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Simone Inzaghi si è smarcato dall’ombra di Pippo

By 4 Aprile 2020

Oggi Simone Inzaghi compie 44 anni. Ecco come l’allenatore della Lazio è riuscito a dribblare la sindrome da eterno fratello minore

 

Una carriera all’ombra di un fratello maggiore. Maggiore in tutti i sensi. Più famoso, più acclamato, più decisivo in campo. Una vita calcistica all’insegna del “Sì è bravo, ma non è Pippo”. Un palmarès di tutto rispetto, ma un’esistenza a tratti un po’ dissoluta, all’insegna della “bella vita romana”. Poi, un rapido declino. Insomma, nulla avrebbe mai fatto pensare che un giorno Simone, il più giovane degli Inzaghi, sarebbe riuscito a rubare la scena a Filippo. Avviene proprio in questi anni, nel momento in cui entrambi i fratelli sono diventati allenatori. Uno allena in serie A, l’altro sta per tornarvi. La metamorfosi kafkiana di uno dei tecnici più interessanti del calcio italiano di ultima generazione. Ovvero, come Jekyll diventa Hyde quasi senza lasciar traccia di un’esistenza passata. E senza mai proferire una parola fuori posto verso un fratello ingombrante, perfino campione del mondo e Cavaliere della Repubblica per meriti sportivi.

Nascere nel 1976 non garantisce nulla, ma nel calcio può aiutare. Quell’anno vengono al mondo Nesta, Seedorf, Recoba, Totti, Shevchenko e Ronaldo il fenomeno. Il 5 aprile vede la luce anche Simone Inzaghi. Non potrà mai essere paragonabile ai coevi citati, ma è un attaccante volenteroso (sebbene discontinuo), ha una tecnica di base niente male e cerca il gol sempre e comunque. Il buon esempio ce l’ha in casa. Filippo ha tre anni di più e tutto ciò che fa, lo fa con una tenacia e una professionalità che mettono spavento. Fin dagli esordi si capisce di che pasta è fatto.

Avere un consanguineo del genere potrebbe deprimere chiunque, perché Pippo non sarà un omaggio vivente all’estetica calcistica ma ha un senso del gol che pochi, davvero pochi, possono vantare. Quando Simone si affaccia sui campi di gioco, Filippo non ha ancora sfondato ma è già un professionista e nella nativa Piacenza devono ritenersi full in quanto ad attaccanti di ruolo. Specie se si tratta di numeri 9 con lo stesso cognome e una somiglianza decisamente spiccata.

Simone Inzaghi

Allsport UK /Allsport

Nell’ambiente molti sostengono che Pippo (cominciano a chiamarlo così) farà molta strada, un opportunista d’area come lui ha già attirato l’attenzione di molti osservatori. No, non deve essere facile chiamarsi Abele e vedere che gli altri non hanno occhi che per Caino. Eppure, i due non sono fratelli solo sul piano anagrafico. Si fanno coraggio, tifano sempre l’uno per l’altro. Non si ha mai una sensazione d’invidia da parte di nessuno dei due. Anche perché, pur somigliandosi, hanno caratteristiche tecniche diverse e c’è chi sogna in prospettiva futura una coppia d’attacco Inzaghi & Inzaghi piuttosto complementare. Simone è più tecnico ma meno spietato, quando deve finalizzare suo fratello è assatanato.

In un Piacenza che negli anni 90 ondeggia fra la serie A e la categoria inferiore, per Simone un piccolo spazio si crea soltanto quando Pippo viene ceduto. Dopo la gavetta in provincia il fratello maggiore conosce infatti la serie A. Il Parma crede in lui, anche se in una squadra che in attacco vive il dualismo Stoichkov-Zola e si affida all’estro intermittente di Asprilla non è semplice scalare le gerarchie. Ma con la santa pazienza e la voglia di arrivare si ritaglia 15 presenze.

Il 29 ottobre 1995 arriva il primo gol nella massima serie. La vittima? Il Piacenza, maledizione. Quel giorno Pippo inaugura quella che diventerà una nemesi familiare incrociata. Il primo gol di Simone in Serie A, nella domenica dell’esordio? Alla Lazio, futura squadra non soltanto da calciatore. È il 13 settembre 1998 e mancano 3 minuti alla fine. Quello stacco di testa, in pieno anticipo su Fernando Couto, sarà l’inizio di un’annata da bomber. La più prolifica in carriera: 15 realizzazioni in 30 partite. Tanto basta a Sergio Cragnotti per convincersi che Simone potrà dare un contributo in biancoceleste già dalla stagione successiva. Tutto questo mentre Pippo si è trasformato in un’arma letale per i difensori avversari e al termine della stagione 1996/97 è incoronato re dei bomber con l’Atalanta. Per poi passare alla Juventus e diventare un nome importante anche a livello internazionale. Ma perfino in questo caso, ciascuno degli Inzaghi tesse le lodi del fratello senza se e senza ma. Non traspare ipocrisia, sembrano parole sincere, mai di circostanza o di bonarietà formale.

