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Steven Zhang, romanzo di un giovane presidente

By 27 Marzo 2020
Steven Zhang

Dal basso profilo iniziale alle accuse, sbagliate nei modi, a Dal Pino. Ecco come si è evoluta la figura di Steven Zhang

Nonostante il brillante curriculum, il biglietto da visita con cui Steven Zhang si presenta al mondo nerazzurro non è dei più rassicuranti. Almeno per come siamo abituati da queste parti. Prima che suo padre Zhang Jindong acquistasse il 68% dell’Inter, Steven non aveva mai visto una partita di calcio. È lui stesso a confessarlo. Non aveva idea di come funzionasse questo gioco tanto popolare, quali fossero le sue regole e i suoi meccanismi. Non sapeva nemmeno che ammettere la sua ignoranza sarebbe stato rischioso, un inconsapevole atto di coraggio. Perché c’è una parte dei tifosi italiani, la più romantica, che porta avanti ostinatamente la sua lotta contro i tempi moderni, e resta aggrappata con le unghie alla tradizione.

È ancora intrappolata nell’idea nostalgica di proprietari di club che sono prima di tutto tifosi, o abituata a vedere presidenti mossi in primo luogo dalla passione per il calcio, che spesso sfocia nel folclore delle accuse al mondo arbitrale o in altri tic che li avvicinano al popolo, facendolo sentire in un certo modo protetto, tutelato nel rispetto della sua fede. E allora è probabile che la prima reazione del tifoso interista sia stata “ommiodio, come possiamo affidarci a un tizio che non ha idea di come sia fatto un pallone”?

Foto LaPresse – Gerardo Cafaro

Per il più giovane presidente della storia dell’Inter, la strada per ottenere credibilità era tutta in salita. Un po’ per via di questa dichiarazione, un po’ per l’ombra lunga del predecessore Thohir, un po’ per colpa di un imbarazzante spot che costringeva Zanetti a partecipare a un ridicolo balletto in stile Gnam Gnam Style per promuovere tutte le attività della holding di famiglia, e che aveva scatenato ogni genere di ilarità.

Come se non bastasse, ad alimentare lo scetticismo del mondo interista e del calcio italiano in generale, ci si è messo l’enigmatico Yonghong Li, che nell’altra sponda del naviglio aveva avviato sotto false promesse un oscuro progetto per rilanciare l’altra nobile decaduta della città, rivelandosi ben presto un bluff. Gli enormi profitti del colosso Suning, proprietario del club, che registra un fatturato di circa 30 miliardi di dollari all’anno erano una garanzia in termini di risorse finanziarie, ma non ancora in termini di asset sportivo.

Nei suoi primi mesi in Italia, Steven Zhang (pseudonimo Zhang Kangyang) è occhi e orecchie del papà, che conduce i suoi affari dal quartier generale di Nanchino. Ma non solo. È stato mandato lì con la promessa favolistica del “tutto questo, un giorno, sarà tuo”, a patto che ti farai il mazzo e dimostrerai di essere all’altezza. Condizioni a cui si è abituato presto, Steven, venuto su con il dovere di guadagnarsi un posto di rilievo nell’azienda studiando e facendo esperienza, perché nulla gli sarebbe stato regalato da un padre che ha costruito un impero partendo da un negozio di elettrodomestici. A 15 anni vola negli Stati Uniti per frequentare la prestigiosa Mercersburg Academy, dove si diploma con lode. Poi la laurea in economia alla Wharton School dell’Università di Pennsylvania, dopo il rifiuto ai corteggiamenti di MIT e dell’Università di Duke. Da lì l’inizio della sua carriera, con le esperienze nelle banche d’investimento Morgan Stanley e JP Morgan prima di entrare, nel 2016, a far parte del gruppo Suning nel ruolo di presidente della divisione internazionale.

