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Stig Tøfting, rabbia e dolore

By 28 Gennaio 2020
Stig Tøfting

La rabbia messa sui campi, nei bar, sul ring non ha mai potuto cancellare la sofferenza di un ragazzino costretto a vedere l’inspiegabile morte dei genitori. Storia di Stig Tøfting e della sua condanna a vita

30 luglio 1983. La bicicletta oscilla nelle strade della minuscola cittadina di Hørning, Stig Tøfting va di fretta, pedala forte, non vede l’ora di arrivare dai genitori per raccontare che la sua squadra, l’As Aarhus, il giorno dopo avrebbe giocato la finale nel più importante torneo giovanile calcistico di Danimarca. C’è sole, fa caldo, è tutto bello persino la scuola. Mamma Kirsten lo starà aspettando e papà Paul come sempre sarà nell’orto; i polmoni vorrebbero gridare la gioia, la bicicletta corre senza fermarsi. Qualcuno nota la corsa di un tredicenne biondo, dall’aria felice, borsa sulla schiena, quando arriva a casa non vede la madre alla finestra e nemmeno il padre nell’orto.

La bici smette di respirare, pure Stig, deve essere successo qualcosa, i suoi genitori sono metodici, attenti, strano che non siano ai soliti posti; il ragazzino entra in casa mentre le ruote della bicicletta girano a vuoto nel giardino. Si sente il lamento di Lucky, il loro cane, un mite golden retriever, c’è silenzio, troppo silenzio anche per la Danimarca. Stig entra, va al piano di sopra, si sentono solo i suoi passi fino a quando non entra nel salone e lì il silenzio si fa duro come la morte – un fucile, suo padre e sua madre. Tutti sul pavimento, nel sangue, a poca distanza.

Stig Tøfting

(Photo by Jana Lange/Bongarts/Getty Images)

Stig mica ci crede, deve essere un sogno, quanto sono brutti i sogni dei ragazzi in Danimarca. E poi lui lo sa che nel suo paese non si muore mai di violenza, non può essere vero quello che ha davanti ai suoi occhi, queste cose succedono in altri posti, per forza deve essere un sogno, quello stesso che fece cadere dal letto il vecchio Hans Christian Andersen costringendolo a star fermo negli ultimi anni della sua vita. Il grande favolista però non è accanto ai suoi genitori, forse perché anche lui è ancora sul pavimento nell’altra stanza o forse perché non sa cosa fare e cosa dire.

Quando va dai nonni non prova ancora dolore, in Danimarca i morti non lo sono mai per davvero, poi arriva la polizia e sentenzia che Paul ha sparato a Kirsten infine a se stesso. Non si sa perché, non si nulla, i morti, come in altri parti del mondo, non sono più abituati a parlare e preferiscono il silenzio così almeno possono distinguersi dai vivi; solo che Stig quella finale non la vuole perdere, ha faticato tanto per arrivarci, ci va e vince e viene premiato come miglior calciatore del torneo.

Nessuno sa nulla, i nonni tacciono, pure la polizia e chi sa non parla perché per Stig il dolore sta in quella casa non fuori. Fuori ci sono gli amici, il pallone, i trofei, il pubblico. Non si chiacchiera della tragica fine dei coniugi Tøfting da nessuna parte, la minuscola cittadina quando vede Stig si fa silenziosa come la notte quando arriva.

Stig Tøfting

(Photo by Peter Schatz/Bongarts/Getty Images)

Non ho le ali
e
la morte fa la parte
del mio nome.
Gioco con i fiammiferi sotto la scala.
Brucio e brucio al suolo il mondo.
Colleziono bombe e scopo con rumori negli occhi.
Vengo condannato a morte da mamma e papà.
Sto sanguinando:
la carta mi fa da cerotto.

Lo scrive il poeta danese Morten Søndergaard e davvero la morte fa parte del nome di Stig Tøfting, spesso ne è addirittura il nome, e i fiammiferi gli bruciano l’infanzia e i giorni di ogni età, esplode la sua rabbia sui campi, nei bar, per strada: i suoi genitori, con la loro morte, a morte lo hanno condannato. Zuffe, piccoli furti, una rapina in una gioielleria di Copenaghen, addetto a una ditta di elevatori ad Aarhus, componente di una band di teppisti in moto. Una mescolanza di rancori e di umori.

Si parla di sparatorie in cui è coinvolto, di aggressioni, però Stig si fa notare in campo perché è un mediano duro, feroce, uno che raccoglie palloni con la stessa foga di chi salva un disperato. Il suo dinamismo e la sua forza di carattere lo hanno portato a giocare in Germania con l’Amburgo, il Duisburg prima di tornare in Danimarca all’Odense e soprattutto all’Aarhaus, ha provato anche in Inghilterra nel Bolton, in Svezia, in Cina per finire la carriera nella sua terra. Quella che trattiene stretti a sé i suoi genitori.

Stig Tøfting

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Non vanno mai via certi dolori pure se provi a fare il mediano, pure se prendi a botte un ragazzo in discoteca o il proprietario di un locale e il cuoco perché ti dicono che alzi troppo la voce a tavola. Quattro mesi di prigione, chiuso in una cella come fosse la claustrofobica stanza di un film di Dreyer. La rabbia, troppa da sopportare, come il dolore. Eppure in campo non è stato mai espulso e in nazionale ha giocato 42 partite segnando 2 gol; i capelli intanto li ha persi e ormai la sua somiglianza ricorda Jean Genet o Dean Norris (Hank Schrader di “Breaking bad”).

Il suo calcio è essenziale, potente a tratti truce, Stig non corre più felice in bicicletta ma insegue avversari e pallone che vogliono fargli del male perché un gol, per chi gioca, è sofferenza e offesa non solo una sconfitta. Prende a botte un suo compagno di squadra, non gli piace la sua faccia da bravo ragazzo danese.

Nel 2008 Stig si dà al pugilato: in un match di beneficenza incontra Renè Dif, ex cantante degli Aqua, il gruppo della famosissima “Barbie girl”, si prendono a pugni spesso in modo goffo e l’incontro finisce in parità; qualche mese dopo affronta Sidney Lee, personaggio della tv danese, mandandolo al tappeto dopo sette secondi. Solo che Andersen è ancora steso sul pavimento, accanto al letto dal quale è caduto e mette uno sgambetto atroce alla vita di Stig: nel 2003 il suo ultimogenito Jon di appena ventidue giorni muore di meningite fulminante.

Il dolore non passa, il dolore resta, il dolore in Danimarca è una colpa gelida quanto una condanna. Aarhaus, dove torna, è la sua casa, il suo rifugio, il suo crudele conforto. Non può stare altrove. Ci ha aperto un bar e lo immagini malinconico come lo sono i nottambuli di Edward Hopper dietro vetri stanchi di un locale; in attesa che le luci si spengano e arrivi il riposo, quello a cui ha diritto la vita.

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