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Si giocava meglio quando si giocava peggio?

By 21 Ottobre 2019

Dominare il gioco è dispendioso e sterile, giocare all’italiana diverte e fa vincere

Sarrismo, gioia e rivoluzione, si diceva un tempo. I tre anni napoletani di Maurizio Sarri costruirono una gioiosa macchina da guerra, una squadra ossessionata dal dominio tattico, territoriale e tecnico, con ingranaggi così oliati da poter funzionare su ogni campo, contro ogni squadra. Una splendida illusione che portò una squadra con un fatturato limitato, una rosa di medio alto livello (privata dalla sfortuna e da due infortuni di Ghoulam e Milik, fondamentali per quel meccanismo), evidenti limiti a un passo da uno scudetto che avrebbe meritato.

L’apice di un movimento calcistico e filosofico, che ha avuto come eroe e maestro Guardiola, come verbo il tiqui-taca e come simbolo un pranzo estivo tra il toscanaccio, Arrigo Sacchi, il grande ispiratore, e Pepe. Sembrava non esserci altro calcio all’infuori del possesso palla ossessivo, delle geometrie supersoniche che pretendevano giocatori scarsi a far da sponda modello biliardo (Hjsay) e registi cyborg programmati per passaggi di prima facilissimi e copertura di spazi senza palla certosina (Jorginho). Una religione che aveva conquistato l’Europa – dove, non a caso, gli azzurri godevano di miglior fama che in Italia – e che aveva fatto adepti già da diversi anni, con pochi eretici a contestarla.

Uno di questi fu Michele Dalai, con il suo pamphlet Contro il Tiqui-Taca. Come ho imparato a detestare il Barcellona (ed. Mondadori), che vedeva quella ragnatela di passaggi ormai entrata nel mito addirittura come “un’arma di distruzione di massa”. E ancora, sempre parlando dei blaugrana, definiva il loro gioco “terribilmente noioso”, “deprimente”, “una fabbrica di piccoli cloni interscambiabili”. Ovvio che la fede calcistica lo faceva propendere per il Mourinho del triplete nerazzurro, ma è un piccolo capolavoro, quel libro, ve lo consigliamo. E chissà il conduttore del bel programma su Rai 2 “Ettore, un caffè con”, quanto sta godendo ora: interista, con un Antonio Conte a solleticare il suo gusto con un gioco speculativo, fatto di verticalizzazioni e di rabbia agonistica, di tecnica individuale e di sacrificio, di difesa granitica (ma chi l’ha mai detto che il catenaccio è brutto? L’Italia ha regalato al mondo il 4-3 contro la Germania, il 3-2 al Brasile, lo 0-2 a Germania 2006 e furono partite bellissime) e centravanti vecchia maniera.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images).

Si giocava meglio quando si giocava peggio e forse lo sa anche quel profeta che voleva la rivoluzione e ora è nelle stanze del potere, quel Sarri che prima col Chelsea e poi con la Juventus, essendo uomo scaltro e realista, ha ripiegato su un gioco più prudente, fisico, estemporaneo, registrando i meccanismi difensivi da par suo e lasciando molto più liberi quei campioni che difficilmente si sarebbero applicati al suo calcio come gli alacri partenopei. D’altronde nessuno ricorda che il Milan del suo maestro Sacchi, a dispetto della leggenda alimentata dai 5 gol a un Real Madrid minore, era una squadra ossessionata dalla difesa e dai suoi meccanismi (l’invenzione del fuorigioco alto ci costringe ancora oggi a guardare partite giocate in poche decine di metri, soffocando spettacolo e divertimento). Nessuno ricorda, peraltro, che il re degli 1-0 Fabio Capello ha vinto una Champions facendone quattro al Barcellona e uno scudetto a Roma tra i più spettacolari degli ultimi decenni. Per dire.

Il ritorno di Carlo Ancelotti prima e di Antonio Conte ha portato un vento diverso, una restaurazione identitaria, simbolicamente fotografata dall’Italia di Mancini. Un moderno gioco all’italiana in cui quel catenaccio un tempo troppo legato al vangelo secondo Rocco e Trapattoni (che nella sua Juve, però, giocava anche con 4 attaccanti, un centrocampista propositivo e un fluidificante che era un’ala, non dimentichiamolo) è stato rivisitato secondo i dettami e le mode degli ultimi anni. Il palla lunga e pedalare si è messo un vestito più elegante e ha fatto un restyling soprattutto verbale: il contropiede è diventato ripartenza, il centromediano metodista un regista difensivo, il libero, quello no, non siamo riusciti a salvarlo.

