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Parola alla difesa

By 21 Agosto 2019

Nella prossima Serie A, le squadre di vertice si divideranno tra linea a tre e a quattro

Quattro delle prime 8 squadre italiane useranno la difesa a 3. Di queste, 3 sono abitudinarie (Atalanta, Lazio, Torino) e non hanno mai pensato di cambiare sistema di gioco, mentre l’Inter ha modificato assetto passando da Spalletti a Conte. Giocheranno con una linea a 4, invece, Juventus, Napoli, Milan e Roma: 3 di queste hanno un nuovo tecnico (Sarri, Giampaolo e Fonseca), che però non è mai stato sfiorato dall’idea di impostare la squadra con un tridente difensivo. L’equa divisione delle scelte tra le prime del campionato è rilevante in relazione alla considerazione che molti conservano nei confronti della difesa a 3, e cioè che non sia un sistema vincente, che sia adatta a squadre di medio-basso livello, non a quelle che vogliono competere per il massimo.

La difesa a tre si sta facendo largo soprattutto in Italia perché i tecnici italiani, più di altri, l’hanno usata negli anni passati, e a lungo andare hanno sviluppato dei meccanismi per valorizzarla. All’estero non viene considerata come in Serie A, quasi tutte le grandi squadre giocano a quattro. E lo fanno, in estrema sintesi, per tre motivi: primo perché i moduli a tre vengono considerati “meno spettacolari”, più difensivi, reattivi anziché proattivi; secondo perché costruire una rosa per la difesa a tre richiede più specialisti, calciatori più rari sul mercato che con un ritorno ad un modulo a quattro (in occasione, magari, del cambio di allenatore) rischiano di diventare inutilizzabili; e terzo perché si pensa sia più difficile da assorbire, che richieda più tempo e di tempo gli allenatori, soprattutto nei grandi club, non ne hanno mai abbastanza.

(Photo by Fred Lee/Getty Images).

La difesa a tre, nella Liga è quasi del tutto ignorata, in Premier è stata ed è usata solo da tecnici tatticamente virtuosi provenienti dall’estero come Conte o Emery, che cercano di ottimizzare le caratteristiche dei giocatori a disposizione e, di tamponare una carenza qualitativa nei difensori in rosa. La difesa a tre è infatti un espediente per proteggere difensori non di primissimo ordine: essendo basata su meccanismi di protezione reciproca, espone meno i difensori al rischio, mettendoli nelle condizioni di poter anche sbagliare.

In definitiva, dà sicurezza anche a chi è meno sicuro di sé e delle proprie potenzialità. È una soluzione “offensiva” alternativa per Guardiola, che la sfodera per variare la costruzione dell’azione in risposta a particolari tipologie di pressione. È più considerata in Bundesliga, e non è un caso: il calcio iperintenso tedesco si basa sulla difesa in avanti, principio di gioco che ben si sposa con la linea a tre, più malleabile, più snodata, più liquida. È adatta al calcio di pressione perché consente ai terzi di difesa di aggredire in avanti senza timore di lasciare scoperto lo spazio alle spalle, coperto a sua volta dal centrale (l’uomo in più, assente nella linea a quattro), e di conseguenza è anche utile a tamponare la profondità che le squadre aggressive si ritrovano spesso a concedere.

(Photo by Carlo Hermann / AFP)

La difesa a tre consente anche di valorizzare dei terzini vecchio stampo, più adatti a difendere che ad attaccare, più di posizione che di proiezione, che possono essere adattati come terzi (sul centrodestra o sul centrosinistra, beninteso). Gasperini, ai tempi del Genoa, utilizzò con successo Ansaldi nella linea a tre, come adesso Conte sta usando, con ottimi risultati stando alle prime prestazioni, D’Ambrosio.

La linea a tre è l’ideale anche per i centrali abili sull’avversario, nell’uno contro uno, che a quattro devono limitarsi in nome dei movimenti del reparto. Si prendano, ad esempio, Toloi e Mancini, per rimanere ai casi più freschi: da terzi, nell’Atalanta di Gasperini, hanno trovato la loro dimensione perfetta, e se il primo nella linea a 4 (a Roma) finiva spesso fuori posizione per via della sua aggressività, il secondo, sempre a Roma, nella quattro di Fonseca, è chiamato ad una sfida non banale, ovvero dimostrarsi adatto anche nel ruolo di centrale puro.

La differenza sta nel pensiero: un terzo di difesa può permettersi di pensare quasi come un centrocampista, può voler recuperare il pallone il più presto possibile, mentre un centrale puro deve frenare il suo istinto e guardare ai suoi fianchi oltre che all’orizzonte, ragionare con il reparto e per il reparto prima che per se stesso, ricordandosi di essere l’ultima pedina prima del portiere.

