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Vicini, lontanissimi

By 5 Luglio 2019

Nella notte fra domenica e lunedì Stati Uniti e Messico si giocheranno la finale di Gold Cup. Una sfida fra due nazioni divise da un poroso confine di 3 mila chilometri ma, soprattutto, da un modo di vedere la vita e il calcio profondamente diverso. Una delle rivalità più accese del mondo si arricchisce di un nuovo capitolo

Ultima giornata delle qualificazioni CONCACAF verso Brasile 2014. Sommata alla sconfitta del Messico in Costa Rica, la contemporanea vittoria di Panama sugli Stati Uniti suona come una condanna per il Tricolor: i messicani corrono il serio rischio di guardare il Mondiale in poltrona. I loro destini, con annessa la flebile speranza di acciuffare in extremis gli spareggi, sono nelle mani dei rivali di sempre, gli Stati Uniti, peraltro già certi della qualificazione. Il Messico è sull’orlo dello psicodramma, ma inaspettatamente a dargli una mano è proprio l’USMNT:  allo scadere dei novanta regolamentari, a Panama, Graham Zusi realizza  la rete del pareggio, gelando l’Estadio Rommel Fernández nello stesso momento in cui diventa una specie di eroe nazionale in Messico, insperatamente catapultato al playoff intercontinentale con la Nuova Zelanda. Ai microfoni di TV Azteca, Cristian Martinoli, il telecronista ufficiale delle gare del Tri, non si trattiene, lasciandosi andare ad un’epica dichiarazione d’amore nei confronti degli Stati Uniti: «United States goal. We love you. We love you forever and ever. God bless America».

Questo, però, non deve ingannare: «La rivalità tra Messico e Stati Uniti è una delle più affascinanti e infuocate del Mondo. Coinvolge tutti ed ha forti connotazioni sociali e politiche», ha raccontato alla BBC Pablo Mirallas, co-autore insieme a Michael Whalen e Roberto Donati di “Gringos at the Gate”, un documentario in cui i registi hanno cercato di incapsulare l’essenza di questa sfida millenaria.

La rivalità tra Messico e Stati Uniti, una delle più iconiche a livello mondiale, nasce da un complicato mosaico di fattori le cui radici affondano nei complessi processi storici, politici ed economici dei due giganti dell’America Settentrionale: nei conflitti combattuti a metà dell’800 e culminato con la firma del famigerato Trattato di Hidalgo, in cui il Messico ha accettato di perdere oltre la metà del suo territorio originario; nelle polemiche relative alla stipula del NAFTA negli anni Novanta, quando il Messico è andato a dormire credendo di trovarsi nel primo Mondo e si è svegliato accorgendosi di essere stato catapultato nel Terzo; per arrivare all’annosa questione sul fenomeno migratorio, tema centrale delle politiche sulla “tolleranza zero” del presidente statunitense Donald Trump.

Il calcio è solo lo specchio di due realtà geograficamente vicine, separate da una porosa frontiera lunga poco più di 3000 km, ma culturalmente e socialmente agli antipodi, anche nella concezione dello sport, come testimonia ElFutbolesNuestro, uno degli hashtag più gettonati della selezione messicana: «Per loro il calcio è uno sport in più, come tanti, per noi messicani invece è tutto. L’hashtag ElFutbolEs Nuestro è un modo per rivendicarlo ancora una volta», ha spiegato molto efficacemente in un’intervista El Principito Andrés Guardado, uno dei totem recenti del Tricolor. Sulle differenze tra il tifoso messicano, viscerale e appassionato, e quello statunitense, dipinto come uno spettatore meno emotivo e più razionale, si è soffermato anche Juan Villoro,  uno dei più celebri scrittori messicani contemporanei, nonché grandissimo appassionato di fútbol e tifoso del Club Necaxa: «Un messicano appassionato di calcio è un ‘altra cosa. È un masochista che colleziona fallimenti, tanti giovedì di passione per i quali non c’è però la resurrezione la domenica».

