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Solskjaer è davvero l’uomo giusto per lo United?

By 18 Aprile 2019

Dopo i primi risultati positivi il Manchester ha deciso di accontentare i tifosi e prolungare il contratto al norvegese. Ora, però, l’allenatore deve dare un’identità alla squadra

 

 

«E c’era l’orgoglio di capire, e poi la certezza di una svolta,

come se capir la crisi voglia dire che la crisi è risolta»

(Giorgio Gaber, I reduci)

 

 

Un vaso rotto, una volta ricomposto, è veramente più bello della sua versione originale? L’arte del kintsugi ci insegna che le crepe, sistemate con l’utilizzo di oro o argento liquido, danno un tocco nuovo a qualcosa che sembrava perso per sempre. È la convinzione di poter esaltare le ferite, gli squarci che si aprono non tanto in un vaso, quanto nelle nostre vite. Cicatrici e lesioni da ricomporre con pazienza e di cui andare lentamente fieri, senza lasciarsi trasportare dall’esaltazione – o dalla depressione – del singolo momento.

A un tratto della stagione, Manchester United e Real Madrid non hanno provato vergogna nel mostrare i problemi. Il ciclo dei tre volte campioni d’Europa era finito e il tentativo di rinascita si era pericolosamente impantanato. Quello dei “Red Devils”, progettato tempo addietro con José Mourinho, non aveva mai preso il volo, complici i rapporti tesissimi del portoghese con una parte importante, per non dire fondamentale, di quello spogliatoio che avrebbe dovuto guidare. I due colossi europei hanno gestito in maniera diametralmente opposta il momento dello sbandamento, pur partendo dallo stesso principio. Hanno scelto un traghettatore, un caretaker manager per dirla con la lingua d’Albione, pescando dalle rispettive storie leggendarie.

L’esperimento di Santiago Solari è fallito in fretta, preso a picconate da quell’Ajax così bello da guadagnarsi una fettina della storia del gioco; quello di Ole Gunnar Solskjaer, invece, ha funzionato così bene – fino a un certo punto – da indurre il board dello United a sottoporre al norvegese un triennale. E così, mentre il Real Madrid richiamava al timone Zinedine Zidane sperando in una nuova era di splendore, a Manchester si sceglieva di far uscire Baby Faced Assassin dal mondo del precariato calcistico. Soltanto il tempo ci dirà quale delle due vie ha funzionato, ma la percezione dei “Red Devils”, hic et nunc, è quella di un vaso indebolito, e non impreziosito, dal pur mirabile lavoro sulle crepe.

Solskjaer United

La figura centrale dello United versione 2018-19 è senza alcun dubbio Paul Pogba. È stato lui, in maniera neanche troppo silenziosa, a rompere per primo con José Mourinho, che si è trovato delegittimato a livello di gestione e ingabbiato in quel suo modo di vedere il calcio come una battaglia. Il tattico brillante degli anni zero ha lasciato da tempo spazio a un tecnico più portato a distruggere il gioco che a costruirlo, e le sue due ultime avventure inglesi – Chelsea e, per l’appunto, Manchester United – lo hanno portato a una rottura totale con le stelle che si trovava ad allenare, perdendo anche quell’empatia con i calciatori tipica del suo periodo interista.

Al suo posto, per condurre in porto la barca rimasta in mare aperto e tumultuoso, Ole Gunnar Solskjaer. Mito degli anni ’90 dei “Red Devils”, autore di uno dei gol più iconici della storia delle finali di Champions League, ovviamente benvoluto dai tifosi. Sul curriculum, due incarichi con il Molde (con due titoli nazionali, nel 2011 e nel 2012, e la Coppa di Norvegia 2013) e sette mesi complicati con il Cardiff. Stop. Il perfetto profilo del traghettatore. Ma Solskjaer, limitandosi solamente a non essere Mourinho, inizia a vincere. Undici vittorie nelle prime dodici partite, con scalpi importanti (l’Arsenal in FA Cup, il Tottenham in Premier) e uno spogliatoio totalmente devoto, che non lesina interviste di appoggio all’eventuale rinnovo contrattuale.

Solskjaer United

La prima sconfitta, 0-2 in casa con il Paris Saint-Germain, non pare poi troppo grave: non gli si chiede certo di andare in fondo in Champions League, e il solo fatto di essere tornati in corsa per le prime quattro posizioni in Premier ha del miracoloso. Il calcio, si sa, non è scienza esatta. E allora vittoria a Stamford Bridge nel quinto turno di FA Cup, 0-0 con il Liverpool schiacciasassi di Klopp, altri sei punti con Palace e Southampton e l’inopinato 1-3 rifilato a domicilio al Paris Saint-Germain, in una partita in cui lo United non fa nulla, o quasi, per passare il turno. La pressione sulla dirigenza inizia a montare, il ruolino di Solskjaer merita almeno un attento esame. E così, più di pancia che di testa, arriva il rinnovo.

Ma c’è un problema: il Manchester United gioca male. Ha qualche sprazzo apprezzabile, specialmente nei momenti di gara in cui cerca di aggredire in avanti gli avversari, ma non ha ancora la confidenza per farlo con continuità, e preferisce agire di rimessa con frecce inarrestabili come Lingard, Martial e Rashford. Quando il gioco si fa duro, Solskjaer sembra sempre rivolgersi al suo nume, Sir Alex Ferguson, non a caso presente sia al Parco dei Principi nella notte del ribaltone al PSG, sia al Camp Nou nel quarto di finale di ritorno. A vent’anni di distanza dalla finale contro il Bayern Monaco, Solskjaer si ritrova nel tempio dei blaugrana, stavolta da allenatore e contro i padroni di casa, dovendo ribaltare lo 0-1 dell’andata, una partita in cui il Manchester United ha messo in mostra (poche) cose buone e (molte) cose meno buone.