Difesa Serie A

(Photo by Fred Lee/Getty Images)

Anche il ruolo di centrale, nella difesa a tre, valorizza una categoria di difensori che faticano a quattro: quelli a loro agio all’interno di spazi più ampi, abili nella lettura delle azioni, nell’impostare la manovra, lenti di gamba ma rapidi di pensiero. Difensori pensatori, come Bonucci, David Luiz,  ma anche Caldara, Nkoulou, De Vrij, Acerbi, per citarne alcuni che hanno trovato il miglior rendimento giocando al centro di una linea a tre.

Non è un caso che, spesso, i difensori allenati da Gasperini e Mazzarri altrove deludano: è semmai la prova che nei sistemi a tre hanno vita più facile, al punto da andare sopra le aspettative. L’efficacia di questo sistema nell’Atalanta, nel Torino e nella Lazio, dimostra come la difesa a tre possa essere assimilata velocemente dalla squadra, e che possa essere una soluzione efficace per ottenere risultati, anche se, dirà il  critico, così non si vince.

Conte smentisce la regola – ha vinto tre Scudetti e una Premier così -, può essere l’eccezione, certo, ma suggerisce anche qual è la verità: più che il sistema difensivo, conta la coerenza tra quest’ultimo e il tipo di gioco. E per il modello di Conte – dove le azioni si snodano su tracce codificate, in velocità, con i giocatori chiamati a occupare gli spazi intermedi, spazi che i moduli a tre consentono di coprire con più naturalezza – la difesa a tre è meglio.

Difesa Serie A

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images).

Tra le due tipologie, prima della disposizione, cambia il principio di fondo: generalizzando, chi difende a tre, tende a mantenere come riferimento l’avversario, oltre al pallone, mentre chi gioca a quattro nella maggior parte dei casi dà la priorità al pallone, poi alla zona, e solo in ultimo all’uomo. In sostanza, in questo modo, la difesa a tre che un tempo poteva essere più difficile da imparare e applicare ad alto livello, ora è paradossalmente più semplice, perché prevede compiti più facili, è più diretta, e concede un piccolo margine di errore in più a chi ne fa parte.

La difesa a quattro è invece sempre più difficile da applicare nel calcio contemporaneo, dove ritmo e intensità sono le variabili fondamentali. Perché deve coniugarsi al desiderio di difendere  in avanti, all’attenzione per il recupero del pallone immediato, al pressing, ed è quindi costretta a difendere con molti metri alle spalle, una situazione scomoda per una linea a quattro, che avendo due soli centrali anziché tre non schiera l’addetto al controllo della profondità.

Ecco perché i difensori centrali sono sempre più pagati sul mercato: da Stones a Van Dijk, passando per Maguire, per non parlare delle valutazioni stellari di quelli che non si sono mossi, abbinano la capacità di lettura delle azioni alla forza nell’uno contro uno, la consapevolezza alla personalità, cioè tutte quelle caratteristiche che rendono possibile una difesa a quattro ai massimi livelli. Essendo infatti più esposta al rischio, deve essere compensata dall’abilità individuale degli interpreti, oltre che da un ormai raffinatissimo – e necessario – addestramento di reparto. Non è un caso che tutti i grandi allenatori, ormai, abbiano nello staff collaboratori dedicati alla difesa: a quattro, più che a tre, i meccanismi devono essere perfetti.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images).

Nella prossima serie A, giocherà a quattro chi desidera avere un controllo costante sul pallone: Sarri alla Juve, Ancelotti al Napoli, Giampaolo al Milan, Fonseca alla Roma. Sono allenatori che confidano sulla precisione del reparto e sull’abilità individuale dei centrali a disposizione.

Giocheranno a tre, invece, le altre quattro squadre di vertice, i cui tecnici vogliono coprire meglio il centro e hanno bisogno di moltiplicare le linee (perché questo accade quando i terzi si sganciano) di pressione, per essere più intensi sugli avversari. In attesa di verificare l’efficacia e le eventuali novità tattiche degli schieramenti, la morale è sempre la stessa: è vero che la difesa a quattro è più utilizzata e più volte coincide con il successo, ma ciò non significa che sia meglio della difesa a tre.

La chiave del successo, infatti, non è il sistema difensivo in sé, ma il fatto che questo sia coerente con le caratteristiche dei giocatori e con il modello difensivo, con il tipo di difesa che si intende applicare. E la nuova serie A potrebbe tornare utile per dimostrarlo.

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