Feed

Storia emozionale dei cartelli motivazionali negli spogliatoi

By 21 Novembre 2019

Dopo la sconfitta contro la Juventus Stefano Pioli ha annunciato che avrebbe attaccato la classifica su tutte le pareti di Milanello. Ma quando è nata l’idea di appendere dei cartelli motivazionali negli spogliatoi?

«Chi è preoccupato si prepara bene, chi è preoccupato pensa giorno e notte a come migliorare la situazione. Noi dobbiamo essere preoccupati e la classifica da mercoledì sarà appesa dappertutto a Milanello». Non c’è troppo da dubitare che Stefano Pioli possa davvero dare seguito alle intenzioni espresse nel postpartita di Juventus-Milan, la migliore partita giocata dai rossoneri da quando è alla guida della squadra.

Quella delle affissioni straordinarie sui muri del centro sportivo e degli spogliatoi non è una novità a Milano, e lo è ancor meno per l’allenatore emiliano: lo aveva già fatto dall’altra parte della città, ai tempi dell’Inter. Era il febbraio del 2017, e alla Pinetina apparve il primo di quindici cartelli settimanali che servivano ad indicare la tabella di marcia nerazzurra verso la qualificazione alla Champions, allora distante 6 punti. «Champions: 15 partite, 13 vittorie, per noi nulla è impossibile», recitava quella prima scritta. La mission di Pioli non ebbe fortuna: la squadra finì a 24 punti dal Napoli terzo, e nel sabato santo interista la rimonta subìta dal Milan nel primo derby cinese compromise anche la strada per l’Europa League.

La lunghissima storia dei cartelli motivazionali negli spogliatoi, o corridoi affini, fa inevitabilmente rima con i colori nerazzurri. La trovata di Helenio Herrera, che volle disseminare di scritte appese al muro i campi di allenamento dell’Aeronautica all’Idroscalo e all’Arena di Milano, fa parte da decenni della letteratura sportiva mainstream. Messaggi destinati a diventare il manifesto della maniera dell’allenatore argentino di intendere il calcio: «Giocare con semplicità è giocare velocemente», «Lottare o giocare? Lottare e giocare!», «Nella vita si deve avere l’ambizione di raggiungere il traguardo più alto possibile: il tuo traguardo È IL TITOLO». Ma anche più pragmatici, di ragione e di conto: «DIFESA: non più di 30 gol! ATTACCO: più di 100 gol!», «Classe + Preparazione + Atletica + Intelligenza = SCUDETTO».

LaPresse.

LaPresse

La propensione ai maiuscoli ben spesi, nero su bianco, rappresentava tutt’altro che un dettaglio: così, nel 1988, John Carpenter raccontava le dinamiche della persuasione sull’inconscio attraverso poche parole affisse, registrate dal nervo ottico in maniera continuativa, anche quando le ignori. Essi Vivono tratteggiava scenari ben più inquietanti, ma maneggiava la consapevolezza di quanto un imperativo scritto possa lavorare sulla testa, un giorno dietro l’altro.

È sbagliato confinare il ruolo della comunicazione scritta al muro alla sfera del calcio vintage e al romanzesco. Herrera ha tracciato un solco più volte percorso, e Pioli non è né un nostalgico naïf, né uno dei pochi che, alle prese con le dinamiche dispersive del calcio moderno, credono fortemente al potere di persuasione di un carattere cubitale sul muro, mentre ti allacci gli scarpini.

Un’intuizione assecondata anche dalla Nazionale più moderna e più attrezzata di tutte, la Spagna, solo sette anni fa. Una scuola padrona dell’Europa e del mondo, attesa nell’estate del 2012 dalla sfida più difficile di tutte: confermarsi. Per impressionare occhi e mente dei giocatori della Roja, nel ritiro polacco di Gniewino, a due passi dal mare, comparvero scritte molto meno teoriche, e decisamente autoreferenziali.

