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Quando la Serie A ha riaperto le frontiere

By 5 Agosto 2019
Stranieri serie a

Nell’estate del 1980 la Serie A riapre ai calciatori stranieri: ogni club ne può tesserare uno. Parte così una caccia al “colpo” di mercato fra campioni, meteore, calciatori “folkloristici” e bidoni

Nel 1980 l’opinione pubblica è sconvolta da uno scandalo che passa alla storia con il nome di calcioscommesse (o anche totonero). Finiscono alla sbarra nomi noti e meno noti fra i calciatori di serie A e B. Sembra esistere un sistema illecito in grado di alimentare un giro miliardario di scommesse clandestine. Alcune squadre vengono punite con severità, altre con mano leggera, altre ancora la passano liscia. La giustizia sembra procedere a più velocità e la disparità nei provvedimenti rende più profondo il solco fra calcio e tifosi. Al di là dei verdetti espressi in sede processuale, la prima conseguenza sul campo è significativa. Gli Europei, che quell’anno vengono organizzati proprio dall’Italia, sono un vero flop. Se giocano gli Azzurri c’è un entusiasmo piuttosto relativo, se invece gli Azzurri non ci sono gli stadi sono addirittura semivuoti. Per di più, il gioco espresso dalla nostra squadra non riesce a scaldare il cuore dei tifosi e la Nazionale chiude la competizione continentale al quarto posto.

Ma almeno tornano i giocatori stranieri, opzione negata fin dall’estate del 1966. Già, il 1966, altro annus horribilis per il pallone di casa nostra. È l’anno dei Mondiali in Inghilterra. La città di Middlesbrough è teatro di una delle sconfitte più umilianti della storia del calcio. In quell’edizione l’Italia viene estromessa al primo turno per mano della Corea del Nord. Il gol di Pak-doo-Ik mette a nudo la pochezza di una Nazionale che si pensa all’avanguardia e che in realtà non vince nulla da quasi 30 anni.

Come reazione a una tale disfatta la Federazione pone il veto sull’ingaggio di calciatori stranieri, che fino a quel momento avevano alzato il tasso tecnico del campionato ma che nel contempo avevano impedito a molti giovani italiani di emergere. In sostanza, gli stranieri già ingaggiati prima del 1966 possono restare, perché la decisione non può avere potere retroattivo, ma non possono giungerne di nuovi. Il fine di una decisione così drastica è chiaro: chiudere le frontiere per valorizzare i vivai e formare una Nazionale competitiva come quella che negli anni 30 aveva vinto tutto ciò che c’era da vincere.

Una scelta dal risultato controverso: è vero che la nostra Nazionale sarà Campione d’Europa nel 1968 (sia pure in modo rocambolesco) e vicecampione del Mondo due anni più tardi. Ma è altrettanto innegabile che i risultati vengano ottenuti essenzialmente grazie al contributo di giocatori che avevano un nome già prima del fatidico ’66. Inoltre, a parte singoli episodi (la Coppa dei Campioni 1969 del Milan, la Coppa delle Coppe – sempre del Milan – del 1973 e la Coppa UEFA 1977 della Juventus) per i club italiani i 14 anni che intercorrono fra la chiusura e la riapertura ai giocatori stranieri portano scarse soddisfazioni al nostro calcio. Nel corso degli anni 70 il livello della Serie A non è pari alla tradizione che l’Italia può vantare. Per di più, all’estero quasi tutti possono acquisire giocatori stranieri. Il divario fra l’Italia e l’Europa che conta (Inghilterra, Olanda, Germania e Spagna) sembra sempre più netto ed è forse questo il principale motivo che induce la Federazione a riaprire le frontiere.

Nell’estate del 1980 il calendario della serie A è privo di due squadre scudettate, la Lazio e il Milan, società condannate (per responsabilità oggettiva) a causa del comportamento illecito di alcuni loro tesserati. La pena comminata è la retrocessione d’ufficio in serie B, in base a una decisione che buona parte dell’opinione pubblica percepisce più di facciata che di sostanza. Ma anche senza Lazio e Milan la massima serie comprende 16 squadre. Sono anni in cui il gioco a uomo, il catenaccio e il prevalere delle difese sugli attacchi sembra la costante di ciò che si vede ogni domenica. Non c’è quasi mai bisogno di segnare più di 15-18 reti per vincere la classifica dei marcatori, dunque un buon calciatore straniero può davvero innalzare la qualità della formazione in cui milita.

È per esempio il caso di Paulo Roberto Falcao, il centrocampista brasiliano che nell’estate del 1980 viene presentato ai tifosi della Roma. La squadra capitolina annovera alcuni giocatori che negli anni successivi riscriveranno in parte la storia della società, ma fino a quel momento i risultati sono deludenti. Malgrado Tancredi, Pruzzo, Conti, Di Bartolomei, la squadra ha navigato fino a quel momento nelle acque meno tranquille della classifica. C’è senza dubbio una concomitanza di eventi, perché la società passa sotto il controllo di un imprenditore accorto ma ambizioso come Dino Viola e l’allenatore è un innovatore tattico come Nils Liedholm, ma è la presenza di Falcao il fulcro di una mutazione che porterà allo scudetto nel giro di 3 anni.

