Feed

Storia romantica del mercato di riparazione 

By 22 Novembre 2020

Ricordo della finestra di trasferimenti che fra la seconda metà di ottobre e i primi di novembre dava la possibilità alle squadre di Serie A di razionalizzare le proprie rose

Le prime piogge, l’odore delle caldarroste, le chiome arancioni dei platani, le giornate più corte. Ebbene sì, è arrivato l’autunno. Con la scuola e i compiti a casa, certo. Ma anche con il pallone: la Serie A, le Coppe, le partite vere. E poi gli album dei Calciatori della Flash distribuiti fuori dal cancello delle scuole con le prime bustine, tutto gratis. E ancora: 90’minuto per i gol in tv in bianco e nero (ancora per poco, alleluia) e l’immancabile Guerin Sportivo, il vangelo a colori di noi appassionati sognatori di calcio. E a proposito di sogni, dopo le prime giornate di campionato, ecco la riapertura del mercato.

Seconda metà di ottobre, con scavallamento talvolta ai primi di novembre. Una finestra che rimaneva aperta per una quindicina di giorni per consentire alle squadre di cambiare aria, dando una sistemazione alle proprie rose. Era l’ultima campagna di trasferimenti concessa, dopo la grande bagarre dell’estate. Il mercato di riparazione. Così veniva romanticamente chiamato, immaginando con plausibile fondatezza che qualcosa da aggiustare ci fosse un po’ ovunque, sia in entrata che in uscita.

La prima volta accadde nell’ottobre 1960, quando gli organi massimi del governo del pallone decisero per la riapertura temporanea delle liste dopo la fiera estiva. Una svolta regolamentare al passo con i tempi, ma che venne introdotta a stagione già iniziata (ottobre, appunto) e senza limiti cogenti, al punto da rendere tutti i tesserati potenzialmente trasferibili anche nella stessa serie. Che la novità avrebbe potuto scatenare accese polemiche era in re ipsa. E, puntualmente, il caso scoppiò.

Antonio Manicone (LaPresse Torino/Archivio storico).

Bruno Mora (1937), giovane ala destra di gran talento, passò dalla Sampdoria alla Juventus, nonostante avesse già disputato alcune partite di campionato con i blucerchiati. Si urlò al sacrilegio (non senza ragione). Il fatto, poi, che il Dottor Umberto Agnelli fosse allo stesso tempo presidente della società bianconera e a capo della FIGC non aiutò certo alla distensione. Fu chiaro a tutti che, a prescindere dal conflitto d’interessi, sarebbe servito un rimedio. Che arrivò presto: il cambio maglia nella stessa categoria sarebbe stato consentito solo a chi non avesse disputato partite nel medesimo campionato, neanche un minuto e neppure se fosse comparso per errore nella lista gara. Un limite che, talvolta, funzionò come un jolly per l’allenatore timoroso di vedere partire un suo pupillo in corsa.

Tra parentesi, questa è la storia di Franco Causio (1949), classicheggiante, ma irrequieto virgulto in maglia bianconera che appena tornato alla casa madre nel luglio 1970, rischiò una clamorosa cessione nell’autunno dello stesso anno. Ci pensò l’indimenticato Armando Picchi, mister di quella Juventus e che stravedeva per il Barone a toglierlo dal mercato, facendogli giocare uno spezzone di partita prima della riapertura delle liste. Chiusa la parentesi dedicata a Causio, il rimedio – va detto – ha avuto vita lunga, reggendo fino al 1992, quando si perfezionò lo scambio “hard-core” Desideri-Manicone sull’asse Udine-Milano, sponda nerazzurra. Entrambi avevano già giocato per le squadre di partenza: tutto regolare secondo le nuove disposizioni.  

Il mercato di riparazione, dunque. Una fiera bonsai, un festival in miniatura, ma capace di condizionare il calendario della Panini. L’album dei Calciatori, fin dai primi tempi, non a caso arrivava nelle edicole nel periodo delle feste natalizie. Certo, l’albero, i regali e Babbo Natale erano un traino mica da poco. Ma sullo stesso piano stava l’esigenza di garantire al collezionista la completezza delle informazioni, le rose aggiornate e soprattutto, le figurine dei nuovi. E le aspettative, già altissime in chi attendeva l’arrivo dell’album, si impennavano ancor di più. La curiosità era ai massimi livelli. Perché il nuovo acquisto avrebbe avuto una foto diversa dalle altre, magari di quelle con il pubblico dietro (mio desiderio massimo, scusate l’intrusione egoriferita). Il suo inserimento avrebbe dato un ulteriore tocco di originalità ad una collezione che, per ogni stagione, si inventava una veste diversa per le sue figurine. E quando proprio l’immagine mancava o rischiava di arrivare fuori tempo massimo, si ricorreva all’ingegno.