Nonostante le dispendiosissime campagne acquisti di Mourinho, gli inglesi sembrano distanti, negli uomini e nei principi, dall’elite calcistica europea, che pure comprende squadre costruite con acume e non necessariamente a suon di milioni come Ajax e Tottenham. Al Camp Nou, il Manchester United conferma tutte le difficoltà dell’ultimo periodo, enucleate anche dal soffertissimo successo sul West Ham arrivato soltanto pochi giorni prima della trasferta catalana. «Solskjaer è un allenatore che si limita a mettere il bus davanti alla porta», è l’attacco di Louis van Gaal, che non ha lasciato un grandissimo ricordo dalle parti di Old Trafford ma resta voce autorevole quando c’è da parlare di tattica.

Solskjaer United

Gli fa eco Jonathan Wilson, che sulle pagine del Guardian chiede al norvegese di prendere le distanze dalla figura ingombrante di Ferguson e di iniziare a imprimere idee nuove a una squadra che ne ha un bisogno disperato. Un’analisi che colpisce anche Paul Pogba, ritenuto dal giornalista troppo poco lucido per agire davanti alla difesa quando il livello si alza e, allo stesso tempo, non in grado di vestire i panni del numero 10.

Il rush finale della Premier League potrà dirci qualcosa sulle nubi che si stanno addensando sulla testa del norvegese: il quarto posto è a portata di mano ma il calendario pone sfide durissime. Non tanto quella con l’Everton di domenica, quanto il terribile infrasettimanale con il Manchester City, per una stracittadina che si preannuncia infuocata, e il seguente scontro diretto con il Chelsea, in programma il 28 aprile. In una settimana, Solskjaer dovrà dimostrare di essere all’altezza del futuro che la società ha pensato per lui.

Gli esperti di cose madridiste non hanno grandi dubbi nell’individuare il giorno in cui tutto è cambiato. No, non si tratta della sconfitta interna contro l’Ajax in Champions League, pietra tombale sulla stagione europea di una squadra che era arrivata in fondo, fino ad alzare la coppa, per tre stagioni consecutive. Bisogna riavvolgere il nastro fino al 17 febbraio, a Real Madrid-Girona. Dopo cinque vittorie di fila, Ramos e compagni si erano schiantati in casa nel peggiore dei modi, cedendo 1-2 ai più modesti rivali catalani e dando l’addio alla possibilità di rientrare in corsa per il titolo. In quel momento, Florentino Perez aveva capito tutto. Lo ha fatto in ritardo sulla tabella di marcia: Zinedine Zidane lo aveva avvisato già nella notte di Kiev.

Quella terza Champions League doveva rappresentare l’ultima parola di un ciclo irripetibile, già dal mattino seguente sarebbe stato opportuno progettare un altro Real, anche alla luce dello strappo di Cristiano Ronaldo. Perez, per dirla con una costruzione tanto cara a Camilleri, non si era fatto persuaso. Aveva optato per la via del rinnovamento, ma soltanto in panchina, portando in fretta a consunzione il rapporto con Lopetegui e dovendo ricorrere alla soluzione del traghettatore Solari.

In fin dei conti, anche Zidane nasceva come uomo chiamato a stagione in corso. Ma le ciambelle non riescono sempre con il buco: via anche l’argentino, che in una fase complessa della stagione aveva preferito il bastone alla carota, andando a un passo, o forse oltre, dalla rottura con Isco. Quando ha deciso di tornare, con un colpo di scena degno delle sue danze sul pallone, Zidane ha capito di dover pensare al presente, prima che al futuro. Per programmare il Real del domani, deve prima valutare fino in fondo quello che ha a disposizione.

I nomi attorno a cui ruota la riflessione principale sono i soliti tre: Isco, Marcelo, Bale. Il francese ha ripreso a coccolare l’ex stella del Malaga, che nella precedente gestione era stato costretto da Solari a scusarsi in pubblica piazza per alcuni comportamenti ritenuti non consoni dall’argentino. Isco è un poeta del calcio, nell’organico del Real è forse l’uomo a cui Zidane si sente più affine. «In campo fa delle cose che nessun altro è in grado di fare. Quando scende in campo, fa sempre il suo dovere», diceva di lui due anni fa. Lo pensa ancora, lo vuole a galleggiare tra le linee, un po’ mezz’ala, un po’ trequartista, un po’ esterno d’attacco. Semplicemente Isco.

Con Bale e Marcelo, invece, il tocco magico di Zidane non sembra bastare: i due continuano a non accendersi, nel solco di una stagione mediocre di tutto il Real Madrid. Starà a “Zizou”, e alle sue doti di psicologo, capire se la colpa sia di un finale senza alcun obiettivo o di un rapporto ormai logoro con il club. Quello che scende in campo in questa fase della Liga è un Real senza anima, e non potrebbe essere altrimenti. Non c’è nulla a far ardere il fuoco di una squadra che ha combattuto battaglie di ben altro spessore. Prima del mercato, prima della rivoluzione annunciata, prima di far saltare tutto in aria, sarà Zidane a pesare le ambizioni di chi sembra stanco. Lui sì, sembra l’uomo giusto.

Foto: LaPresse.

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