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Sorelle d’Italia

By 10 Giugno 2019

Dopo 20 anni l’Italia torna al Mondiale e centra la sua prima vittoria. Merito di un lungo processo di crescita che ha permesso alle Azzurre di non guardare più le favorite da dietro un televisore

Da Valenciennes, Francia – In Tribuna a Valenciennes c’erano anche molti genitori delle ragazze, da sempre primi tifosi di ogni calciatrice sia partita da un campo in terra battuta o dalla squadra maschile mista che le ha accolte. Perché chi gioca a calcio femminile ha sempre dovuto fare i conti con dinamiche lontane dal calcio maschile ma spesso ignorate e in ombra, i sacrifici, le distanze per trovare la squadra femminile più vicina a casa o a scuola, quando c’era, le alzatacce, i campi disastrati, il fango, la pioggia e a volte anche la neve.

Lo sa bene Barbara Bonansea, 28 anni il prossimo 13 giugno attaccante della Juventus e centrocampista offensiva della nazionale italiana, e i suoi genitori, venuti da Pinerolo in Piemonte guidando su fino alla Francia in camper per seguire la figlia da vicino. Di anni e sfide ne sono passate da quando a 4 anni iniziò a giocare a Bricherasio nel torinese. Impossibile mancare all’esordio mondiale, alla prima vittoria e alla doppietta di Bonansea che dal 2012 è diventata una pedina fondamentale per la squadra. Dal debutto in Nazionale maggiore contro la Grecia, il 19 settembre 2012, ad oggi Barbara ha collezionato 58 presenze e 24 gol, di cui tre nella partita vinta per 15-0 sulla Macedonia in occasione delle qualificazioni mancate al campionato mondiale 2015.

«Il calcio mi ha cambiato la vita – ha raccontato Barbara alla vigilia di Australia-Italia -, mi ha reso felice. Il merito va ai miei genitori che hanno studiato un modo divertente per arrivare fino a qui». La strada per arrivare ai Mondiali dopo vent’anni di assenza è stata però più lunga di un migliaio di chilometri da guidare, eppure le Azzurre allenate dal commissario tecnico Milena Bertolini sembra ne abbiamo fatto milioni di kilometri con l’unica motivazione di esserci dopo vent’anni di assenza.

Vent’anni di cambiamenti, di crescita e di preparazione intensa che hanno visto i risultati nell’esordio a Valenciennes domenica pomeriggio contro l’Australia. «Se una nazionale come l’Australia dice che teme l’Italia vuol dire che dei passi avanti ne abbiamo fatti». Queste le parole della Bertolini alla vigilia di una prima partita carica di emozioni, dentro e fuori l’Italia. Due goal annullati, un rigore negato ed uno regalato non hanno scoraggiato le Azzurre: la doppietta di Barbara Bonansea, ha confermato la compattezza della squadra e il desiderio di arrivare lontano.

Nel 1999, quando Barbara muoveva i primi passi nella sua carriera da calciatrice, altre Azzurre giocavano il loro secondo ed ultimo Mondiale. Dal 1991 in otto edizioni, tre vinte dagli Stati Uniti, due dalla Germania e una dal Giappone e dalla Norvegia, la nazionale di calcio femminile dell’Italia è riuscita a qualificarsi solo nel 1991 in Cina (dove è arrivata fino ai quarti di finale) e nel 1999 dove però è uscita al primo turno.

In Asia fu la Norvegia a bloccare le Azzurre, battute per 3-2, mentre negli Stati Uniti il terzo posto nel girone dietro a Brasile e Germania spense il sogno Mondiali. Allora a giocare erano solo 12 squadre, poi passate a 16 e dal 2015 a 24: perché oggi “il calcio femminile è diventato grande”, esattamente come recita lo spot nazionale realizzato dalle reti Rai per l’evento. Le bambine incappucciate che giocavano contro i maschi si alzano dal campo e si ritrovano a Coverciano a difendere il loro sogno senza dimenticare chi ha messo le basi per un trionfo morale.