Ecco allora Ernesto Castano (1939): la sua vecchia figu con la Juventus viene girata a specchio e cromaticamente adattata, così che il buon Tino possa diventare un nuovo giocatore del Lanerossi Vicenza per l’annata 1970-71 con tanto di “R” in bell’evidenza sul petto. Arrigo Dolso (1946), acquisto novembrino del Varese, si presenta con un girocollo bianco e con il celeste della divisa della Lazio, da cui proviene, magicamente trasformato nel rosso della nuova maglia. Con Giorgio Braglia (1947), che nell’autunno 1977 passa dal Milan al Foggia, non serve nemmeno ricorrere al pennello. Basta mettere la sua figurina nelle pagine dedicate ai rossoneri pugliesi e il gioco è fatto.

Il mercato di riparazione è stato anche questo. Magie e sogni. L’ultimo giro di giostra per cambi e scambi a stagione in corso. Campioni o presunti tali; giovani promesse mandate a maturare e vecchi leoni alla ricerca dell’ultima copertina. Acquisti last minute per colmare il vuoto di improvvisi lungodegenti, cessioni “punitive” per chi durante l’estate ha fatto le bizze, ma anche ritorni clamorosi dopo solo pochi mesi di lontananza. Top & Flop. C’è di tutto nel mazzo delle figurine dei protagonisti del mercato d’autunno.

LaPresse.

La prima faccia che compare è quella di Paolo Rossi, classe 1956. Sì, lui, Pablito. La Juve, che lo ha allevato nel suo vivaio e che lo mostra nella foto di gruppo della stagione 1975-76 – ultima fila, seduto all’indiana, tra Gianluigi Savoldi e Fabio Capello – decide di mandarlo al Como, neo promosso in A perché irrobustisca quel fisico mingherlino, minato da ginocchia cigolanti, sprovviste di tre menischi su quattro. Deve farsi le ossa, come si diceva in quegli anni. Niente di strano, quindi. Anzi, percorso abbastanza nell’ordine per un diciannovenne debuttante in A. Peccato che la stagione si riveli per lui di scarsissima utilità in una squadra dove c’è già un altro Rossi all’attacco (Renzo) e dove i rigori li tira il portiere, al secolo Antonio Rigamonti. Il non ancora Pablito mette in fila 6 presenze, nessun gol. Risultato: Como in B e amaro ritorno alla Juve. Avrà modo di rifarsi.

Di tutt’altro tenore la storia di Francesco Romano (1960). Il suo arrivo a Napoli a stagione iniziata – ottobre 1986 – rappresentò il tassello mancante di un mosaico che aveva al centro i fantasmagorici colori dell’immenso Maradona. Mancava qualcosa. Mancava la regia illuminata del ventiseienne ricciolino campano a rendere perfetta quell’opera d’arte. Italo Allodi, a cui si deve l’idea dell’operazione, ci aveva visto giusto. Al termine di quel campionato 1986-87, ecco il primo storico scudetto per il Napoli e per il nostro un ritorno al grande palcoscenico che lo avevo visto giovane rivelazione del Milan a venti anni, prima di rimanere invischiato nelle sabbie mobili della serie cadetta.

Francesco Romano (LaPresse)

Chi invece fu investito di una “mission impossible” fu il romano Giampaolo Menichelli (1938), ex ala sinistra della Juventus di Heriberto Herrera, poi declassato al Brescia nel 1968. Succede che il Cagliari scudettato nel novembre 1970 gli offra un accattivante ritorno al futuro, dandogli la maglia numero undici, quella di Giggirriva, addirittura. Nessun atto di lesa maestà. Il problema è un altro e, purtroppo, severo. Riva si è fatto male durante una partita con la Nazionale e dovrà stare fuori per molto tempo. Menichelli ci prova, ma la sfida appare da subito improba. Riva è insostituibile. Alla fine del campionato tredici gare e zero gol per lui, con tanto di malinconico ritorno in continente. Poi ci sono quelli che non si sono comportati bene e che, quindi, vengono invitati all’uscita per un’epurazione in piena regola.