Il brasiliano non è l’unico a dare un input di qualità. In quella stessa estate il Napoli annuncia di avere raggiunto l’accordo con un grande giocatore olandese, Ruud Krol. Con la sua presenza al centro della difesa, la città arriva a rispolverare una parola messa in archivio da anni: scudetto. E come nel caso della Roma e di Falcao, anche a Napoli c’è un prima e un dopo Krol. La squadra termina il campionato 1980/81 al terzo posto ma è in lizza per il titolo fino all’ultimo. È quasi la stessa formazione che fino a quel momento non era andata oltre metà classifica.

Forse l’unica che nel 1980 non avrebbe gran bisogno di alzare il tasso tecnico è la Juventus di Giovanni Trapattoni. Oltre al fatto di annoverare molti dei maggiori talenti del nostro calcio, appare l’unica compagine in grado di riportare l’Italia a vincere qualcosa sul piano internazionale. Dal 1977 non ha più vinto trofei continentali ma perlomeno ci è andata vicina più volte. Nell’aprile del 1980 i bianconeri subiscono una grave delusione, sono eliminati dall’Arsenal nella semifinale di Coppa delle Coppe. Ma in quella doppia sfida la dirigenza ha notato il talento dell’irlandese Liam Brady. Sarà proprio lui il numero 10 della Juventus a partire dall’estate 1980 e verrà ceduto due anni più tardi solo per fare spazio a uno ancora più forte, Michel Platini.

L’Inter invece acquista un centrocampista in grado di associare quantità e qualità, l’austriaco Herbert Prohaska. Anche la Fiorentina si rinforza. Dall’Argentina arriva un campione del mondo, Daniel Bertoni, centrocampista dai piedi buoni e dal tiro potente. Sono questi gli stranieri che offrono un surplus di qualità nel primo anno di riapertura delle frontiere. Poi ci sono gli stranieri “normali”, quelli un po’ folkloristici e i cosiddetti “bidoni”. È chiaro che non tutti possano permettersi i campioni (e anche chi li ingaggia deve poi intervenire sui bilanci per compensare), ma c’è anche chi trova elementi funzionali all’obiettivo prefissato a inizio stagione.

È per esempio il caso dell’Avellino, che porta in biancoverde il brasiliano Juary. L’attaccante non sarà un fuoriclasse, è piccolo di statura, spesso viene sovrastato dai difensori avversari ma ha proprietà di tocco ed è spesso il primo a dare il colpo vincente quando si tratta di arrivare per primi sul pallone. Avellino sembra proprio la dimensione ideale per un attaccante da 7-8 reti l’anno come lui. Ma Juary ha una particolarità che, in tempi non sospetti, fa di lui un personaggio. Oggi chi segna si esibisce senza pudore nei balletti e nelle sceneggiate più impensabili. Quando ancora non lo faceva nessuno, dopo ogni gol realizzato la punta avellinese aveva un suo preciso e ineludibile rituale: si dirigeva all’altezza della più vicina bandierina del calcio d’angolo per poi girarle intorno, a mo’ di danza tribale. Più scena che sostanza, forse, ma di certo una macchia di colore in un campionato che nel 1980 deve ancora riprendersi da un certo grigiore di fondo.

Poi ci sono i vari Neumann (Udinese), Eneas (Bologna), van de Korput (Torino), gente che si è guadagnata qualche riga negli ipotetici annali del campionato a girone unico ma nulla più. Infine, ci sono anche i veri “bidoni”: Luis Silvio della Pistoiese, Fortunato del Perugia, per esempio. Figure talmente inutili da far rivalutare una scelta per certi versi molto più seria: squadre come il Catanzaro, l’Ascoli, il Como o il Brescia hanno chiari i propri limiti economici e non nascondono la necessità assoluta di restare a galla. Una serie di considerazioni molto concrete portano a una conclusione altrettanto lucida: piuttosto che avere uno straniero di pura rappresentanza, è meglio valorizzare una rosa di italiani, adeguata all’obiettivo salvezza. Obiettivo che non tutte centreranno ma l’oculatezza gestionale sta anche nel sapere che Falcao, Krol e gli altri campioni non sono alla portata economica di qualunque squadra. Allora come oggi.

Foto: LaPresse.

 

Diego Mariottini

About Diego Mariottini

Roma, 1966, giornalista. Autore di romanzi e saggi a carattere sportivo. Ha collaborato con Gazzetta dello Sport. Si occupa di comunicazione e mobilità sostenibile, anche a livello radiofonico

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