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Il pomeriggio che inghiottì il Grande Torino (seconda parte)

By 4 Maggio 2019

Il 4 maggio del 1949, settant’anni fa, moriva in un incidente aereo il Grande Torino, la squadra che dominava il campionato dal ’43. Le vittime furono 31: 18 calciatori, 3 dirigenti, 3 allenatori, 3 giornalisti, 4 membri dell’equipaggio. Questo è il racconto di una tragedia con parole d’epoca.

L’inchiesta
“Escludo che l’incidente sia da imputarsi a un guasto ai motori o all’apparecchio; infatti le dichiarazioni concordi dei testimoni attestano che l’aereo volava regolarmente prima dell’incidente. Inoltre, dato che l’apparecchio era in collegamento radio con la stazione del campo è evidente che avrebbe segnalato qualsiasi anomalia in volo.

“Il ghiaccio? No. Il tempo era freddo, i carburatori dell’apparecchio erano dotati di un impianto di aria calda da inserirsi tutte le volte che si entrava nelle nubi.

L’altimetro? Anche in questo caso posso rispondere di no. A bordo vi sono tre altimetri, ed è impossibile che si guastino tutti contemporaneamente. Anche in questa ipotesi estremamente improbabile vi è da notare che il pilota avrebbe segnalato l’impossibilità di arrivare a Torino.

Da terra sono state comunicate le condizioni del tempo, nubi a 430 metri e visibilità orizzontale a 1200 metri. Inoltre è stata data la disposizione d’attenersi a tutte le norme per il volo cieco.

Uno sbaglio del pilota? Nessuna mente umana potrà mai ricostruire i drammatici ultimi istanti di volo. L’esperienza più volte provata del col. Meroni porta però a negare attimi di disattenzione. Dobbiamo piuttosto pensare a una concomitanza di imponderabili che qualche volta si verificano in aviazione. Un caso veramente tragico, dinanzi al quale ci inchiniamo come aviatori e come sportivi. [L’ingegner Catella, capo pilota della Fiat Aeronautica a la Stampa, 6 maggio 1949]

Guglielmo Gabetto con la maglia della Nazionale.

Come è già accaduto qualche altra volta, l’aereo dribbla la Malpensa, e con quella i finanzieri delegati a fare dogana, per atterrare, inatteso, a Torino. Com’è fatale, se ne ricercano le cause al di fuori del tragico destino che ha consentito la sciagura. Affiorano le miserie più vili, le astuzie torbide, i sotterfugi illegali. Vi è chi parla di contrabbando di valuta e persino di droga, di un cambio di rotta improvviso per ingannare i finanzieri comandati alla Malpensa. Ahimé, nella tragedia stona qualsiasi rilievo, foss’anche ragionevole e doveroso. La realtà è tale che lo sdegno aiuta a superare la desolazione. [Gianni Brera, la Repubblica, 4 maggio 1989]

A ventiquattro ore dalla catastrofe avvenuta a Superga, un incidente aviatorio è accaduto a Torino. Fortunatamente le conseguenze non sono si gravi proporzioni: due feriti, uno dei quali ricoverato con prognosi riservata [la Stampa, 6 maggio 1949]

La Commissione d’inchiesta sulle cause della sciagura di Superga ha chiuso i suoi lavori. Pur non essendo ancora note ufficialmente le conclusioni, pare che la disgrazia debba attribuirsi al fatto che il pilota che navigava nella nebbia con apparecchio sprovvisto di radar in una zona a lui ben conosciuta, aveva ritenuto di aver già superato la zona collinare e aveva iniziato la discesa per l’atterraggio. [Agenzia Ansa, 9 maggio 1949]

La lapide in onore del giornalista Renato Casalbore, perito con la squadra del Grande Torino.