Ancora il Napoli protagonista nell’autunno 1988. Bruno Giordano (1956), Moreno Ferrario (1959) e Salvatore Bagni (1956)con loro anche Claudio Garella –  alla fine delle stagione 87-88 erano andati giù pesante nei confronti della società e dell’allenatore Ottavio Bianchi. Ebbene, la ritorsione arriva puntuale (fuori rosa e non confermati per la stagione successiva), ma perché sai ancora più afflittiva, si compie a campionato in corso. Ad eccezione di Garella, per gli altri il nuovo ingaggio viene fuori solo col mercato autunnale. E così Ferrario va alla Roma, Giordano si trasferisce all’Ascoli, mentre Bagni scende in B all’Avellino. E le loro carriere, di fatto, si fermano lì.

Salvatore Bagni (LaPresse)

Invece per Antonio Conte (1969) c’è una promozione precoce. Il concittadino Brio lo ha visionato per conto della Juve. L’affare si può fare, magari l’estate prossima. Il Trap, invece, frigge e lo vuole prima possibile. Mercato di riparazione edizione 1991. Conte vola da Lecce a Torino. Al Trap piace tanto questo mediano, già in crisi con il crine, ma fornito in abbondanza di corsa, grinta, senso tattico e tanta fame di vincere. Scommessa stravinta: capitano, poi allenatore visionario alla Juve dei primi tre scudetti consecutivi, prima di guidare la Nazionale a da due stagioni l’Inter. Ci sono poi le storie di quelli che a ottobre fanno il percorso inverso rispetto a quello dell’estate precedente. Misteri buffi del pallone.

Sergio Pellizzaro Domenicacci (1945), più lettere che centimetri visto il suo metro e sessantotto scarso. E’ un centravanti bonsai, gioca nel Palermo, veloce e agile, Schnellinger ancora lo cerca in mezzo al campo. Lo vorrebbe il Milan, la spunta l’Inter. E’ l’estate del 1970. Per Pellizzaro è il salto di qualità. Ma il salto dura lo spazio di quattro partite, evidentemente poco convincenti. O meglio, molto convincenti per chi decide di rimandarlo in Sicilia, in B, nell’ottobre dello stesso anno. Per la cronaca i nerazzurri vinceranno lo scudetto e lui per gli almanacchi è Campione d’Italia.

Antonio Conte (LaPresse).

Totalmente all’opposto è la vicenda di Franco Cerilli (1953), già erede di Mariolino Corso e pupillo di Lady Renata, coniugata Fraizzoli. Quest’ultimo è il presidente dell’Inter che nel 1974 ingaggiò il biondino di Chioggia che giocava in C con la Massese, talento in dosi abbondanti. In nerazzurro non andò bene. Ridotto allo stato laicale, nel ’76 discese in B con il Lanerossi Vicenza che riconquistò alla grande il diritto di disputare il massimo campionato, con i gol di Paolo Rossi (tutto torna) e con le giocate del biondino di Chioggia, per un riscatto totale. Serie A riconquistata, ma per Cerilli c’è l’imprevista cessione al Monza, ancora Cadetti. Inizia la nuova stagione, l’ex erede di Corso è scarico, il suo Lanerossi in A, arranca.

La svolta, per tutti, arriva con il la riapertura delle liste. Ecco il ricordo di GiBì Fabbri, il mister di quel Vicenza: “Il vento cambiò direzione, anche grazie a due importanti innesti al mercato di ottobre. Il primo fu un ritorno, quello di Franco Cerilli che era stato ceduto al Monza in estate. Franco non si era ambientato, tutti i lunedì veniva a Vicenza e mi implorava di farlo tornare. Io non me lo feci ripetere. Per me Cerilli era una pedina fondamentale. Il secondo arrivo fu quello di Mario Guidetti (1951) un mediano dinamico e dalla bella castagna di sinistro. Mi serviva uno così”. Due cambi per costruire una macchina vincente. Due innesti per rimediare ad errori dell’estate: la leggenda del Real Vicenza 1977-78, passa anche dal mercato di riparazione. 

Leave a Reply