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Stanley Matthews, tutto in una data

By 23 Febbraio 2020

Il 23 febbraio 1965 il “Mago del dribbling” viene nominato commendatore dell’Ordine dell’Impero britannico dalla regina Elisabetta d’Inghilterra. Ironia della sorte, Matthews si spegnerà il 23 febbraio di 35 anni dopo

 

«Hi Stan, you’re 32, do you think you can make it for another couple of years?»
(«Ciao Stan, hai 32 anni, pensi di farcela per un altro paio di stagioni?»)

 

Diventare sir a 50 anni per meriti sportivi e senza aver vinto una guerra mondiale. Non era mai successo prima, accade poco più di mezzo secolo fa. È il 23 febbraio 1965. Quel giorno la regina Elisabetta d’Inghilterra nomina “commendatore dell’Ordine dell’Impero britannico” il calciatore Stanley Matthews, ala destra di straordinaria genialità.

Sebbene sia un fatto inconsueto, nessuno in Gran Bretagna grida allo scandalo. Il nuovo sir è un distinto signore che, incredibile a dirsi, ha smesso di giocare ai massimi livelli da pochi giorni. Quando il 26 ottobre dello stesso anno i Beatles ricevono la stessa onorificenza, all’improvviso l’opinione pubblica si spacca in due.

Per la stella del calcio inglese, il 23 febbraio è una data ricorrente. Nel 2000, proprio quel giorno, Stanley Matthews muore. È nato nel sobborgo di Hanley, a Stoke-on-Trent, Inghilterra centro-settentrionale, il 1° febbraio 1915 e in un ospedale di Stoke è morto a 85 anni.

20 ottobre 1953: Stanley Matthews e Stanley Mortensen (destra) durante un allenamento a Stamford Bridge prima della partita contro il “Resto del mondo”. Photo by Reg Birkett/Keystone/Getty Images)

L’esterno destro è a tutt’oggi il cittadino più famoso di una tranquilla località a nord-est dell’Inghilterra, nelle Midlands. Attualmente la cittadina conta quasi 300 mila abitanti e ha visto nascere anche il cantante Robbie Williams e il leader dei Motorhead, Lemmy. Ma sul podio più alto degli affetti popolari non ci sono loro. Per tutti, Matthews è stato ed è the wizard of the dribble, il mago del dribbling. Come saltava l’uomo lui, forse nessun altro, né prima né dopo.

Il primo giocatore in assoluto ad essersi aggiudicato il «Pallone d’oro» nella storia del trofeo. È il 1956 (stavolta il giorno non è il 23 febbraio), e il fresco vincitore del Golden Ball ha 41 anni suonati. 322 partite nello Stoke City (dal 1929 al 1946 e dal 1961 al 1965) con 54 gol, 379 nel Blackpool (dal 1947 al 1961) e 17 reti. In tutto 701 gare, 54 presenze (e 10 gol) nella Nazionale inglese.

22 dicembre 1938: due inservienti dello Stoke City armeggiano con dei bracieri nel tentativo di sciogliere il ghiaccio sul terreno di gioco. Stanley Matthews si riscalda le mani sopra uno di questi fusti. (Photo by Fox Photos/Getty Images)

Non proprio un goleador ma un assistman eccezionale. Un ruolo fondamentale, nella formazione sportiva di Matthews, lo ha il padre, barbiere e pugile dilettante (oltre 300 incontri all’attivo) ma soprattutto fanatico della disciplina e della preparazione atletica. Racconterà anni dopo il campione: «Aveva capito subito che sarei diventato un buon calciatore, e mi aveva imposto già da piccolo il suo regime di allenamento, ginnastica al mattino presto con la finestra spalancata».

Punto di forza dell’Inghilterra che non voleva partecipare ai Mondiali per via del suo “superiority complex” verso le altre Nazionali, Stanley Matthews è protagonista di epiche sfide con l’Italia, la squadra che il Mondiale lo aveva vinto davvero e più di una volta. A cominciare da quella di Highbury, 14 novembre 1934, 3-2 per i bianchi, per finire con lo 0-4 di Torino, 16 maggio 1948, con il famoso gol di Mortensen con tiro d’esterno dalla linea di fondo.

1 febbraio 1965: Stanley Matthews in posa nel giorno del suo cinquantesimo compleanno. Mandatory Credit: Don Morley/Allsport

Balzo all’indietro di oltre un secolo, fino al 1° febbraio 1915. Quel giorno la rituale, monotona e fastidiosa pioggerellina bagna le Midlands ma la famiglia Matthews ha altro a cui pensare: è appena nato Stanley. Con il passare degli anni, quello tra il calcio e il ragazzino è un amore ricambiato, ma c’è anche un altro sentimento a spingere Stan a migliorarsi: l’attaccamento alla squadra locale, lo Stoke City.

È bravo, ne è consapevole ma mantiene sempre umiltà, senza dare mai nulla per scontato o per acquisito. Grazie al talento e alla grande applicazione supera gli avversari con una semplicità e una velocità tali da sembrare quasi un giocatore del terzo millennio per ritmo e intensità. Un Ronaldinho molto british, meno attoriale ma altrettanto efficace. Dribbling su dribbling in un francobollo di campo, un’altra finta e via, il gioco è ripartito. Lo Stoke City lo tessera senza pensarci due volte e il ragazzo Stanley gioca la prima partita in Premier League a 17 anni.

