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Le donne sono ancora ai margini del calcio italiano

By 7 Marzo 2021

Per ogni donna presente nell’organigramma dei club di Serie A ci sono nove uomini. La parità di genere è ancora molto distante.

L’8 marzo è il giorno in cui il mondo celebra le conquiste delle donne in campo sociale, economico e politico. O, per lo meno, così recita la pagina di Wikipedia sulla Giornata internazionale dei diritti della donna. Rispetto alle manifestazioni di piazza in cui si chiedevano uguali tutele da parte delle femministe, di passi avanti ne sono stati fatti parecchi, ma ancora non sono sufficienti per dirsi compiuta la parità di genere. E il mondo del calcio ne sa qualcosa.

Al di là della nuova fede per le azzurre di Milena Bertolini, che proprio pochi giorni fa si sono qualificate per gli Europei del 2022 in Inghilterra, o delle calciatrici che stanno per essere riconosciute come professioniste, al pari dei propri colleghi uomini, dopo anni di lotte, il pallone resta una prerogativa quasi esclusivamente maschile, specialmente in Italia. In Serie A, per dire, per ogni donna presente nell’organigramma delle varie società ci sono nove uomini, e i ruoli ricoperti vanno da vicepresidenti perché mogli o figlie dei presidenti, a responsabili dell’area marketing, passando per nutrizioniste e lavandaie, come nel caso del Bologna.

Sono lontani i tempi di Rosella Sensi, la seconda presidente donna della storia della Roma e del massimo campionato italiano in generale, prima vicepresidente della neonata Lega Serie A, che ora non conta neanche una ‘signora’ nell’assetto organico. Esattamente come la Lega Serie B. Una donna che c’è stata in uno dei momenti più critici per i giallorossi a livello societario ed economico, una donna che ha saputo raccogliere la pesante eredità del padre ed è riuscita a portare il club capitolino a giocarsi lo scudetto contro l’Inter del triplete. Una donna che è stata abbandonata da buona parte dei tifosi romanisti, che è stata insultata, minacciata e che viveva sotto scorta. Una donna che, probabilmente, fosse stata un uomo non avrebbe ricevuto lo stesso trattamento.

Foto Spada/LaPresse

Un problema c’è per forza. Perché nel 2021 è davvero difficile credere che alle donne non piaccia il calcio o che ne vengano estromesse perché non lo capiscono. La dimostrazione è data dal ruolo che hanno, per esempio, in Premier League o da arbitre che hanno diretto gare in Champions League, mentre da noi ci vorranno ancora degli anni per arrivare anche solo a calcare i campi della Serie A. Pochi comunque, ha assicurato il nuovo presidente dell’Aia, Alfredo Trentalange.

Iniziamo da Marina Granovskaia. L’amministratrice delegata del Chelsea è stata considerata dal Times, nel 2018, la donna più potente del mondo del calcio, mentre Forbes l’ha definita una delle cinque donne più influenti di tutto lo sport professionistico. E non è un caso. Arrivata a Londra nel 2003 con l’allora nuovo patron dei Blues, Roman Abramovich, la ‘Zarina’, come viene chiamata, ha scalato le gerarchie e si è costruita l’immagine di una donna di ferro, presente in tutte le decisioni che riguardano entrate e uscite del club londinese.

Stephanie Frappart, invece, è francese e non solo è stata la prima donna ad arbitrare un match della coppa dalle grandi orecchie – la partita tra Juventus e Dinamo Kiev, la quinta giornata della fase a gironi di questa edizione -, ma ha diretto anche diverse partite della Ligue 1, una partita di Europa League e la Supercoppa Europea tra Liverpool e Chelsea, oltre alle gare delle più importanti competizioni femminili. Frappart sul campo ha dimostrato di essere all’altezza dei più capaci fischietti maschi. E non è neanche l’unica. Perché il movimento sta crescendo e sta andando oltre il rettangolo da gioco delle donne.

Tornando in Italia, invece, a volte sembra quasi che le donne più importanti siano le compagne dei calciatori, purché silenziose e purché non si intromettano troppo negli affari dei loro mariti, fidanzati. Ne sa qualcosa Wanda Nara, moglie e procuratrice dell’ex capitano dell’Inter, Mauro Icardi, che ‘a causa’ delle sue rivendicazioni ha fatto prima perdere la fascia al marito, e poi l’ha ‘costretto’ a cercare fortuna altrove. Lui, che era visto come un idolo a Milano, sponda nerazzurra. Le cose possono anche essere andate diversamente, ma la storia questo ci ha restituito.

Certo, c’è di peggio. Ci sono Stati, come il Qatar, che l’anno prossimo ospiterà la fase finale dei Mondiali di calcio e dove quest’anno si è giocata la Coppa del mondo per club, in cui le donne non possono presentarsi allo stadio vestite come meglio le aggrada. Ma non solo: durante la cerimonia di premiazione del Bayern Monaco, il presidente della Fifa, Gianni Infantino, ha espressamente detto alle due arbitre del torneo, la brasiliana Edina Alves Batista e la sua assistente Neuva Back, di non stringere la mano allo sceicco Joaan bin Hamad Al Thani per via del suo credo che non contempla la figura della donna.

Ora, noi non siamo tornati a questi livelli, ma una maggiore presenza nel mondo del calcio maschile, ma solo perché giocato da uomini, sarebbe gradita. Soprattutto perché quello stesso mondo del calcio maschile, c’è stato ripetuto più volte durante la pandemia, è la terza industria del nostro Paese. Vedere le donne fuori non è un bello spot. Per le donne, per il calcio, e per tutti.

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