C’è un proliferare di difese a tre, però, anche se almeno due generazioni di difensori italiani sono state rovinate da schemi mandati a memoria fin dai pulcini e nessuno a insegnar loro a mettere fisico e cazzimma in campo, ad appiccicarsi al numero 9 o al 10 fin sotto la doccia (chiedete a Maradona e Van Basten di Pietro Vierchowod, per dire), a tenere la posizione, il corpo tra pallone e centravanti, fare i contrasti come si deve e coprire sui calci da fermo come dio comanda. Sembra essersi salvato solo Chiellini, visto che i più forti di tutti – dicono siano Koulibaly e De Ligt – fanno errori tali che uno come Gentile o anche solo Fabio Cannavaro li avrebbe polverizzati.

Foto Alfredo Falcone – LaPresse.

Quando celebriamo il ritorno del calcio all’italiana non parliamo solo di Conte, di quel Lukaku che ricorda i 9 di un tempo, di quel centrocampo di lotta e di governo (Sensi e Barella, davvero era così difficile scoprirli prima?), del muro costruito lì dietro da cui ripartono veloci e feroci, i contropiede nerazzurri. Parliamo di Maran, che al Cagliari di moduli ne ha fatti diversi (dall’amato 3-5-2 a un alberello di Natale), ma che su pressing e intensità potrebbe fare una tesi di laurea, che al San Paolo vince con un solo tiro in porta e una copertura difensiva asfissiante e che quando Giulini gli ha chiesto cosa volesse, ha risposto facendosi allestire un centrocampo di cagnacci.

Ancelotti sono già due anni che batte il Liverpool mascherando un laterale difensivo da centrale aggiunto, facendo scalare quelli offensivi a centrocampo, di Gasperini non diciamo neanche perché del suo vampirismo atletico e tattico già sappiamo bene: i bergamaschi fondano la loro identità nella copertura ossessiva delle linee di passaggio avversarie, che altro non è che il giocare d’anticipo delle squadre italiane d’un tempo, per poi ripartire con grande velocità. Mazzarri, che forse detiene il record di contropiede più veloce (12 secondi sulla direttrice Hamsik, Cavani e Lavezzi, nella semifinale di ritorno di Coppa Italia che poi vincerà con il Napoli nel 2012) ha sfiorato l’entrata in Europa League e ha iniziato bene questo campionato, pur avendo inciampato ieri in Tudor e nell’Udinese, uno che fa giocare gli avversari peggio di quanto faccia lui e che quel calcio l’ha imparato dai migliori.

Chiedete a Messi di Conte: il superBarcellona ha giocato male, disordinato, perché quella frenesia atletica e agonistica, ha costretto Messi a inventarsi il secondo gol ubriacandone cinque prima dell’assist a Suarez. E se con i soldi di Suning è facile fare i fenomeni, che dire di Claudio Ranieri che con quel gioco ha vinto lo scudetto più incredibile della storia moderna, ha quasi portato in Champions una Roma disastrata come quella dell’anno scorso (affondata dall’uomo che diceva sempre “il mio calcio”, Eusebio Di Francesco, passato alla storia per una semifinale di Champions League conquistata tradendolo, quel credo, e schierando la difesa a tre) e oggi, con una Samp bucata 16 volte nelle precedenti partite, ha strappato un punto ai giallorossi mostrando concentrazione e belle trame di gioco?

(Photo by Marco Rosi/Getty Images).

Possiamo citare ancora Mihaijlovič, che a Bologna fa miracoli con un calcio antico, Simone Inzaghi che tiene la Lazio tra le grandi vincendo qualche coppa e arricchendo Lotito, il tignosissimo e coriaceo Parma di D’Aversa, che ne ha fatti 5 all’Erik Ten Hag di Massa, Aurelio Andreazzoli, quel Semplici che avrà perso a Cagliari ma che con una squadra che in serie A, sulla carta, non dovrebbe neanche scendere in campo per manifesta inferiorità, rischia di portare l’ennesima salvezza a Ferrara. E vi risparmiamo il nostro parere su Juric e Corini: il primo è allievo di Gasp, e questo basta, il secondo con Tonali ha riscoperto il ruolo del regista come andava di moda negli anni ’70, delle due punte pesanti e della squadra che fa legna per le poche individualità presenti. Un gioco così bello e utilitaristico, da quelle parti, non si vedeva dai tempi di Mazzone. Quanto giocavano bene le squadre di Carletto (e pure quelle di Fascetti) ma nessuno glielo ha mai riconosciuto, un giorno vi renderemo giustizia ragazzi.

Se ancora non siete convinti alzi la mano chi non si è divertito vedendo Ajax-Tottenham l’anno scorso, Inter-Juventus o Napoli-Liverpool quest’anno, ma chiedete ai tifosi milanisti cosa pensano del pupillo di Sarri Giampaolo.

Si giocava meglio quando si giocava peggio, e finalmente se ne sono accorti tutti. Pensate un po’ cosa succederà quando scopriranno che Klopp non è altro che il nuovo Bearzot. Ma questa è un’altra storia.

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