Quello a cui si riferisce Juan Villoro, molto probabilmente, è la cosiddetta mistica del Dos a Cero. Nonostante la vittoria degli USA nel primo confronto ufficiale, uno spareggio disputato a Roma e valido per l’accesso al Mondiale italiano del 1934, il Messico aveva immediatamente invertito la tendenza (non concedendo mai la vittoria all’USMNT dal 1937 al 1980), ma negli 2000 le gerarchie si sono ribaltate, preparando terreno fertile all’avvento della maledizione del Dos a Cero. Per un certo periodo di tempo, dal 2001 al 2016, le gare giocate al Mapfre Stadium di Columbus, fortino scelto di solito dagli USA per le sfide con il Tricolor vista la bassa presenza di ispanici ed expat nella zona, infatti, sono finite sempre con lo stesso risultato: 2-0.

Il Dos a Cero più famoso di tutti, però, resta quello rifilato al Messico dalla nazionale Stars and Stripes agli ottavi di finale del Mondiale nippocoreano del 2002, perpetuando la maldición del quinto partido, un altro dei tabù storici del Tricolor messicano. Ancora oggi, il ricordo di quel giorno nefasto, turba le notti di Óscar Pérez Rojas, leggendario portiere del Pachuca e della nazionale messicana: “Prima di quella partita la pressione era tutta dalla nostra parte, eravamo troppo tesi ed abbiamo perso. Nello spogliatoio nessuno fiatava, il clima era terribile, c’era una delusione inspiegabile. È un ricordo amaro, ma ci dobbiamo convivere”, ha ricordato il Conejo al portale messicano Mediotiempo.

Oltre a vittorie e sconfitte, cori e sfottò, il fuoco della rivalità è stato ravvivato ciclicamente dai protagonisti in campo, con comportamenti irriverenti e prese in giro forse un po’ troppo sopra le righe. Nel 2004, ad esempio, un’icona yankee come Landon Donovan è stata beccata mentre durante un allenamento orinava di nascosto sul prato dello Stadio Jalisco di Guadalajara, scatenando l’ira dei tifosi messicani. La reazione non si è fatta attendere: il giorno dopo, durante la partita dell’under 23 che rappresentava, il pubblico ha pensato di punzecchiarlo inneggiando ad Osama Bin Laden, il leader di Al Qaeda e mandante dell’attentato alle Torri Gemelle di tre anni prima.

Non a caso dodici anni più tardi, prima di una gara cruciale per le qualificazione al Mondiale di Russia, giocata a pochi giorni dall’elezione alla Casa Bianca di Trump, in un momento assai significativo dal punto di vista politico e simbolico, qualche buontempone ha usato un profilo fake di Donovan per diffondere messaggi razzisti e strumentalizzare l’incontro a fini politici, invitando praticamente i tifosi dell’Ohio a gridare “Muro” ad ogni rinvio del portiere avversario.

Addirittura l’ex romanista Michael Bradley è voluto scendere in campo in prima persona per stemperare i toni, scrivendo un lungo messaggio sui social dai toni concilianti: «Abbiamo un rispetto totale per i messicani. Per cui invito il pubblico a comportarsi come sempre ha fatto in questi anni».

Sul campo ha vinto il Messico, 2-1, sfatando dopo 15 anni il tabù del Dos a Cero e cogliendo una vittoria dai significati extracalcistici dominanti: “C’è troppa intolleranza. Era il momento migliore per regalare questa vittoria ai messicani“, ha dichiarato il capitano Rafael Márquez, uno che ha sempre riservato parole acuminate alle politiche migratorie di Donald Trump.