Una foto del primo contratto da professionista firmato da Stanley Matthews con lo Stoke nel 1935.  Hansons Auctioneers/PA Wire

Rendimento alto e costante, passano due anni e si aprono anche le porte della Nazionale. Non segna molto ma fa segnare a raffica. Quando Matthews ha la palla, nulla è impossibile. Per i compagni di squadra è fondamentale seguire lo sviluppo dell’azione, il resto verrà da sé. Ha solo un piede, il destro, ma con quello fa tutto. Una carriera rapida, in pochi anni il nome di Stanley Matthews è nell’Empireo.

Tutto questo, sebbene il “wizard” non giochi in una squadra di primo livello, come potrebbe essere il Liverpool o il Manchester United di Matt Busby. Infatti il palmarès personale langue. Poi un giorno del 1947 qualcosa cambia. «Ciao Stan, hai 32 anni, secondo me un paio di stagioni ad alto livello riesci ancora a giocarle, vuoi venire al Blackpool?». È più o meno ciò che gli dice Joe Smith, il manager dei Tangerines, i Mandarini, come vengono chiamati i giocatori che indossano la maglia arancione del Blackpool.

Don Morley/Allsport

Lui ci pensa, accetta e dà vita a una nuova avventura. Ha 32 anni, per l’appunto, e deve gestire una parabola in teoria discendente e invece l’apice lo raggiunge qualche anno dopo, a 38. Nel ’47 ancora non lo sa, ma giocherà da professionista per altri 18 anni.

Con il Blackpool arriva l’unico titolo di squadra di tutta la carriera. Il 2 maggio 1953, è in palio la Coppa più importante d’Inghilterra, la FA CUP. Dopo che il Blackpool era arrivato vicino alla vittoria in due occasioni, si ripresenta la chance, questa volta contro il Bolton. E dopo appena 75 secondi il Bolton passa in vantaggio. Dopo 20 minuti i Wanderers hanno già raddoppiato. Sembra finita, anche perché il Blackpool non reagisce.

Poi arriva la rete della speranza a pochi secondi dalla pausa. Negli spogliatoi Stanley, leader indiscusso del gruppo, cerca di caricare i suoi, vuole l’impresa, intende vincere, anche se fino a quel momento lui stesso ha combinato molto poco. Il secondo tempo ricomincia, ma è subito rete del Bolton. Passano i minuti e non succede nulla.

 (Photo by Frank Harrison/Fox Photos/Getty Images)

Matthews gioca male, sbaglia i passaggi fondamentali, a un certo punto appare quasi rassegnato. Il pubblico capisce e inizia a incitare con forza il campione. Gli fa sentire il suo appoggio. Lui è lì, un po’ fermo sulle gambe dopo l’ennesimo sprint inutile sulla fascia.

Fino al minuto 68. Riceve palla, stavolta prende l’avversario in velocità, disorienta l’ultimo difensore e serve in area per Mortensen. 3-2, rinasce la speranza. Intanto le lancette dell’orologio continuano a scorrere in maniera inesorabile. Manca un minuto al termine: calcio piazzato e Mortensen, ancora lui, realizza la rete del pareggio. Wembley è in delirio. I Mandarini hanno riacciuffato la partita pur senza giocare bene. Tutto, a un minuto scarso dalla fine, sembra indicare i tempi supplementari fra Bolton e Blackpool.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

L’arbitro sta procedendo al recupero quando la palla arriva nuovamente tra i piedi di Matthews. Il “wizard of dribble” parte in velocità, arriva sul fondo e serve un pallone perfetto per Perry che non deve fare altro che appoggiarla in rete. Incredibilmente Perry sbaglia. L’arbitro nel frattempo si mette il fischietto in bocca e consulta l’orologio. Sta per fischiare la fine ma la sfera è ancora in possesso del Blackpool. Dunque il referee lascia che si giochi l’ultima azione.

Bell serve Lofthouse che, come fosse basket, affida l’ultimo possesso al giocatore più forte. Matthews, rinato nell’ultima mezz’ora, crea scompiglio in area e lancia di nuovo sui piedi di Perry. Ancora una volta il pallone è solo da spingere in rete. Bill Perry questa volta non sbaglia. Per un attimo i tifosi arancioni restano immobili, quasi increduli, poi, quando vedono che l’arbitro convalida, esplodono. L’impresa finirà negli annali. Vince il Blackpool. Vince il buon vecchio Stanley Matthews. Una piccola città del nord, più o meno equidistante fra Liverpool e Manchester, vive un giorno di gloria, uno di quelli che gli inglesi ancora studiano sui libri di storia del calcio.

Nel 1961 il figliol prodigo torna allo Stoke City. Grazie alle giocate di un campione mai invecchiato, eternamente decisivo, consapevole dei propri mezzi ma sempre sobrio in campo e fuori, la squadra fa ritorno in First Division. L’ultima partita di Stanley Matthews nella massima divisione inglese all’età di 50 anni, proprio con la maglia biancorossa dello Stoke nel 1965, fa segnare un record tuttora imbattuto. Senz’altro in Inghilterra, ma forse nel mondo intero

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