L’amore per il Torino
Il Torino stava sostituendosi alla Juventus nel tifo degli italiani. In Valentino Mazzola vedevano tutti il meglio del nostro calcio sopravvissuto alla guerra. Con lui sono periti almeno altri undici elementi di valore internazionale certo: il portiere Bacigalupo, i terzini d’ala Ballarin e Maroso, il centromediano Rigamonti, i centrocampisti Castigliano, Grezar, Martelli e Loik, le punte Menti II, Gabetto e Ossola, la riserva e già nazionale di Francia Bongiorni. [Gianni Brera, la Repubblica, 4 maggio 1989]

Menti, che venivi a confidarti con  me ogni tanto, Ballarin che tanta paura avevi di perdere il posto in Nazionale dopo la partita di Zurigo, Rigamonti che t’ho fatto piangere l’anno scorso a Parigi prima della partita con la Francia, Grezar che mi corresti dietro la settimana scorsa per offrirmi una birra e per chiedermi se in realtà anch’io ti ritenessi diventato vecio. Maroso, tu il vero puro sangue dell’ultima generazione, Valentino Mazzola che facevi i capricci, mi davi dei grattacapi e poi mi scrivevi per chiedermi scusa, Loik che a gare finire amavi il bicchiere di vino buono, Voi tutti che mi foste compagni nelle lotte per il buon nome, e che mi rimproveraste quando Vi lasciai, pochi mesi fa, ora siete Voi a lasciare me. Permettetemi che non scriva più. [Vittorio Pozzo, la Stampa, 5 maggio 1949]

Il Torino applicava un tantino pedissequamente il WM inglese. Pareva a Erbstein di essere all’avanguardia, ma già incominciava ad accorgersi che il modulo faceva acqua in fase difensiva. Non ne ho le prove certe, ma mi fa testimonianza lo scrittore pavese (e torinista) Folco Portinari, che ebbe modo di consultare i preziosi appunti di Egri: ad affidarglieli era stata la signorina Erbstein, di professione ballerina. Egri incominciava a parlare di geometria (cosa che feci anch’io in altra sede) e sono certo che bastasse questa intuizione a portarlo prestissimo alla scoperta degli spazi e alla più conveniente copertura dei medesimi. Il Torino aveva tutto il meglio o quasi del prosperoso (allora) vivaio italiano e poteva consentirsi tutte le licenze tattiche di questo mondo. Ripensando alla poderosa formazione di Erbstein verrebbe spontaneo definirla una delle più forti del mondo: il giudizio è comunque induttivo, sebbene i contatti internazionali deponessero per la sua fondatezza: era però deficitaria l’ impostazione tattica, se è vero che la nazionale innervata dal Torino aveva subito un mortificante 0-4 dagli inglesi nel ‘ 48 [Gianni Brera, la Repubblica, 4 maggio 1989]

La stampa inglese parla con particolare affetto di Lievesley, “il quale aveva portato – come scrive il Manchester Guardian – il sistema inglese in Italia: il Daily Mail ricorda che Lievesley, durante la guerra, era sfuggito incolume a una catastrofe di atterraggio, dopo di che soleva dire: “Dopo questa mia fortuna, la morte non mi acchiappa più” [la Stampa, 6 maggio 1949]

Avrebbero avuto altrettanto dispiacere i bambini e gli animi semplici di tutta Italia se l’aereo fracassatosi a Superga fosse stato carico di scienziati illustri? No, sia detto sinceramente. E se fosse stato carico di famosi scrittori e poeti, la gente ne avrebbe sofferto altrettanto? Neanche in questo caso, se vogliamo essere onesti. Proprio in questa occasione si è misurato e si è capito fino in fondo che cosa possano essere per la gente senza complicazioni gli assi del calcio. Anche noi, dobbiamo confessarlo, li prendevamo alquanto sottogamba. Bel merito saper dare calci ad un pallone: val la pena, per una prestazione simile, farne dei superuomini, per essi sgolarsi, smaniare, soffrire, spendere un mucchio di quattrini? Così si pensava molto spesso. E ci voleva la tragedia del Torino per aprirci gli occhi. Ecco che cosa sono i grandi calciatori lo si è letto oggi sul volto di troppa gente perché ci si possa ostinare a non intendere. Nella mediocre vita delle grandi città essi portano ogni domenica un soffio di fantasia e di nuova vita. [Dino Buzzati, Corriere della sera, 6 maggio 1949]

