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Il portiere palla al piede, discutiamone

By 16 Gennaio 2020

L’errore di Ospina contro la Lazio propone una domanda: la tendenza sempre più ossessiva a far partire il gioco dal basso sta trasformando gli estremi difensori in capri espiatori ideali? Analisi di un’evoluzione che ha messo in discussione le specificità di un ruolo

Non c’è pace per i portieri, fin dal 1992. Da quando il regolamento del gioco del calcio vide la sua modifica più radicale dai tempi del fuorigioco, quella dell’abolizione del retropassaggio difensivo all’estremo difensore, arma di melina di massa in mano ai catenacciari.

Tutto era cominciato però con Cruyiff e Sacchi che tra Barcellona e Milano avevano mandato ai matti i loro portieri obbligandoli a lavorare con la squadra, fino al Seba Rossi sweeper-keeper kamikaze o al Galli che prende dalla trequarti un gol di Maradona di testa perché Sacchi voleva anche un libero in mezzo ai pali, visto che l’aveva abolito tra i giocatori in movimento. Per inciso, facile farlo se hai Baresi.

Ora, però, stiamo esagerando. Se un tempo potevano perdere tempo fino all’esasperazione, erano il refugium peccatorum di ogni errore, timore e reparti difensivi scarsi, ora si è deciso di farli diventare i capri espiatori ideali del gioco moderno del calcio.

(Photo by Justin Setterfield/Getty Images)

A regole punitive, compresa la più recente di poter far ripartire l’azione dall’interno dell’area con i compagni, si aggiungono i dettami al limite del fanatismo religioso dei discepoli di Arrigo Sacchi.

Maurizio Sarri confessò, ai tempi di Napoli, che in caso di palla spazzata e non giocata di prima o massimo seconda su un compagno, anche nella propria area, in allenamento dava rigore contro al malcapitato. Lo disse per giustificare un errore di Chiriches così come Gattuso si è attribuito la paternità di quello di David Ospina, l’orrore che ha permesso a Immobile di dare alla Lazio un’immeritata vittoria contro gli azzurri. «Perché è importante giocare dal basso».

Un dogma moderno che sta facendo dannare i numeri uno già afflitti da una mancanza di fondamentali mai così accentuata come in questi anni. Guardate gli errori di posizione, postura, di interpretazione che fanno fenomeni come De Gea o Oblak, così come pensate che in Italia il futuro si chiama Meret e Donnarumma, ancora con limiti tanto evidenti da essere insidiati in nazionale da un vecchia scuola come Sirigu.

(Photo by Sebastian Widmann/Bongarts/Getty Images)

Il motivo è quello che diceva Allegri poco tempo fa: nelle giovanili ormai ci si allena sul modulo e sulla tattica e non sulla tecnica individuale e così l’esigenza di ripartire dal portiere diventa automaticamente la necessità di allenarlo con i piedi e dimenticare di affinare la sua specificità. Non è un caso che chi, tra i preparatori del ruolo, lavora ancora alla vecchia maniera come Savorani, sforni solo fenomeni, o migliori le prestazioni dei suoi assistiti in maniera esponenziale, da Szczesny ad Alisson fino a Pau Lopez. Nessun portiere passato per Roma da quando c’è lui è peggiorato, la maggior parte hanno visto un miglioramento nettissimo. Persino Olsen, anche se se ne sono accorti ora che è a Cagliari.

Donnarumma l’anno scorso su Defrel, Gabriel quest’anno su Torregrossa, il rigore che prende Dybala all’Olimpico nell’ultima giornata e ovviamente la papera di Ospina sono figli di questo ossessivo ripartire alti, del costringere i guardiani della porta a spingersi oltre i limiti.

Ci sono anche motivi validi perché ciò debba accadere: allenarne la concentrazione, la reattività, coinvolgerli nella manovra invece di escluderli e far sì che i più fragili non abbiano un calo mentale. E ancora trovarsi costantemente in superiorità numerica sul pressing avversario, sempre più gegenpressing, da Klopp a Gasperini nessuno si nega la riaggressione, fino al Salisburgo che cerca la palla dove vorrebbe far ripartire il proprio gioco e non dove vorrebbe distruggere quello altrui.

