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Storia dei capitali stranieri nella provincia italiana

By 3 Agosto 2020

Dennis Wise sarà consulente del Como, di proprietà di una società inglese che si occupa di media e intrattenimento. Un nome che dovrebbe essere anche una garanzia per evitare un altro capitolo della storia tragicomica dei piccoli club italiani finita in mani straniere

 

Blue is the color per Dennis Wise, 445 partite con la maglia del Chelsea. Lo è sempre stato e lo è ancora oggi, anche se tonalità e contesto sono cambiati, passando dal raffinato quartiere londinese di Kensington e Chelsea al fascino del Lago di Como. Poco più di un anno fa il Como è stato acquistato dalla Sent Entertainment Ltd, società inglese che si occupa di media e intrattenimento e il cui azionista di maggioranza è il magnate del tabacco indonesiano Robert Budi Hartono.

Wise lavora come consulente presso la Sent, e proprio con compiti di consulenza tecnica scenderà sulle rive del Lario per supportare il dt della società, Carlarberto Ludi, e agire da raccordo con il CEO Michael Gandler (ex collaboratore, tra le altre cose, di Erick Thohir all’Inter). Sulla carta tutto sembrerebbe girare al meglio, e non c’è un dubbio sui riflessi positivi, in termini di contatti e di immagine, che un ex nazionale inglese possa portare in una realtà di provincia. Tuttavia l’utilizzo del condizionale è d’obbligo, visto che raramente l’immissione di capitali stranieri in contesti italiani locali ha dato vita a progetti sportivi validi e di lunga durata. Come dimostrano i casi raccolti nel presente articolo.

Dennis Wise  (Photo by Jamie McDonald/Getty Images)

Como è stata una delle realtà sportive toccate più duramente dall’arrivo di un patron straniero, nello specifico Akosua Puni Essien, moglie dell’ex centrocampista di Chelsea e Milan, che nel giro di quattro mesi portò la società al terzo dissesto economico, e conseguente fallimento, dopo quelli generati dalle gestioni Enrico Preziosi (nel 2004) e Pietro Porro (nel 2016). Ancora oggi risultano poco comprensibili i motivi che spinse Lady Essien il 16 marzo 2017 a presentare, alla quarta asta per l’acquisto del Como Calcio, un’offerta di 273mila euro, diventando la seconda presidente donna straniera di un club italiano dopo l’olandese Jeannine Koevoets alla Triestina.

Chiamò come addetto alla comunicazione Gianluca Savoini, poi salito alle cronache nella questione del Russiagate che ha coinvolto la Lega (memorabile il titolo “Da Puni a Putin” del Corriere di Como), affidandosi a una serie di collaboratori sportivi di area moggiana (De Nicola ds, Iuliano allenatore). Agli sgoccioli della sua esperienza, Essien assunse come portavoce il togolese Olivier Amela, che però nemmeno riuscì a presentarsi perché tifosi e dipendenti del club (che non ricevevano lo stipendio da mesi) lo cacciarono dalla sala stampa. Il tutto mentre la squadra riusciva chiudere con un dignitoso sesto posto il campionato di Lega Pro, qualificandosi ai play-off. La non-gestione della Essien si chiuse con il gruppo di consulenti italiani che ufficializzò il passaggio da collaboratori a controparte, mentre la presidente tentava una disperata iscrizione al campionato di Lega Pro mediante l’invio di una pec. Senza affiliazione in regola, senza soldi.

Sull’altra sponda del Lario le cose erano però andate pure peggio. Nel 2012 il Lecco Calcio finì nelle mani dell’italo-americano Giuseppe “Joseph” Cala, manager che vantava undici giorni da presidente della Salernitana e diversi falliti tentativi di acquisto di altre società calcistiche (Torino, Bari, Ascoli, Portsmouth). Dovette accontentarsi della Serie D, categoria che però non lo indusse a rivedere le proprie ambizioni, tutte sciorinate alla prima conferenza stampa: Lecco in Serie A in cinque anni; Lecco club modello Juventus attraverso la quotazione alla borsa Nasdaq di New York; creazione di un super settore giovanile, con filiali anche in altri continenti, che avrebbe sottratto i giovani talenti ai vivai delle milanesi (della più vicina Zingonia, forse, mister Cala non aveva mai sentito parlare).