Foto LaPresse/Spada

È piuttosto evidente che il tempo delle responsabilità per Steven Zhang sia arrivato con largo anticipo, così come il senso di disciplina di chi è costretto a seguire con rigore un percorso netto. La sua parabola non ha nulla del classico romanzo di formazione in cui il protagonista cade, sbanda e deraglia prima di affrancarsi dalla gioventù e fare il suo ingresso nel mondo dei grandi. Di Holden Caulfield, potrebbe essere solo la nemesi. Il giovane Steven non può permettersi di rifiutare regole e codici morali degli adulti, perché adulto deve diventarlo il prima possibile. Non può vagabondare in cerca di se stesso, perché sin da giovanissimo ha l’obbligo di essere una persona ben precisa. Una persona che, per fortuna, sembra piacergli.

Così come gli piacciono la moda e le auto di lusso, ma questo potrebbe ingannare. Sebbene non perda occasione di mostrare la sua infinita scuderia, Steven Zhang è ben lontano dalla volgarità dell’universo vanesio e spendaccione di molti rampolli che fanno bella mostra dei soldi di papà postando sui social il loro diario da viveur di lusso, con fiumi di champagne che scorrono a bordo di motoscafi popolati da nugoli di donne in pose provocanti.

Al contrario si è subito distinto per una certa educazione, per uno stile asciutto fatto di tanti silenzi, poche espressioni, enorme attenzione. Come un sismografo, dal primo giorno di campagna italiana ha rivelato ogni scossa, ogni segnale che un mondo a lui sconosciuto gli lanciava, catturandolo con i suoi occhi vispi e appuntandoselo sulle note. E questa enorme curiosità, quest’attitudine spugnosa è il denominatore comune dei tentativi di raccontarlo fatti da chi gli sta più vicino. Ha trascorso così il primo periodo in Italia, tra rapida assimilazione e le chiamate del padre, che gli chiedeva tutti i giorni delle condizioni di Icardi e dell’umore di Gabigol. Tra emissario sul campo e scaltro apprendista. Ma Steven Zhang, già membro del consiglio di amministrazione, non si limita a conoscere il mondo del management calcistico, e ha ben chiaro il lavoro da svolgere per rilanciare il brand Inter e iniziare la rincorsa ai maggiori club del mondo.

Steven Zhang

LaPresse.

Nel frattempo la sua immersione nell’universo interista sembra lasciare i primi segni. Chissà se per freddo calcolo o per una reale attrazione per la storia e l’impianto valoriale del club, Steven Zhang pare abbracciare con trasporto la causa nerazzurra. Una sinergia che simultaneamente costruisce con Milano, città che sta attraversando un periodo di rigogliosa crescita e che sembra riflettere perfettamente la figura del giovane Zhang, con cui condivide riservatezza e operosità, scabra opulenza e sguardo proiettato al futuro. Milano è anche il cuore di tutta la comunicazione dell’Inter, che tesse gran parte della sua narrazione sul tema dell’identità. Squadra e città sembrano somigliarsi e crescere insieme, in un gioco di specchi di cui fa parte anche Steven. Non a caso, tempo dopo la nuova sede sorgerà proprio nel cuore pulsante dell’avanguardismo cittadino, tra scintillanti grattacieli e parchi verdi e curatissimi, simboli di dinamismo e modernità, i nuovi valori del club e i tratti caratteristici di Zhang.

Se l’adattamento alla nuova realtà procede spedito come un idillio d’amore, l’immagine pubblica di Steven Zhang ha bisogno di una spinta per uscire dalla penombra. Manca ancora qualcosa per spazzare via i dubbi che ancora aleggiano su di lui e sulla serietà del progetto Suning: un risultato e un gesto che avvicini il popolo alla proprietà. Arrivano entrambi lo stesso giorno, il 20 maggio 2018.

