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Sognando Mirko Jozić

By 23 Novembre 2019

Nel 1991 il tecnico croato ha guidato il Colo Colo alla vittoria della Libertadores, diventando il primo e finora unico tecnico europeo ad aver alzato il trofeo. Stasera Jorge Jesus ha la possibilità di ripercorrere le sue orme

La storia del calcio cileno è un cammino lungo, percorso controcorrente e segnato dalle contaminazioni. Negli anni Quaranta, l’ungherese Francisco Platko sintonizzò il fútbol locale con la contemporaneità portando il WM a Santiago e dando vita al suo invincibile Colo-Colo. Poco meno di settant’anni dopo, Bielsa si stabilì al centro sportivo della Roja, Juan Pinto Durán, e scrisse a mano libera l’attuale dna del calcio cileno. In mezzo, tra zone d’ombra e squadre storiche come il Ballet Azul o il Colo-Colo dei primi anni Settanta, c’è Mirko Jozić, l’uomo che tratteggiò per primo l’identità calcistica del Cile moderno.

Era il 1987 e la Nazionale Under 20 della Jugoslavia era in Cile per giocare il Mondiale di categoria: la qualità brutale dell’ultima straordinaria generazione di calciatori jugoslavi brillò in quell’unico torneo, stravinto, come una sorta di testamento di una selezione che nel giro di pochi anni si sarebbe dissolta insieme alla Repubblica Socialista di Tito.

Era la Nazionale di Robert Prosinečki, Zvonimir Boban, Davor Šuker, Robert Jarni e Pedrag Mijatović e, nei giorni che separavano le varie partite, si allenava nelle strutture del circolo jugoslavo della capitale cilena, ospite di Peter Dragicevic. Anche lui di origini balcaniche – croate, per la precisione – e anche lui uomo di calcio: oltre che del circolo, era il presidente del Colo-Colo, la squadra di calcio più vincente e tifata del Cile. Infatti, non ci pensò due volte a provare a trattenere al Cacique le future leggende del calcio jugoslavo, ma incassò soltanto risposte negative, dato che molti di loro erano già pronti per il salto di qualità nel calcio europeo.

(Photo by Tim De Waele/Getty Images)

Dragicevic, all’epoca, aveva già in mano un’ottima squadra, che nell’86 aveva vinto il titolo nazionale sotto la guida del giovane tecnico Arturo Salah: il suo obiettivo, però, era portare l’ambizione del club a un livello superiore e volle a tutti i costi partire da un pezzo dei Plavi. «Parlammo anche di tattica e ci sorprese tutti, dicendo che il miglior sistema per difendere aveva solo tre uomini dietro. Quando abbiamo visto in campo i suoi giocatori capimmo cosa intendeva: era difficilissimo che prendessero gol, e in più segnavano tantissimo» ha raccontato il giornalista cileno Julio Salviat su El Mostrador, ricordando la prima intervista di Jozić alla televisione cilena, da commissario tecnico della Jugoslavia U-20.

Dragicevic era convinto che qualcosa di simile si potesse riprodurre anche al Colo-Colo e decise di trattenere l’allenatore croato in Cile con un’offerta irrinunciabile. Non gli consegnò la prima squadra che, come detto, stava ottenendo ottimi risultati in mano a Salah, ma lo mise a capo delle giovanili. Jozić tracciò un piano capillare di scouting e sviluppo del talento su tutto il territorio cileno. La sua permanenza a Santiago durò poco – circa un anno, prima che decidesse di ricongiungersi con la famiglia – ma abbastanza da lasciare un primo segno profondo: quel progetto, chiamato Juventud 2000, rimase il riferimento per il lavoro con i giovani nel club albo, anche quando un altro grande insegnante di calcio, l’argentino José Pekerman – che con l’Albiceleste Sub-20 avrebbe poi vinto tre Mondiali di seguito – lo prese in consegna, apportando qualche modifica.

Quel modello, che prevedeva la presenza di scuole calcio del Cacique lungo tutto il Cile e durò fino al fallimento dell’istituzione nel 2002, favorì la scoperta e la crescita dei più forti giocatori emersi in seguito dal settore giovanile, come Arturo Vidal, Claudio Bravo, Jorge Valdivia e Mati Fernandez. Insomma, la parte colocolina del Cile di Sampaoli.

