play-off e Intertoto) e una partita da tramandare di generazione in generazione. La finale di Coppa delle Coppe persa contro il Parma nel ’93? No, il primo turno di Coppa Uefa di quattro anni prima contro il Vitocha Sofia:al minuto 89 i bulgari conducono 3-1 dopo lo 0-0 dell’andata. “Signore e signori, è finita”, commenta il telecronista di BRT Frank Raes. Segna Claesen, ma è un brodino, anche perché l’Anversa è in dieci. Nei 6 minuti di recupero, miracolo al De Bosuil Stadion: belgi in rete con Claesen e Quaranta, 4-3 e clamorosa qualificazione.

Dieumerci Mbokani ai tempi dell’Hull City (Photo by Matthew Lewis/Getty Images)

Il 2020 è l’anno dei ritorni per la città belga più popolosa (500mila abitanti contro i 100mila della Bruxelles “vera”, ovvero esclusi i 19 circondari amministrativamente autonomi), visto che dopo 16 anni di vuoto (causa fallimenti e retrocessioni varie) si disputerà il derby cittadino Anversa-Beerschot. Una rivalità ferocissima, basti pensare che in occasione dell’Europeo del 2000 Anversa non ospitò alcuna partita perché i due club si rifiutarono di condividere un nuovo stadio previsto appositamente per l’occasione. Meglio a bocca asciutta che dividere il piatto con gli “altri”. Fedele al suo nick, la stella dell’Anversa odierno è il veterano Dieumerci Mbokani, 35 anni e un fiuto del gol non ancora pronto per la pensione.

Tre trasferte, 13.720 chilometri. Capita se bisogna affrontare tre viaggi in un altro continente, l’Asia per la precisione, dove si trovano Sivas, Baku e Tel Aviv, le tre destinazioni del Villarreal nel suo girone. La prima sarà in Azerbaigian, nella cui capitale c’è la sede del Qarabag, la squadra senza casa – perché Agdam, dove è stato fondato il club, è una città fantasma – dalla storia ormai raccontata a più riprese. Una società calcistica dalle due anime: figlia di un conflitto, quello del Nagorno-Karabagh tornato a incendiarsi nelle ultime settimane, ma anche controllata da una ricca e potente holding, la Azersun, che l’ha portata a vincere sette titoli nazionali consecutivi. Le ferite delle origini unite al lusso del presente: un incastro particolare.

La seconda tappa è a Tel Aviv, dove le dinamiche conflittuali sono, se possibile, ancora più tese. Il giornalista israeliano Uri Misgav ha spiegato come in Israele “non esiste la cultura del tifo, ma solo quella dell’odio”, frutto di una società fortemente frammentata al proprio interno e nella quale i conflitti – politici, religiosi, economici e sociali  – sono all’ordine del giorno. Il Maccabi è una delle squadre più ricche del paese; in caso contrario non avrebbe potuto permettersi tre anni fa di ingaggiare come tecnico Jordi Cruijff, tipico esempio di cognome talmente grande da consentire fama e ingaggi che prescindono da qualsivoglia risultato. Il Maccabi Tel Aviv ha vinto gli ultimi due campionati, ma nel frattempo Cruijff jr. ha cambiato altre tre panchine (Cina, Ecuador, di nuovo Cina). Molto meno blasonato, e con un background più tranquillo, il Sivasspor, ultimo approdo del Villarreal. Siamo nella Turchia asiatica, più vicini ad Aleppo che alla capitale Istanbul, in una fredda località dove tra dicembre e marzo la temperatura non supera mai lo zero. Qualche dato: zero titoli in bacheca, terza partecipazione in assoluto alle coppe europee, sei le maglie cambiate in Italia da uno dei giocatori chiave della squadra, il centrocampista Isaac Cofie.

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