Akosua Puni Essien assiste alla partita del Como contro il Piacenza nel marzo 2017 (Photo LaPresse – Claudio Grassi).

Eppure nemmeno con i ragazzi della Beretti la squadra riusciva a raggiungere i 22 elementi necessari per un partita di allenamento. Cala pernottava allo stadio, denunciava finte aggressioni smentite dagli stessi testimoni e rispondeva così alla domanda su quale fosse il business core della sua società, la Cala Corporation: “Non importa l’attività ma il fatturato che produce”. Il piano quinquennale per il Lecco in Serie A si concluse dopo 42 giorni. Nemmeno la pendenze della precedente gestione (800mila euro) era state saldate. Nel 2016 Joseph Cala è stato arrestato per aver tentato di pagare un caffè con soldi falsi.

“Noi, del resto, siamo familisti e clientelari, come dicono tutti i giornali, per cui noi questa cosa la consentiremo”. Parole di Silvio Berlusconi indirizzate ai “Seedorf del Monza”. Proprio così, i Seedorf al plurale, al secolo Stefano e Chedric, rispettivamente cugino e fratello di Clarence, titolare della On International che nel giugno 2009 aveva acquistato, assieme a una cordata di imprenditori, il Monza. Davanti a decine di cronisti allibiti (perché loro questi Seedorf li avevano visti giocare con i brianzoli), Berlusconi proseguì: “La famiglia Seedorf produce industrialmente campioni di calcio. Noi li stiamo osservando per portarli al Milan, e certamente quando Seedorf sarà allenatore del Milan, avrà un occhio di riguardo per la sua famiglia”.

Verissimo, guardando il curriculum del fratello Chedric: Ajax (giovanili), Real Madrid, Inter e, da disoccupato, Milan (senza essere tesserato, ma con le strutture di Milanello a disposizione per recuperare la forma perduta). Va però riconosciuto a Seedorf di aver portato a Monza anche un’olandese di spessore, l’ex Liverpool Sander Westerveld, un lusso per la Lega Pro Prima Divisione, ma quando la stagione successiva cercò di imporre un tecnico oranje, provocò un terremoto nel CdA e la maggioranza dei componenti diede le dimissioni. Quattro anni e due retrocessioni dopo (anche se la prima fu evitata per ripescaggio), Seedorf cedette tutte le quote societarie al costruttore anglo-brasiliano Anthony Armstrong Emery, iniziando un giro di valzer di cessioni che nel maggio 2015 portarono il Monza al definitivo fallimento, con Emery latitante a Dubai a seguito di un grosso scandalo finanziario che aveva travolto le proprie società.

Festa in piazza nonostante la mancata promozione. Accadde nel 2015 a Pavia per volontà di Xiadong Zhu, presidente del fondo cinese Pingy Shanghai Investment che l’estate precedente aveva rilevato il club locale. A dispetto della sconfitta contro il Matera nel primo turno dei play-off, la proprietà volle comunque celebrare una stagione ritenuta molto positiva, chiusa al terzo posto in Lega Pro. Una gestione bifronte quella di Zhu, non scevra dalle classifiche sparate con obiettivo Europa, eppure esemplare nei primi dodici mesi, con un mercato vero (20 giocatori acquistati) e pagamenti puntuali.

Tutta un’altra storia rispetto a quella del connazionale Zichai Song che una decina di anni prima aveva affossato la Paganese in una sola stagione. Era chiaro che il fondo cinese non fosse arrivato sulle rive del Ticino per puro interesse sportivo: c’era la collocazione strategica del territorio, vicino al porto di Genova ma anche a Milano; c’erano le eccellenze enogastronomiche, universitarie e ospedaliere; c’era l’imminente l’Expo 2015, potenziale terreno fertile per investimenti in campo immobiliare. Non si concretizzò nulla, anche a causa di partner italiani poco seri ai quali il fondo si era appoggiato. Il lato oscuro uscì il secondo anno, con il progressivo disimpegno di Zhu fino allo stop, nel marzo 2016, dei pagamenti di stipendi e fatture. A fine stagione il Pavia fu venduto per la simbolica cifra di euro, preludio alla radiazione dalla FIGC e al fallimento societario.