Jamie McDonald /Allsport

Un altro motivo per cui il periodo di Jozić alla guida delle giovanili durò pochissimo, come sostiene il giornalista e scrittore cileno Esteban Abarzúa, esperto di storia del Colo-Colo, fondamentale per ricostruire nel dettaglio le vicende di quegli anni, fu l’incompatibilità con una figura importante e accentratrice come Arturo Salah, che nel frattempo aveva vinto anche il campionato cileno del 1989 e tre coppe nazionali di fila. Il tecnico del Cacique, però, venne chiamato nel 1990 dalla Federazione a risollevare una Roja reduce da una finale di Copa América persa e dal suo personalissimo Maracanazo: la dirigenza non ci pensò due volte e richiamò Mirko Jozić. “I miei obiettivi sono semplici: rendere campione il Colo-Colo e portare la Copa Libertadores” disse in uno spagnolo stentato, il giorno dell’inizio della sua prima esperienza da allenatore fuori dal contesto giovanile.

Il suo lavoro fu rivoluzionario, sotto ogni aspetto. In primo luogo, dal punto di vista tattico, perché allo status quo che regnava in Cile, con il 4-4-2 come modulo quasi intoccabile, contrappose il suo “diamante”, un 3-3-1-3 che da quella parte delle Ande non si era ancora visto. Dietro, due stopper e un libero, protetti da un cinco in grado di fare filtro; due esterni di centrocampo, un numero dieci e, davanti, un tridente con un nove d’area.

Era una squadra ultra-aggressiva, la prima in Cile a difendere nella metà campo avversaria: senza palla alternava una prima pressione costante e feroce sui difensori a rapidissimi ripiegamenti una volta perso il possesso o andata a vuoto la prima fiammata di pressing. In attacco, invece, esprimeva un calcio altrettanto intenso, fatto di continui inserimenti e sovrapposizioni sulle fasce.

RobertCianflone/Getty Images

Più rivoluzionaria del sistema di gioco in sé era soltanto l’anima ribelle e proattiva con cui il calcio di Jozić si abbattè come un ciclone sul fútbol cileno. Soltanto tre anni prima, infatti, la Roja guidata da Orlando Aravena stava giocando una sorprendente Copa América, tanto da battere il Brasile 4-0 ed eliminare la Colombia di Valderrama in semifinale; la partita decisiva contro l’Uruguay, però, la giocò in modo praticamente opposto.

Misero da parte la loro ottima proposta, come tarantolati per un’inconscia paura di perdere e si lasciarono trascinare nel fango, dove vince sempre la Celeste: dopo un quarto d’ora un difensore della Roja venne espulso per doppia ammonizione e l’Uruguay ebbe la strada spianata per vincere la finale. In Cile si tendeva a giocare per non perdere, mentre il Colo-Colo di Jozić sembrava guidato dallo spirito opposto: in un moto perpetuo e sfiancante per paura di non vincere.

La fatica fu l’unico mezzo con cui l’allenatore jugoslavo cercò di veicolare quel modo di giocare a calcio così dispendioso, così radicale, ma soprattutto così differente da ciò a cui tutti – avversari compresi – erano abituati. L’atteggiamento che rivolgeva al gruppo era piuttosto freddo: Jozić, i primi tempi, non parlava lo spagnolo, né lo avrebbe mai usato per fare l’amico o lo psicologo dei suoi giocatori, ma pur senza cercare una particolare empatia, in qualche modo riuscì ad andare oltre il mero insegnamento di uno stile di gioco.

La squadra non si limitò a interiorizzare la prospettiva da cui guardava il calcio, ma assorbì anche l’ambizione e la mentalità del suo allenatore. Progressivamente, il calcio di Jozić li stimolò sempre di più, ma non fu automatico: contro l’Unión Española, ci ricorda Abarzúa, il centravanti Rubén Martinez segnò quattro dei cinque gol totali, ma Jozić a partita finita lo rimproverò duramente perché non aveva pressato bene i difensori avversari.

Marcelo Barticciotto, invece, era notoriamente un giocatore emotivo, che aveva bisogno del continuo supporto del suo allenatore: inizialmente, fece fatica a entrare in sintonia con un tecnico che gli parlava soltanto per correggerlo. Con il tempo, però, anche Jozić dovette entrare nel mondo dei suoi giocatori: il giorno della finale di Copa Libertadores contro l’Olimpia Asunción campione in carica, il portiere Daniel Morón decise di portare avanti una delle sue tante scaramanzie.