Dopo un’epica partita contro la Lazio, l’Inter ritrova la Champions League nei minuti finali dell’ultima giornata, a distanza di sette anni dall’ultima volta. A fine gara, mentre giocatori, dirigenti e membri dello staff festeggiano con grandi abbracci l’obiettivo raggiunto, Steven Zhang passeggia a bordo campo con le mani in tasca e si lascia andare a un pianto solitario. Sembra volersi ritagliare un momento intimo nel chiasso della gioia collettiva. Il suo modo pudico di commuoversi è una doppia rivelazione: mostra il lato sensibile di un ragazzo apparentemente freddo e cattura tutto il suo coinvolgimento nel progetto Inter. Un gesto che, arrivato in un momento così importante, recide ogni perplessità sul suo interesse per i destini sportivi del club e restituisce valore allo slogan Inter is coming, coniato come annuncio di un rinascimento interista.

Steven Zhang

Foto Claudio Grassi

Steven Zhang inizia a essere visto non più come un ragazzo in vacanza studio in Italia, ma come un credibile futuro presidente. Investitura che arriva ufficialmente il 26 ottobre successivo. E c’è sempre lo sfondo di Milano nel video celebrativo che l’Inter studia per l’insediamento del 21esimo presidente della sua storia, con Steven che osserva la città con lo sguardo di chi la sente ormai sua e dichiara: “Io sono pronto, e voi?”. Il benestare arriva anche da Massimo Moratti, che attraverso una lettera scritta come un padre in esilio usa parole al miele per descrivere il nuovo presidente e mettere tutti in guardia: “Sono sicuro che farà bene. Grave errore sottovalutarlo per l’età o la poca esperienza. È sveglio e moderno nel modo di concepire il futuro e comunicare. Generoso nei sentimenti ma verso chi lo merita, insomma, per me siamo in buone mani”.

Osservare un presidente così giovane apre il campo a nuovi scenari, nuovi paradigmi, nuovi sguardi. Steven Zhang non si mostra molto, ma nell’intervista realizzata da Inter Tv per presentare Antonio Conte, è lui a sedere di fianco al nuovo tecnico. È il momento mediaticamente più importante da quando ricopre la carica di numero uno. Ed è un’immagine curiosa, alla quale, almeno dalle nostre parti, non siamo abituati: uno dei migliori allenatori al mondo che si presenta ai tifosi parlando con un ragazzo che potrebbe essere suo figlio e invece è il suo capo.

Ma c’è poco di straniante in questo incastro. Soprattutto per merito di un giovane capo capace di trasmettere serietà e freschezza, che non porta la cravatta ma una camicia sbottonata eppure appare autorevole. Che non si pone con l’atteggiamento borioso di chi si compiace di comparire nella lista degli under 40 più influenti stilata da Fortune e a 29 anni è già proprietario di un club, ma nemmeno con la soggezione di chi deve a tutti i costi apparire all’altezza della situazione. Un atteggiamento perfettamente espresso dal gesto che Zhang compie a un certo punto dell’intervista, quando si dice felice di essere seduto di fianco a Conte, e mentre lo dice gli appoggia la mano sulla spalla come se stesse promuovendo un amico di fronte a una bella ragazza, senza però mettere in imbarazzo né Conte né l’Inter.

Foto LaPresse – Fabio Ferrari

Sempre Moratti aveva detto di lui: “la grande educazione lo fa sembrare timido, ma non lo è”.

L’impressione, infatti, è che Zhang abbia in dote quel carisma lieve che spesso, per paradosso, risulta il più forte, quello che meglio attecchisce, ben più dell’autoritarismo sguaiato. Vedere un padrone che fa la coda per accreditarsi alla cena aziendale può trasferire un’idea di scarso carattere o eccessiva umiltà, ma anche di forza calma. È anche così che si è guadagnato l’amicizia di molti (tra cui Luca Percassi, figlio del presidente dell’Atalanta) e un rispetto trasversale, compreso quello di Andrea Agnelli, che ha accolto con entusiasmo la sua elezione nel board dell’ECA, di cui Steven è l’unico cinese a far parte. Un rispetto che ha rischiato di compromettere qualche settimana fa.