Simone Inzaghi

Grazia Neri/ALLSPORT

Nella stagione 1999-2000 Lazio-Juventus diventa anche un derby familiare di altissima classifica. Tuttavia anche stavolta è come se Simone fosse affetto dalla sindrome da fratello minore, quello meno realizzativo. Filippo è titolare fisso e con la Juve ha già vinto il Tricolore. Simone non può dire di aver vinto la Coppa delle Coppe perché arriva a Roma nell’estate del ’99. Ma il 27 agosto, pur giocando solo i 20 minuti iniziali, potrà dire di aver conquistato la Supercoppa Europea ai danni del Manchester United. Un titolo che suo fratello farà suo due volte, dopo di lui però.

In ogni caso, il 14 maggio 2000, dopo un finale rocambolesco culminato nel pantano di Perugia dove i bianconeri finiscono per affogare, il conto degli scudetti in casa Inzaghi è in parità. Per i signori Giancarlo e Marina, ogni anno sembra un trionfo familiare. Che vinca Pippo e o Simone, Juve o Lazio, sta di fatto che è sempre festa. Tant’è che le porte della Nazionale maggiore si sono aperte anche per il figlio minore. Il 29 marzo 2000, mezz’ora in un’amichevole con la Spagna sembra il preludio a una lunga serie di presenze. In realtà c’è un segno funesto: al quarto d’ora della ripresa Simone entra al posto di Fiore e un minuto dopo la Spagna va in vantaggio. La partita finirà 2-0 e le presenze in azzurro dell’Inzaghi più giovane saranno soltanto 3. Tutte da subentrato.

Da questo momento i destini dei due diventano rette divergenti. Simone si attesta come attaccante da 5-6 reti a stagione, non di più, Filippo farà ulteriore fortuna al Milan, con il quale vincerà tutto. Nel 2006 sarà anche campione del mondo. Entrambi personaggi coinvolti appieno nella cronaca rosa e in rumours sentimentali legati al mondo dello spettacolo, metteranno comunque punti fermi nelle rispettive carriere. Pippo è l’attaccante italiano con più reti all’attivo in competizioni internazionali per club, Simone è a tutt’oggi il bomber maximo di tutti i tempi in Europa con la maglia della Lazio. Fin qui il confronto è tutto a favore del fratello maggiore. Poi, terminata la carriera di calciatore, entrambi seguono il corso a Coverciano e diventano allenatori. Poco alla volta i rapporti di forza si ribaltano.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Simone resta alla Lazio, Filippo al Milan, entrambi partendo dalla gavetta. Allievi, poi squadra Primavera. Non hanno bisogno di presentazioni, sono pesci che nuotano nel loro mare. Pippo vince il torneo di Viareggio, poi viene chiamato in prima squadra. Simone, che rivela una tenacia e una capacità di empatia con il gruppo forse insospettabili, vince per due anni di fila la Coppa Italia Primavera, poi la Supercoppa Primavera.

Nel 2016 il presidente Lotito gli affida la prima squadra. In panchina Pippo è altalenante e non sempre appare tecnico da massima serie (funzionerà meglio in serie B, con Venezia e attualmente Benevento), Simone non si scoraggia mai, studia, si aggiorna, cresce in sapienza tattica. Non si perde d’animo nemmeno quando il presidente della Lazio sceglie l’argentino Marcelo Bielsa nell’estate 2016. Inzaghino, come tutti lo chiamano da una vita, sembra destinato alla Salernitana, l’altra squadra di Lotito, ma quando l’affare Bielsa salta, il suo nome torna in auge. Sarà nuovamente il tecnico biancoceleste.

Poco alla volta assembla giocatori di valore e forma un gioco spumeggiante, forse il più bello a vedersi in Italia negli ultimi anni (assieme a quello dell’Atalanta di Gasperini). Non avrà l’organico più forte ma i risultati poco alla volta arrivano. È un tecnico molto amato fra i tifosi biancocelesti e un esempio di dedizione totale alla causa. I ricordi degli ultimi anni da calciatore, durante i quali giocava poco e segnava con il contagocce sono spariti. Se esisteva un pregiudizio nei suoi confronti, quel sentimento di sfiducia è spazzato via dai fatti. Una Coppa Italia, due Supercoppe italiane e una stagione 2019-2020 fin qui a grandissimi livelli (coronavirus permettendo) parlano da sole.

Dopo esperienze in chiaroscuro con Milan e Bologna, anche Pippo si è rimesso in discussione. Ha accettato di guidare il Benevento con risultati per ora eccellenti. Se l’attualità lo consentirà, a fine stagione la squadra campana ritroverà la serie A, grazie a un tecnico pronto a ripartire lasciando decisamente alle spalle un passato di “individualista d’area di rigore”. Per ora il confronto fra i due mister Inzaghi è appannaggio di Simone, ma ancora una volta non si percepisce mai rivalità fra i due. Ciascuno ha infatti nel cuore due squadre: la propria e quella del fratello. Fossero anche solo parole, sono belle parole.

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