Quattro storie, altrettanti crac. Eppure il primo connubio tra provincia italiana e proprietà straniera non finì nemmeno male. Nel giugno del 1997 il Vicenza fu salvato dalla bancarotta dal manager inglese Stephen Julius, titolare della finanziaria Stellican, presentatosi presso il Tribunale di Vicenza con oltre duecento assegni circolari la cui somma si aggirava complessivamente attorno ai 23 miliardi di lire. La cordata britannica che salvò il club cittadino includeva anche la società Enic, in quegli anni molto attiva sul versante delle acquisizioni di società calcistiche (Tottenham Hotspur, AEK Atene, Slavia Praga, Rangers Glasgow, Basilea).

Una delle iniziative più singolari attuate da Julius fu la carica di presidente messa all’asta: chiunque avesse versato tre miliardi di lire, pari al 10% del valore della società, sarebbe diventato il nuovo presidente del club. “Anche se di calcio non capisco nulla, non temo rivali in fatto di bilanci”, motivò Julius. Fu di parola, così come la Enic, che dopo aver acquisito nel 1998 (l’anno del Vicenza in semifinale di Coppa delle Coppe) il pieno controllo della società, ne pretese la piena autosufficienza economica. Missione fallita, complice anche il declino sportivo della squadra, e quando nel 2003 gli inglesi decisero di mettere in vendita la società, il passivo ammontava a oltre 5 milioni di euro. Debiti che si accollò la nuova proprietà, pagando a rate alla Enic il prezzo di acquisto della società e chiudendo senza danni l’esperienza inglese. La quale, a monte di ogni considerazione, lasciò in eredità il centro sportivo di Isola Vicentina, 65mila metri quadrati e cinque campi da calcio, nonché la sede.

Il Vicenza ha affrontato il Chelsea nella semifinale di Coppa delle Coppe 1997/1998 Ben Radford /Allsport

Bari invece è stato teatro di un curioso doppio episodio di salvatori della patria posticci. Nell’estate del 2009 atterrò in città Tim Barton, uomo d’affari texano intenzionato a esaudire i sogni dei tifosi baresi ormai sfibrati dalla ultra-trentennale gestione Matarrese. Accolto all’aeroporto da duemila persone, rimase in città per più di un mese e si fece vedere accanto a Vincenzo Matarrese al San Nicola, ma anche a San Siro quando il neopromosso Bari fu ospite del Milan. Non si parlava di trattativa, solo di dettagli da definire per la cessione. L’allora sindaco Michele Emiliano gli consegnò le chiavi della città.

Eppure un corrispondente di Repubblica scoprì che a Dallas conoscevamo solo Tim Burton, il noto regista al lavoro in quegli anni su Alice in Wonderland, ma del Barton con la “a” non c’era nessuna traccia. “L’impero di Tim Barton”, si leggeva, “consiste in un appartamento in un classico condominio di campagna americano, al 1800 Valley View Ln, ad angolo con la Chartwell Crest”. Il giorno del bonifico, Barton scomparve senza lasciare traccia. Da Tim Burton ai fratelli Coen: l’Uomo che non c’era.

Nel 2016 la storia si ripeté di nuovo quando lo squattrinato presidente Gianluca Paparesta annunciò l’imminente cessione del 51% della società all’imprenditore malese Datò Ahmad Nordin. Anche lui presente a più riprese in tribuna al San Nicola, e una volta anche in trasferta (ad Ascoli), anche lui intenzionato  a portare il Bari “in Champions League”. Due le differenze con Barton: non ricevette le chiavi della città (Emiliano nel frattempo era diventato presidente della Regione Puglia) e il bonifico lo effettuò veramente, ma era falso. Dopo un’indigestione di pesce crudo sparì nel nulla.

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