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Storia della stregoneria nel calcio

By 5 Gennaio 2021

Voodoo, maledizioni, sacrifici. Ecco quando la stregoneria incontra il pallone

Ancora una volta, lo scorso febbraio, gli appelli degli animalisti sono caduti nel vuoto: a farne le spese un agnello, sacrificato dal Raja Casablanca sotto gli occhi dei membri dello staff, a cui poi è stata distribuita come dono la carne della povera bestia. Dietro questo macabro rituale c’è un futile “motivo” di campo: il sacrificio, secondo i dirigenti del club marocchino, doveva servire ad arginare la lunga sequela di infortuni che in quel momento stava perseguitando i Verdi, causando non pochi problemi all’allenatore Sellami.

Si tratta, purtroppo, di un film già visto: nel 2006, ad esempio, lo stesso Raja Casablanca si era reso protagonista di un episodio simile. Ma in realtà riti scaccia-malocchio, anche truculenti come questo, sono una prassi assai comune in tutto il Nordafrica. La scorsa primavera alcune società tunisine più o meno prestigiose, tra le quali lo Sfaxien, hanno eseguito lo stesso rito apotropaico per propiziare “risultati positivi”, come ha documentato Souhail Khmira, il corrispondente sportivo della BBC per quei luoghi, con tanto di foto raccapriccianti postate sui social.

Nemmeno l’Egitto è immune, come mi ha spiegato Lotfi Wada, blogger tunisino e grande esperto di calcio africano, ricordando il caso di un vitello sacrificato dall’Al-Ahly, la squadra più titolata d’Africa e fresca vincitrice della CAF Champions league: “Fa parte della cultura locale. Si tratta di tradizioni e convinzioni molto radicate tra la gente”.

Immagine di un rito Voodoo in Benin. (Photo by Dan Kitwood/Getty Images)

Poco a che vedere, comunque, con quanto succede qualche migliaio di chilometri più giù, dove le tradizioni scaramantiche si mischiano alla magia vera e propria, assumendo sfumature mistiche, se non addirittura esoteriche. La stregoneria nell’Africa subsahariana tocca ogni aspetto della vita quotidiana e influenza le persone, orientando le loro scelte nella società e quindi anche nello sport.

I calciofili, ad esempio, hanno persino la loro divinità di riferimento: Mami Wata. Venerarla, assicurandogli continue offerte, tra le altre cose consentirebbe ai portieri di parare in maniera più efficace. Almeno è quanto descritto dal’antropologo francese Arnald Pannenborg, autore di un interessantissimo opuscolo sulla relazione tra calcio e stregoneria in Africa: “Molti credono che, dopo aver buttato delle noci di cocco sul campo, non subiranno più gol: le noci di cocco, infatti, sono il cibo preferito di Mami Wata”.

Cibo, utensili, oggetti di ogni forma e tipo, ma anche animali possono essere percepiti come strumenti mistici. Non è un caso se, nel 1976, molti calciatori guineani si sono convinti di aver perso la “finale” di Coppa d’Africa con il Marocco per colpa di un cane nero senza una gamba entrato in campo durante la partita: “Deve essere stato inquietante per loro: pensavano fosse una strega”, ha spiegato un giornalista presente quel giorno.

 (Photo by Dan Kitwood/Getty Images)

Qualcosa di simile, ma di segno totalmente opposto, deve aver provato nel 1977 anche uno sparuto gruppetto di tifosi degli Hearts of Oak alla vigilia della finalissima di Coppa dei Campioni africana contro l’Hafia di Conakry, quando ha visto quattro corvi planare tumultuosamente sul manto erboso dello stadio di Accra, in Ghana. Secondo loro era da considerarsi un segno del destino. Di sicuro i ghanesi avrebbero segnato quattro reti: un gol per ogni uccello. Peccato, però, che il giorno dopo l’Hafia s’impose 1-0 in trasferta, con i beniamini di casa che sbagliarono persino un calcio di rigore.

A volte di mezzo ci finiscono anche grandi campioni, nel ruolo di vittime o presunti responsabili. Prendete ad esempio un insospettabile come Samuel Eto’o: secondo un suo vecchio compagno di squadra, alla Coppa d’Africa del 2000 l’allora 17enne attaccante avrebbe tramato juju contro Joséph Désiré Job per soffiargli il posto da titolare e diventare capocannoniere di quel torneo. Ovviamente il fuoriclasse ex Inter ha sempre negato: “La vera magia è il lavoro”, si è difeso. Ai tempi del Tottenham, invece, Emmanuel Adebayor si era convinto di essere stato fatto bersaglio della sorcellerie. Non da uno sciamano misterioso, ma dalla madre, accusata di essere invidiosa del suo successo: “È una strega, lancia incantesimi contro di me”.

Ad altri latitudini, vedi America Latina, ad essere colpite sono intere squadre, sul modello del Benfica sentenziato da Béla Guttman negli anni ’60. L’elenco delle formazioni “maledette” è lunghissimo: si va dal Racing Avellaneda, tornato a vincere un titolo nel 2001 dopo essere stato vittima per quasi quarant’anni della celebre maledizione dei sette gatti neri; ai messicani del Cruz Azul, che secondo la leggenda non vincono lo scudetto da vent’anni per colpa tra le altre cose di una bambina fantasma; fino ad arrivare ai costaricensi del Cartaginés, a secco di successi da quasi 80 anni, intrappolati da un’anatema lanciato il giorno dell’ultimo titolo da un parroco infastidito dal chiasso della festa-scudetto.

(Photo by Mario Tama/Getty Images)

La corona di squadra più sfortunata del Nuovo Mondo, però, va di diritto all’América di Cali, quattro volte finalista (tre consecutive) della Copa Libertadores. Nei barrios della Sucursal del Cielo, come i caleños amano chiamare la propria città, c’è chi giura sia tutta colpa del Garabato, al secolo Benjamin Urrea. Un vecchio calciatore che nel 1948, mentre tutti celebravano l’avvento del professionismo nel calcio colombiano, nuotava controcorrente, combattendo una crociata per spingere l’América di Cali a restare in una dimensione amateur.

Rimasto inascoltato, se ne andò sbattendo la porta, ma non senza aver prima lanciato la sua maledizione: “Se passeranno al professionismo, non diventeranno mai campioni”, tuonò. L’anatema del Garabato, deceduto sei anni fa, ha funzionato solo a metà: quello di salire sul trono del Sudamerica è rimasto un sogno inafferrabile, ma da quel giorno i Diavoli Rossi hanno vinto ben 14 campionati. Anche se il primo successo è arrivato solamente nel 1979, festeggiato come una liberazione dopo 31 di sofferenze e paranoie, in cui le parole mefistofeliche del Garabato avevano aleggiato minacciose sull’Estadio Pascual Guerrero.

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