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Stalin e quel campo da calcio sulla Piazza Rossa

By 13 Maggio 2020

Il 6 luglio 1936 la Piazza Rossa si trasforma in un grande campo da calcio. Il motivo? Convincere Stalin, che non provava nessun interesse per il football, a creare il primo campionato nazionale

Sutulin, dopo aver esitato nel timore di essere scoperto dai vicini, durante la notte cominciò a spalmare sulle pareti della sua minuscola stanza un liquido trasparente dai riflessi giallastri, il misterioso Metraturin che allargava gli appartamenti sovietici piccoli fino alla claustrofobia; il tragico personaggio dello scrittore ucraino Sigizmund Kržižanovskij doveva essere uno degli operai tessili che per molte notti confezionarono migliaia di metri quadri di feltro verde che venne infine srotolato da centinaia di persone sulla Piazza Rossa il 6 luglio 1936, Giornata della Cultura Fisica dell’Urss, dove sfilarono i maggiori atleti del paese.

Stanco, Sutulin si sarà riposato a bordo campo in mezzo a diecimila persone, circondate dalle mura del Cremlino e dalla facciata del centro commerciale GUM che il tappeto verde, come fosse Metraturin, aveva allontanato dalla piazza. Era stata organizzata soprattutto una breve partita di calcio per convincere Stalin, che non provava alcun interesse per il football, a finanziare il primo campionato nazionale. Il calcio invece piaceva moltissimo a Lavrentij Pavlovich Berija, feroce capo della polizia segreta, georgiano come Stalin, nel 1926 aveva giocato da mezz’ala sinistra nella Dinamo Tiblisi alcune partite e da politico andava spesso allo stadio.

(Photo by Hector Vivas/Getty Images )

Molti in Urss consideravano il calcio un prodotto borghese che provocava divismo e individualismo, violenza sul campo e nella folla, corruzione morale dell’ incorruttibile homo sovieticus; in realtà si stava sempre più affermando anche per cercare di sfuggire alla morsa dell’oppressivo sistema staliniano, dove tutto veniva controllato fino all’esasperazione; le parate militari o dei ginnasti, con l’uniformità dei loro movimenti, erano segno della impossibilità di poter fare qualcosa che non fosse quella intesa dal Partito.

Il calcio era invece segno di imprevedibilità, di casualità, dove nessuno sapeva cosa sarebbe successo, la palla e il corpo prendevano direzioni non dichiarate, sfuggiva a qualunque abitudine pubblica e privata, le folle lo amavano, gli stadi erano sempre pieni, se ne parlava ovunque, era la variabile chiamata vita che tornava sotto forma di sfera.

Quel giorno di luglio giocarono i titolari e le riserve dello Spartak Mosca, squadra dei leggendari fratelli Starostin gestita dal sindacato operaio comunista Promkooperatsiia; in realtà gli spartachisti avrebbero dovuto incontrare la Dinamo Mosca, di cui Berija era presidente onorario, ma per timore che la palla potesse colpire Stalin o il Cremlino a causa di un calcio dato male o di un rimbalzo fortuito che avrebbe potuto avere conseguenze letali, rinunciarono – il caso, nelle dittature, è un atto di ribellione, un gesto di insubordinazione che provoca spesso la morte perché prova a sfuggire alla logica della tenebra. E se non è il caso, può essere la calunnia o addirittura uno scherzo, come accadde allo studente Ludvik Jahn, protagonista del miglior romanzo di Kundera, espulso dal partito per aver scritto un bigliettino spiritoso a una ragazza.

(Photo by Christopher Furlong/Getty Images)

Rimase così soltanto la squadra degli Starostin, che scese in campo da sola: Rossi contro Bianchi. Sarebbe dovuta durare mezz’ora, si arrivò a quarantatré minuti. La partita ebbe molto poco di casuale, le azioni, i gol, il risultato era già tutto stabilito per cercare di renderla spettacolare così da evitare che Stalin si annoiasse. Aleksandr Kosarev, segretario del Komsomol che aveva voluto quell’esibizione, avrebbe sventolato un fazzoletto bianco per interrompere la partita in caso di insofferenza del dittatore georgiano.