(Photo by Paolo Rattini/Getty Images)

Eppure. Eppure questo sistema sta mostrando la corda. Perché abbiamo sempre più portieri mediocri preferiti ad altri più strutturati perché hanno piedi da centrali di centrocampo di Serie B, perché i difensori usano i loro estremi difensori come scarico di responsabilità esponendoli a soluzioni di disimpegno sempre più difficili e abituandosi a passaggi all’indietro superflui e pericolosi (pensate a Oliva contro l’Inter in Coppa Italia), perché toccare più palloni porta il numero uno a eccessi di sicurezza e superficialità. E soprattutto perché, banalmente, se da bambino invece di metterti a correre sulla fascia o a sgomitare in area per segnare un gol ti sei messo i guanti, forse è perché volevi tuffarti e usare le mani, non perché volevi fare un sombrero a un avversario.

Per intenderci, David Ospina è fatto per uscire con folle lucidità su Milinkovic-Savic o parare un rigore a Iemmello, non per dribblare Immobile. Il tatticismo però ha ormai ingabbiato l’Italia in un sistema di moduli affrontati con adesione totale da calciatori e allenatori. L’1-4-3-3 arrivò con Zdenek Zeman (che cominciò a citarlo nel glossario tattico, tirando fuori quell’uno sempre sottinteso nell’enunciazione dei moduli), con il compianto Franco Mancini a imperversare negli ultimi 30 metri – era un fenomeno, ma non ce lo ricordiamo perché quel gioco lo esponeva a figuracce piuttosto spesso – e quel Foggia che ripartiva come un elastico trovando il modo di costruire un ossessivo gioco d’attacco, in velocità e sempre in superiorità numerica, grazie alla ragnatela di passaggi a tutto campo.

(Photo by Richard Heathcote/Getty Images)

E il buon Mancini era l’elemento che spesso spostava gli equilibri a inizio azione, fu lui prima di altri a rappresentare il punto di contatto tra transizione negativa e transizione positiva, in una sorta di eterno contropiede in cui il passaggio all’indietro serviva e serve a stanare avversari sempre più rannicchiati in fazzoletti di campo, per spezzare partite e schieramenti avversari.

Giusto, ma se poi il prezzo da pagare sono almeno una dozzina di punti a campionato per errori drammatici dei propri portieri, forse, comincia a non valerne più la pena. Chiedete a Danny Ings, onesto mestierante del pallone del Southampton che si è visto regalare due reti, grazie al pressing su chi invece di difendere la porta la apre gentilmente agli intrusi. Parliamo di Adrian del Liverpool, eroe della Supercoppa Europea, e di Lloris, non due sprovveduti.

Chi rifiuta questo gioco per ora non trova continuità di risultati (Mourinho o Ancelotti, per dirne due) e chi lo esercita sa anche pubblicizzarlo bene, avendo sponsor come Guardiola che li elogia, da Sarri fino a Gattuso che definisce il proprio calcio pensante, a differenza di altri (ma qui si scambiano le preoccupazioni per pensieri). Il punto, però, è sempre e solo la solitudine dei numeri primi.

Foto Alfredo Falcone – LaPresse

Se andiamo a pescare il tiki taka di Pep, il marchio di fabbrica del dogma, troviamo due soli scarichi sicuri, i centrali difensivi. Che si possono trasformare in 4, nel caso di una squadra come il Barcellona (ma ancora più il Bayern, dove quel tipo di transizione riusciva ancora meglio) e in caso di azione veloce, sei. Il punto, però, è che quel numero di giocatori di movimento ha margini di errore che il loro compagno tra i pali non si può permettere, oltre che a tempi di esecuzione maggiori.

Ma il grado di difficoltà e tensione maggiore del portiere non attenua le pressioni psicologiche su di lui, che rimangono le stesse, se non maggiori da parte dell’allenatore, dei tifosi e degli addetti ai lavori, perni e vittime dello spartito tattico. Lì esce fuori la personalità e la follia del portiere: che prova l’impossibile oppure, alla viva il parroco, rinvia o spazza. O ancora, semplicemente, crolla e sbaglia.

È forse ora che questi profeti di un calcio ormai giocato sui binari dell’ideologia approccino un principio di realtà che consenta agli estremi difensori di tornare a fare il loro lavoro. E di usare i piedi, ma senza esagerare. Anche perché, mentre i Pepe Reina fanno lanci alla Pirlo, i centrali difensivi, anche fortissimi, se si esclude Bonucci, non riescono a fare più passaggi di cinque metri (la coppia Manolas-Koulibaly ne sono un esempio lampante).

Altro che rigore a chi butta via la palla, a volte bisogna mirare proprio la parte alta della tribuna.

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