«Alle giocatrici del ’99, quello che posso dire è che loro devono essere contente e molto orgogliose per quello che hanno fatto prima perché se queste ragazze sono qua a fare tutto questo è perché prima ci sono state loro». È la stessa Bertolini, classe ’66 ex calciatrice alla guida della Nazionale italiana dal 2017, a lodare chi ha sudato prima delle ragazze nella rosa di quest’anno. Dopo le cinque stagioni sotto la guida  di Antonio Cabrini, l’Italia della Bertolini ha messo un’altra marcia ottenendo il secondo posto e migliore prestazione nel torneo nella Cyprus Cup del 2018. E poi le qualificazioni, le undici capitanate dal difensore della Juventus Sara Gama, hanno dominato il Gruppo 6, vincendo sette degli otto incontri della fase eliminatoria, segnando 19 reti e subendone solo 4. Con il Belgio, unica nazionale a contendere la vetta della classifica alle Azzurre, la vittoria in rimonta per 2-1 del 10 aprile 2018 allo Stadio Paolo Mazza di Ferrara diede la matematica qualifica a Francia 2019 con una giornata di anticipo

In attesa delle prossime gare del girone C con Jamaica e Brasile, rispettivamente il 14 e il 18 giugno, l’Italia si gode la sua prima vittoria Mondiale guardando le favorite Francia e Germania, entrambe del gruppo A, Inghilterra del gruppo D, Canada del gruppo E, Stati Uniti del gruppo F, non più dal televisore.

Chissà se questi Mondiali li guarderanno anche i campioni di Francia del Paris Saint-Germain Neymar, Thiago Silva e Mbappé, solo per citarne alcuni, lì fermi come le loro gigantografie a controllare l’ingresso del Parc des Princes come a dire che in un tempio del calcio come questo comandano loro, gli uomini. Non in questo mese, coperti da una scritta che accompagna il pubblico dentro lo stadio parigino: “Mondiali di calcio Femminile Francia 2019”, si legge dappertutto quasi a voler distogliere lo sguardo da quei campioni con stipendi da capogiro.

Le calciatrici sorridono davvero senza le stesse cifre sul conto in banca, sorridono dopo il fischio finale quasi incredule per i 45.261 spettatori del Parco dei Principi di Parigi per la partita inaugurale dell’ottava edizione dei Mondiali “rosa”. Al di là del risultato, Francia-Corea del Sud è stata una vittoria dal retrogusto di rivincita del calcio femminile. Persino da casa, dietro gli schermi, in Francia la partita ha battuto il record di share del calcio femminile con i 4,3 milioni raggiunti in occasione della finale di Champions League 2016 tra Lione e Wolfsburg. Perché venerdì 7 giugno erano quasi dieci i milioni di spettatori sintonizzati sul canale televisivo generalista privato francese TF1, a significare che il calcio è anche donna. E tanto perché i numeri nel calcio contano, lo scorso anno in Francia la cerimonia di apertura della Coppa del Mondo maschile in Russia fu seguita da “soli” 2,44 milioni di persone.

Sarà per il patriottismo d’oltralpe o per le “proteste” in sordina delle calciatrici stesse che hanno acceso i riflettori su questi Mondiali negli ultimi mesi quasi a convincere che lo spettacolo è assicurato anche qui. Tante le pubblicità sulle televisioni di stato che hanno preceduto l’inizio dei Mondiali, dalla presentazione di alcune delle campionesse in carica degli Stati Uniti, Alex Morgan, Megan Rapinoe e Becky Sauerbrunn, su Fox Sports sotto il monito “Tutti gli occhi su di noi”, allo spot della BBC Sport sulle note della rapper inglese Ms. Banks che a ritmo di musica ripercorre alcuni momenti storici della nazionale di calcio sottolineandone i pregi e le difficoltà dell’essere una calciatrice.

Fino alla Commerzbank, sponsor ufficiale di entrambe le nazionali tedesche, sia maschile che femminile, che ha deciso di sponsorizzare qualcosa di più di una pubblicità: «Conosci il mio nome?» tuona in apertura del video Alexandra Popp, attaccante del Wolsburg e in nazionale dal 2006. Continua la compagna di squadra, «e il mio?» – «non credo», risponde un’altra. «Giochiamo per una nazione che non conosce i nostri nomi», dice la voce fuori campo, elencando una serie di successi conquistati negli ultimi anni come gli otto titoli europei e le Olimpiadi. Non titoli qualunque, eppure lo spot della seconda banca più grande tedesca va dritto al punto senza mezzi termini toccando i temi della discriminazione, gli stereotipi legati al calcio femminile, il pregiudizio e l’anonimato che le calciatrici sono costrette ad incontrare nel loro paese. Il tutto, con quella dose di humor non proprio nota ai tedeschi, tanto da arrivare a dire “non abbiamo le palle ma sappiamo come usarle”.

Maria Michela D'alessandro

About Maria Michela D'alessandro

Classe ’93, romana di nascita, la sua casa è dove ci sono storie da raccontare. Dopo tre lauree in giro per il mondo, è giornalista dal 2016 occupandosi di sociale, diritti umani, politica e sport. 

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