Secondo “El Loro”, “il pappagallo”, che agli ottavi contro l’Universitario ha salvato il Colo-Colo con una parata a dir poco folle, alle partite di Copa bisognava andare in auto, non in autobus. Quando la sua macchina rimase in panne, a metà del tragitto, fu proprio Jozić a dover assecondarlo e spingere l’auto per farla rimettere in moto.

Robert Cianflone/Getty Images

La doppia finale del 1991 tra Colo-Colo e Olimpia Asunción fu il culmine di una stagione perfetta, in cui nessuno, dentro e fuori dal Cile, riuscì a contenere quella nuova incredibile squadra. La gara di andata, giocata in Paraguay, finì 0-0, ma il Cacique perse in vista del ritorno la punta titolare Rubén Martinez, per un’espulsione: a Santiago, il Colo-Colo giocò esattamente la partita che Jozić aveva in mente dal giorno in cui era tornato in Cile, e la punta di riserva, Luis Perez, segnò due gol nei primi diciassette minuti.

Indipendentemente dai nomi in campo, il sistema veniva applicato nel migliore dei modi. Nel secondo tempo, sul 2-0, il Colo-Colo portava ancora mezza squadra a ridosso dell’area avversaria, quasi in automatico, per indurre i difensori all’errore: il secondo schiaffo alla prudenza della partita. Il primo fu al 40′, quando Jozić decise di sostituire il centrocampista inforunato Gabriel Mendoza con Leonel Herrera Jr., un ventenne attaccante delle giovanili che si trovava in panchina soltanto per l’infortunio di Martinez all’andata: nel finale, segnò il gol del definitivo 3-0, chiudendo la partita più importante della storia del Colo-Colo.

La coreografia dei tifosi del’Olimpia Asunción nella Libertadores 2019 (Photo by Amilcar Orfali/Getty Images)

La Copa Libertadores 1991 è l’unica nella storia del trofeo a brillare nella bacheca di un club cileno. Un’eredità inestimabile, per il Colo-Colo, ma probabilmente non preziosa quanto quella lasciata da Jozić – ad oggi, in attesa di Flamengo-River, l’unico allenatore europeo ad aver vinto il trofeo più importante del Sudamerica – al calcio cileno: un modello nuovo e audace in un momento storico in cui, in Cile, non vincere era più tollerato di quanto lo fosse perdere.

Il croato rimase sulla panchina del Cacique fino al 1993, anno in cui peraltro vinse il campionato, ma il suo stile di gioco, come evidenzia Abarzúa, iniziò ad essere letto dal contesto circostante, cessò di essere nuovo e, per la prima volta, cadde nelle contromisure di alcuni suoi avversari. Gestì pure la Nazionale cilena, ma non passò alla storia della Roja. Lo fece, invece, Marcelo Bielsa, che mentre Jozić allestiva il suo leggendario Colo-Colo, fondava la terza via del calcio argentino nella sponda rossonera di Rosario.

Immediatamente dopo la vittoria della Copa, Bielsa si stabilì per due settimane a Santiago, a studiare da vicino le peculiarità di un sistema che, con il suo, condivideva intensità e attenzione del singolo nell’applicazione di un disegno collettivo. El Loco Marcelo, innovatore assoluto, affonda altrove le proprie radici, ma ha studiato Jozić.

Non fu l’unico: iniziarono a nascere tecnici fortemente ispirati al croato, come Nelson Acosta, dt della Roja a Francia ’98, che secondo Abarzúa riutilizzò per primo le sue idee. Anche José Sulantay, tecnico della Generación Dorada di Alexis Sanchez, Arturo Vidal e Mauricio Isla, rimodellò quell’impianto teorico, riproponendolo al Mondiale Under-20 giocato in Canada nel 2007, vent’anni dopo quello di Boban, Šuker e Prosinečki. Il cerchio si è chiuso: con quei giocatori a fare da colonna portante, tecnica e caratteriale, e con le sue idee di calcio, a sua volta fortemente influenzate da Marcelo Bielsa, Jorge Sampaoli ha dato vita al Cile più forte e vincente della storia. Un’identità recente, modellata da chi – come Jozić, prima e più di tutti – ha deciso di giocare controcorrente, e che il calcio cileno dovrà custodire gelosamente.

Federico Raso

About Federico Raso

Classe ’97, appassionato di Sudamerica. Dei suoi libri, della sua musica e del suo fútbol. 

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