Adesso, a tre anni da quel match iconico, la deriva assunta dall’amministrazione USA nei confronti delle migrazioni sembra essere ancor più preccupante. Trump ha stretto ancor di più le maglie dell’anti-immigrazione, annunciando all’inizio di giugno un accordo con il Messico per contenere i flussi migratori, e sembra intenzionato ad accelerare l’edificazione del muro lungo tutto la frontiera, anche se recentemente il Pentagono sembra avergli imposto l’alt, congelando almeno per il momento i fondi necessari al compimento dell’opera.

Stati Uniti Messico

Lo sport, però, sembra andare nella direzione contraria. Laddove la politica tenta di innalza muri, insomma, il calcio costruisce ponti, assecondando le parole del Gran Capitán Márquez: «Non ci sono muri capaci fermarci se crediamo in noi stessi». Nelle scorse settimane, infatti, MLS e Liga Bancomer MX hanno raggiunto l’accordo per il lancio di una competizione comune, la Leagues Cup, un torneo in partenza a luglio, a cui prenderanno parte 4 squadre statunitensi e altrettante messicane: «Siamo contenti di aver stipulato questa collaborazione con la Liga Bancomer» ha dichiarato entusiasta Don Garber, il Commissioner della MLS.

Prima, però, Messico e Stati Uniti si ritroveranno faccia a faccia nella finalissima di Gold Cup, a cui sono approdate faticando più del previsto rispettivamente con Haiti e Giamaica: per la sesta volta il Clásico CONCACAF metterà in palio il trofeo più ambito dell’America centro-settentrionale. Il Messico l’ha spuntata in cinque occasioni, vedendo gli arcirivali sollevare la coppa solo nel 2007 a casa loro, e anche stavolta la sele azteca sembra essere la favorita, anche se in minor misura rispetto al passato considerate le pesanti assenze.

Merito soprattutto del grande lavoro svolto fino ad ora dal Tata Gerardo Martino, subentrato al Profe Osorio sei mesi dopo la fine del Mondiale russo, concluso come sempre agli ottavi di finale. L’allenatore argentino, sbarcato in Messico dopo un’avventura in MLS ad Atlanta, ha strizzato l’occhio alle naturalizzazioni ed ha cominciando ad impiantare i concetti del fútbol de toque, ma soprattutto ha posto fine alle tanto chiacchierate rotaciónes di Osorio, affidandosi stabilmente al tanto amato 4-3-3: “Non dobbiamo cambiare modo di giocare a seconda dell”avversario. Dovremmo essere noi a controllare i ritmi e l’intensità, a prescindere dai rivali”, ha spiegato in conferenza stampa, evidenziando un elemento di discontinuità con il ciclo Osorio, spesso accusato di modellare la squadra ad immagine e somiglianza dell’avversario.

Stati Uniti Messico

Privo per vari motivi di pilastri come Hirving Lozano, Javier Chicharito Hernández, Carlos Vela, Héctor Herrera e Jesús Manuel Tecatito Corona, a trascinare in finale la Tricolor sono stati i gol di Raúl Jiménez, rinato in questa stagione di Premier con la maglia dei Wolves e finalmente protagonista con il Tri dopo la celebre rovesciata salva-mondiale rifilata a Panama nel 2013: “Per essere presente in nazionale devo sciropparmi dei viaggi massacranti, ma non importa: giocare per la nazionale è un premio“, ha dichiarato a GQ, lanciando una frecciatina agli altri “europei“, alcuni dei quali rimasti in Europa per prepararsi al meglio in vista della prossima stagione con i club, snobbando la Gold Cup.

La sensazione è che superare l’USMNT di un arrembante Pulisic, in ricostruzione dopo la mancata qualificazione a Russia 2018, sia fondamentale in questo momento storico per il Tricolor: una vittoria sarebbe come un toccasana per un appeal precipitato ai minimi storici, ma soprattutto permetterebbe al Messico di consolidare il proprio dominio fútbolero sulla CONCACAF con l’undicesima Gold Cup della sua storia, allargando così il solco con i vicini d’oltre frontiera fermi a quota 6.     

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