Sul campo si cercò di far vedere a Stalin ogni tipo di gesto calcistico, dal colpo di testa a quello di tacco, per convincerlo che oltre a strumento di massa era anche un mezzo di piacere e di bellezza, di unione e di sentimento. I calciatori quasi non si sfiorarono, non ci furono calci, tackle, la fisicità era più nel contatto con la palla che in quello fisico. Il primo romanzo russo a parlare di calcio fu “Invidia” di Jurij Oleša, c’è la descrizione del primo tempo di una partita tra la rappresentativa della città di Mosca e una selezione tedesca nella seconda parte di questo libro psichedelico.

(Photo By Ian Walton/Getty Images)

“I tedeschi giocavano con il vento a favore che tirava molto forte, così che il gioco veniva sospinto verso la nostra porta. Il pallone non si muoveva quasi dalla metà campo sovietica. I nostri terzini calciavano dei potenti colpi parabolici, le candele, ma il pallone, scivolando lungo il muro del vento, si avvitava, balenando di luce gialla, per poi saettare veloce all’indietro. I tedeschi attaccavano con violenza. Il famoso Goetzke si rivelava, a ragione, un giocatore pericoloso e tutta l’attenzione si concentrava su di lui. Quando la palla passava a lui, Valja, dall’alto dov’era seduta, gridava forte, come se in quel preciso istante dovesse vedere qualcosa di orribile e di criminale. Goetzke si apriva la strada verso la porta, lasciandosi alle spalle i nostri terzini, che colpiti dalla sua rapidità e irruenza si erano accovacciati, e tirava”

Stalin non si annoiò, forse nemmeno si divertì ma vide la folla, la sua eccitazione, la sua frenetica partecipazione che annunciava nuove rinunce, salutò e sorrise stretto, come faceva sempre, mentre in Francia Cèline, di ritorno dall’Unione Sovietica, scriveva “Me culpa” acido pamphlet contro il sistema comunista. Lo Spartak era la squadra del popolo, aveva enfasi e rabbia, era la parte giusta contro la perfida prepotenza della Dinamo di Berija; il campionato, dopo quella partita, ebbe inizio proprio quell’anno.

 (Photo by Dima Korotayev/Epsilon/Getty Images)

Chissà che fine ha fatto il campo finto, dopo quella partita finta, e chissà se quel giorno il pubblico ha esultato più ai gol o alla mano sollevata di Stalin – sulla Piazza Rossa avevano assistito a un vero spettacolo teatrale, infatti a dirigere c’era un regista che non solo fece addobbare le auto da cui scesero i calciatori ma anche i magazzini Gum, grande centro commerciale voluto alla fine dell’Ottocento dagli zar.

I tredici minuti che Stalin concesse furono, forse, l’unico dato reale e imprevedibile, visto che se ne temeva addirittura la precoce interruzione. Pochi mesi dopo, nel gennaio del 1937, uscì il film “Il portiere” diretto da Semën Tymošenko, ebbe successo immediato; tratto liberamente da un romanzo di Lev Kassil’ metteva insieme una trama assai semplice (un ragazzo bravo ad afferrare a volo i cocomeri che diventa portiere segnando, infine, un gol decisivo contro una squadra basca), coloratissimi paesaggi colpiti dal sole, facce abbronzate di giovani sovietici. C’è un verso propagandistico del paroliere Vasilij Lebedev-Kumac nel film, che dice:

Photo by Gabriel Rossi/Getty Images )

“Ehi, portiere, preparati alla battaglia!/ Sei di guardia alla porta!/Immagina che dietro di te/Corra la linea del confine!”.

Quella partita, assieme ai processi delle tragiche purghe staliniane del 1938, fu dunque la rappresentazione di un teatro che, come fosse il Metraturin di Sutulin, si allungava sui vivi e si restringeva sui morti per non lasciarli distinguere.

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