Il ritiro della Spagna a Gniewino, in Polonia. (Photo by Jasper Juinen/Getty Images).

Tre concetti chiari: «La storia non vince le partite, l’impegno sì». «La storia non segna i gol, il talento sì». «La storia non ti rende campione, l’umiltà sì». I muri di Gniewino dicevano ai nazionali più vincenti dell’ultimo mezzo secolo che la storia non sarebbe andata in campo e non sarebbe bastata. Che la storia non è legittimazione, ma responsabilità: un messaggio che più o meno nello stesso periodo sarebbe probabilmente tornato utile a Carnago, ben prima di Pioli. La Spagna vinse quell’Europeo ai danni dell’Italia, l’ultimo trionfo di un ciclo per il quale si stava accendendo la luce della riserva.

Ci aveva provato due anni prima Claudio Ranieri, alla guida di una Roma con l’improbo compito di contendere all’Inter lo scudetto dell’imminente triplete: «Ho messo un cartello negli spogliatoi con la scritta “senza rimpianti”», confessa il tecnico giallorosso dopo la vittoria contro il Cagliari, alla penultima giornata. Ranieri vuole tre vittorie su tre dopo lo scivolone fatale all’Olimpico contro la Sampdoria, nel giorno del controsorpasso di fine aprile, e le otterrà. Anche l’Inter farà altrettanto, ma il messaggio di Ranieri non rimane inascoltato.

Nella Capitale, però, i cartelli motivazionali erano arrivati con Carlo Mazzone. Nell’estate del 1994 Zdenek Zeman porta il suo calcio rivoluzionario alla Lazio. Il derby del 27 novembre diventa così un confronto fra due idee di calcio molto diverse. Da una parte ci sono le accelerazioni devastanti del boemo, dall’altra il gioco più conservatore  e ingessato dell’allenatore romano. Nessuno ha troppa voglia di puntare su Mazzone. Neanche Franco Sensi. «Nessun allenatore vale Zeman» dice il presidente giallorosso qualche giorno prima della partita. Al resto ci pensa il Corriere dello Sport. Nella settimana che porta alla stracittadina, il giornale decide di mettere a confronto le rose delle due squadre nel più classico gioco delle figurine. E il risultato è impietoso. La Roma esce sconfitta in ogni zona del campo e l’unico a salvarsi è Aldair.

Foto LaPresse Torino/Archivio storico

Mazzone mastica amaro, ma pianifica la sua rivincita. «Ogni giorno ritagliato l’articolo del giornale – ha raccontato qualche anno dopo a Derby Story – bussavo alla porta dello spogliatoio e dicevo: “Ragazzi c’è un regalo per voi” e con la mia spillina lo mettevo là. Conoscevo l’importanza di quella partita e la sentivo. Cercavo comunque di controllarmi perché sapevo che se fossi andato oltre avrei solo creato danni alla mia squadra».

Al fischio finale la Roma vince 0-3 grazie ai gol di Balbo, Cappioli e Fonseca. Mazzone diventa Carlo Magno, mentre una mano anonima scrive sul muro del cimitero di Prima Porta un efficacissimo “Che ve siete persi”.

Capita non di rado che le pareti degli spogliatoi diventino invece una teca permanente. Più che l’immediato risultato sportivo, chiama in causa l’identità e un sistema di valori difficilmente replicabile altrove la sola, enorme scritta apparsa nella scorsa stagione alla Sardegna Arena, nel corridoio che dagli spogliatoi conduce al museo del Cagliari. Un imperativo, ma dal sapore dolce e pregnante: «Onoratela», il messaggio del club sardo, davanti all’esposizione della maglia numero 13 di Astori.