Intorno alla mezzanotte di martedì 3 marzo, Steven Zhang si è spogliato. Ha smesso gli abiti del giovane presidente per rimanere solo un giovane arrabbiato. E come accade per molti giovani arrabbiati di questi tempi, il primo pensiero è stato quello di prendere in mano lo smartphone e sfogare la sua rabbia attraverso una storia Instagram. “Sei il più grande e triste pagliaccio che io abbia mai visto. Giocare con il calendario e mettere sempre la salute pubblica al secondo posto: vergognati!”. Questo il contenuto della sua invettiva, scritta con font scanzonato e corredata da emoticon per amplificarne il messaggio – già di suo non esattamente tenero – rivolta al presidente della Lega Calcio Paolo Dal Pino, insediatosi solo un mese prima e già alle prese con uno dei momenti più complicati della storia del calcio. Una figura istituzionale verso cui è difficile immaginare che qualcuno possa rivolgersi in via non ufficiale e con un linguaggio informale. Figurarsi dargli apertamente del clown irresponsabile in socialvisione.

Foto LaPresse – Claudio Furlan

Le ragioni di Zhang, che cercava a tutti i costi di evitare le porte aperte per Juventus-Inter in un momento in cui il contagio da coronavirus cominciava la sua espansione, si sono sbriciolate sotto il peso di un linguaggio considerato unanimemente irrispettoso e inadeguato. Ai limiti della calunnia. Da bimbominkia a moccioso impertinente che si permette di attaccare le istituzioni con una storiella che si autodistrugge in 24 ore, le reazioni di buona parte dei media e della politica sportiva hanno oscillato tra lo sdegnato e il paternalistico. Un coro di voci si è sollevato per difendere le buone maniere e stigmatizzare il comportamento di questo ragazzetto che ha osato sfidare a muso duro il potere come in una rissa tra compagni nel cortile della scuola. Non si fa. Tirata d’orecchie e apertura di un’indagine.

In effetti toni e modi usati da Zhang sono stati esagerati e fuori luogo. E l’età è un fragile scudo dietro cui ripararsi, nonostante quel memorabile incipit di Conrad (“solo i giovani hanno di questi momenti”). Qualche malpensante, in quei giorni ancora confusi in cui la minaccia di Sars-Cov-2 non si era ancora manifestata in tutta la sua potenza, aveva letto dietro quell’attacco un misero tentativo di far giocare il match scudetto senza il favore dei tifosi di casa juventini.

Sono bastati pochi giorni, tuttavia, per vedere quell’attacco feroce sotto un’altra lente. Per capire quanto Zhang, cinese trapiantato in Italia, fosse coinvolto e preoccupato per un’emergenza con cui il suo paese aveva fatto i conti prima di tutti, e di cui sapeva che l’errore più grande sarebbe stato quello di sottovalutarne la portata. Per rendersi conto che Zhang non cercava di tutelare l’Inter – o almeno non solo l’Inter – ma la salute pubblica. E se il messaggio poteva in un primo momento apparire retorico, il tempo, e i numeri drammatici cresciuti esponenzialmente nelle settimane successive, hanno riabilitato quel gesto. Hanno perfino giustificato, almeno in parte, i modi puerili e i toni volgari con cui l’ha compiuto, e su cui nemmeno ora che le ragioni sono evidentemente dalla sua parte intende ritrattare, come dimostrano le dichiarazioni rilasciate pochi giorni dopo al Financial Times: “sono stato fin troppo leggero”.

Da qualunque parte lo si voglia guardare, l’episodio posiziona Zhang in un punto diverso del nostro immaginario. È stato una dimostrazione della sua presenza nel nostro sistema. Un’espressione della sua figura in termini fino a prima sconosciuti. Ora sappiamo che Steven Zhang è anche questo, un ragazzo duro e irascibile, un presidente che vuole mettere la sua faccia e la sua voce. Forse è stato un momento cruciale della sua avventura italiana. Più probabilmente solo un’altra tappa della sua crescita.

 

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