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Serginho Chulapa, l’attaccante che scompariva nella Selecão

By 24 Dicembre 2020

Letale nel campionato brasiliano, goffo e allergico al gol in Nazionale. Ecco la storia di una punta che è stata fagocitata dalla maglia numero 9 della Selecão

Ieri Serginho Chulapa ha compiuto 67 anni. Se nel campionato brasiliano è stato uno degli attaccanti più pericolosi e letali di tutti i tempi, non si può dire la stessa cosa quando gli è stata affidata la numero 9 della Selecão. In verdeoro Serginho ha messo in mostra un autentico repertorio di occasioni gettate ai rovi, di clamorosi errori e di maldestri tentativi di addomesticare il pallone. Il culmine l’ha toccato ai mondiali spagnoli, risultando l’anello debole della squadra di Tele Santana. E se il compianto Paolo Rossi ha fatto piangere il Brasile, Serginho ha fatto sbellicare dalle risate i suoi più severi detrattori.

Eppure, esiste un rovescio della medaglia che andrebbe raccontato, e che in qualche modo potrebbe persino riabilitare Serginho da quello status di paracarro prestato al calcio. Il “mestre” Telê Santana non lo chiamò per lasciargli esprimere un qualche potenziale offensivo o per mettere a ferro e a fuoco le aree avversarie. Nelle intenzioni del commissario verdeoro Serginho avrebbe dovuto indossare i panni della boa, della sponda che consentisse ai tre tenores, Socrates, Zico ed Eder, di infilarsi in area di rigore approfittando degli spazi preparati dal centravanti del Sao Paulo.

A questo punto però diventa fondamentale ricordare l’abilità da stratega e la lungimiranza di Santana, che nel 1982 inventò il modulo 4-2-3-1, in voga anche e soprattutto al giorno d’oggi. Con una difesa schierata in linea (da destra a sinistra, Leandro, Oscar, Luisinho e Junior), il Brasile si affidava in sala macchine a Falcao e Cerezo. Così il tanto sbandierato attacco a quattro punte non era altro che un attacco a una sola punta (Serginho), con Socrates a destra, Zico al centro ed Eder a sinistra che agivano alle sue spalle.
Alla Selecão andò tutto bene fino a quando non incrociò l’Italia al Sarrià. Al di là delle marcature preparate da Bearzot, che fecero storia, il “vecio” riuscì a neutralizzare buona parte delle scorribande della canarinha facendo leva sull’anticipo sistematico di Serginho. Collovati, e dopo il suo infortunio, Bergomi, lavorarono a stretto contatto con il centravanti brasiliano, impedendogli di impossessarsi del pallone, fino a creare un vero e proprio circuito tra lui e i tre fuoriclasse. Fu di sicuro una delle chiavi di volta della partita, risolta poi da un Paolo Rossi in stato di grazia.

(Photo by Alexandre Schneider/Getty Images)

Del 4-2-3-1 Santana fu un precursore, anche se sono in pochi a ricordarsene. La paternità del modulo viene attribuita a Vicente Del Bosque, che nel 2002, alla guida del Real Madrid dei Galacticos, si trovò nella condizione di optare per la medesima impostazione tattica per far convivere Ronaldo (il Serginho della situazione, non ce ne voglia il Fenomeno…) con Figo (a destra), Zidane (in mezzo) e Raul (a sinistra) alle sue spalle. Oggi, come accennato, questo modulo è stato adottato come un dogma, oppure in corso d’opera, praticamente da tutti i grandi manager del calcio mondiale.

Tornando a Serginho, la partita del Sarrià fu il suo canto del cigno, ma anche di altri artisti di quel fenomenale Brasile. La Selecão tornò in campo dopo la beffa contro gli azzurri solo il 28 aprile dell’anno successivo in un’amichevole contro il Cile. Per la cronaca il centravanti scelto dal nuovo ct Parreira fu il futuro “napoletano” Careca. Oggi Serginho lavora per il Santos, alternando la guida del settore giovanile a quella di tecnico ad-interim santista quando la situazione dei Peixe diventa rovente. Interpellato sulla partita del 5 luglio 82, ricorda, riaprendo uno dei cassettini della memoria, di aver saggiato l’abilità di Beppe Bergomi. “In carriera non avevo mai visto un ragazzo così giovane giocare con tanta serenità mentale. Era destinato a diventare un leader”.

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