Meno identità, ma non meno carica emotiva nei caratteri cubitali apparsi qualche anno fa alla Ciudad Deportiva de Paterna, dove si allena il Valencia: «Es muy difícil vencer a alguien que nunca se rinde», messaggio maiuscolo e gigantesco a bordo campo, lungo decine di metri. La massima di Babe Ruth, «È difficile battere qualcuno che non si arrende mai», dal 2014 si alterna a quelle di altri quattro crack mundiales: Michael Jordan, Ayrton Senna, Usain Bolt e anche Valentino Rossi. Se bisogna scegliere qualcuno che ti ispiri ogni giorno, tanto vale scegliere i migliori, deve pensare lo stato maggiore dei blanquinegres, specie nelle due complicatissime stagioni chiuse al dodicesimo posto in Liga.

(Photo by Manuel Queimadelos Alonso/Getty Images)

Anche negli spogliatoi del Racing, Estadio Presidente Perón ad Avellaneda, pannelli permanenti e il dono della sintesi: «Pensemos en grande. Somos grandes». Solo due parole, dominanti negli spogliatoi del Monterrey: Compromiso (impegno). Humildad.

Più estemporanea ma decisamente valida l’iniziativa del Benfica, che a febbraio di quest’anno per il derby contro lo Sporting all’Alvalade ha deciso di affidare il ruolo di motivatori ai familiari delle águias: all’arrivo negli spogliatoi i giocatori hanno trovato, ognuno nella propria posizione, messaggi di incoraggiamento delle mogli, foto e disegni a pennarello dei figli. Capaci di premere evidentemente i tasti giusti: il 4-2 per il Benfica certifica la bontà dell’intuizione del club e la particolare relazione tra infanzia e efficacia motivazionale.

Altri casi, altri livelli: non si può dire fosse un vero centro sportivo, ma diversi anni ebbe la fortuna di diventare virale, tanto da essere importato altrove, un cartello affisso sopra l’ingresso di uno spogliatoio della provincia toscana. Una scritta con lo scopo di spegnerla, la carica agonistica, e accendere la civiltà: «Chi pensa di avere un figlio campione è pregato di portarlo in altre società», recitava il messaggio di una scuola calcio nell’empolese, diventato un piccolo caso di cronaca. Altri destinatari.

Un dettaglio dello spogliatoio del Perugia (Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images).

Già, i destinatari: sessant’anni fa toccò loro il compito di portare i cartelli di Herrera fuori dal folclore e dentro il mito. Resta l’interrogativo tutto rossonero: si è molto parlato e si riparlerà del quoziente di esperienza e carisma nel collettivo a disposizione di Pioli, e prima di Giampaolo. Se la severissima classifica rossonera diventerà un poster che accompagnerà ogni seduta d’allenamento, il dubbio è su chi possa farsi carico di tradurre la preoccupazione in motivazione. Chi possa intercettare il messaggio e metabolizzarlo nel modo più sano a beneficio del gruppo.

Un gruppo alle prese con una storia di seconda mano che da molto tempo non può andare in campo e non può bastare. C’erano Iniesta, Xavi, Casillas, Xabi Alonso e compagnia cantante, campioni d’Europa e del mondo, per tacere del curriculum con i rispettivi club, a confrontarsi con nuove motivazioni nell’estate polacca del 2012. Due anni prima Ranieri aveva affidato l’intenzione di non abbassare la testa fino all’ultimo minuto ad un gruppo con quattro campioni del mondo e una formazione titolare che toccava i 29 anni di età media. In questa storia di scritte e di muri, se importante quanto quello che si legge è chi lo legge, la risposta all’interrogativo rossonero va probabilmente cercata fuori dai corridoi di Milanello.

Ezio Azzollini

About Ezio Azzollini

Pugliese, nato con Zelig in sala, il Milan neopromosso e Cyndi Lauper a dire in radio che le ragazze vogliono solo divertirsi. Quando non scrive, filma. Collabora o ha collaborato, tra gli altri, con Esquire Italia, Rivista Undici, l’inserto “Io Gioco Pulito” per Il Fatto Quotidiano.

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
Lo storico portiere nigeriano, che subì la doppietta di Baggio...