Una donna ancora in giovane età si è tolta la vita impiccandosi a una trave per il dolore procuratole dal disastro aereo di Superga. La poveretta, la trentottenne M.S., soffriva da tempo di depressione psichica. La sciagura di Superga l’aveva addolorata tanto profondamente da ossessionarla. Appariva inconsolabile e trascorreva ore di angoscia. [la Stampa, 10 maggio 1949]

Era importante, agli occhi degli italiani, come Bartali e Coppi, Nuvolari, Varzi, Ascari, Farina e Villoresi, Tenni e tutti coloro che li aiutavano a uscire dalle mortificazioni di una guerra gratuitamente perduta. Il Torino aveva scremato il vivaio calcistico italiano con mezzi di persuasione davvero irresistibili. Il C.T. della nazionale Vittorio Pozzo, vecchio militante della squadra granata, sollecitava i migliori della nazionale giovanile ad accettare le offerte del Torino, quali che fossero, perché giocando sotto la Mole sarebbero sempre stati alla sua portata: li avrebbe seguiti e consigliati per il meglio, così da maturare al più presto per la maglia dei moschettieri azzurri. [Gianni Brera, la Repubblica, 4 maggio 1989]

Un nuovo capitolo si aggiunge alla drammatica e pietosa vicenda di cui è stata, ed è protagonista la famiglia di Valentino Mazzola: stanotte all’1.30 il figlio maggiore del campione scomparso, Sandrino, di sei anni, è stato ripreso dalla vera madre, cioè la prima e legittima moglie di Mazzola, che lo ha portato via dalla casa di campagna di Borgo San Martino, dove era stato inviato dalla seconda moglie dell’ex calciatore. A Borgo San Martino, piccolo paese a sette chilometri da Casale, sulla linea Casale-Alessandria, i Mazzola avevano conosciuto da tempo la famiglia di Bruno Gandini, agiato industriale della zona, proprietario di un moderno mulino elettrico a cilindri. Durante la guerra, la signora Emilia Mazzola era stata ospite per gran parte del periodo di sfollamento, assieme al piccolo Sandrino, allora ancora in fasce. In seguito, come già si sa era nato il secondo figlio, Ferruccio, ora quattrenne: ed erano sopravvenute pure le complicazioni matrimoniali del campione, il quale aveva lasciato Emilia per Giuseppina Cutrone, tentando di ottenere attraverso i tribunali stranieri la regolarizzazione legale della propria posizione. La sciagura di Superga sembrava aver troncato In un primo tempo il complicato groviglio che si era andato creando. [la Stampa, 10 maggio 1949]

La compagna di mio padre mi rapì e mi affidò a una coppia di amici che viveva in un mulino. Non ho mai capito se fosse per avere l’eredità, o per tenere con sé un pezzo del suo uomo. Mia mamma Emilia chiese aiuto ai carabinieri e ai tifosi del Toro, che battevamno le campagne per cercarmi. Mi trovarono dopo un mese e mi riportarono a casa. Scoprii solo allora che avevo un fratello. Si chiamava Ferruccio, come il presidente.[Sandro Mazzola intervistato da Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 26 febbraio 2017]

La prima moglie si trovava a Cassano d’Adda, paese natale del campione, assieme al piccolo Ferruccio, nella casa dei Mazzola. La seconda moglie si trovava a Torino ed aveva abbandonato l’alloggio del capitano in via Torricelli 66, cui sono stati messi i sigilli dall’autorità, giudiziaria, per andare in via Saluggia 3. Sandrino Mazzola era stato inviato a Borgo San Martino, presso i Gandini, per sottrarlo alla dolorosa atmosfera della tragedia. In occasione dei funerali giunsero a Torino i familiari di Valentino: la mamma Leonina ed i fratelli Piero, Silvio, Carlo e Stefano. La mamma s’incontrò con Giuseppina Cutrone e, a quanto pare ed è d’altra parte umanamente comprendibile, accettò, per quanto le competeva, che Sandrino restasse affidato alle cure di quest’ultima.

Ma la mamma vera di Sandrino non desisteva e stanotte ha realizzato il suo piano. Era l’una e trenta quando una macchina si arrestò di fronte alla abitazione dei Gandini, a Borgo San Martino. Ne scesero una signora, zia di Mazzola, proprietaria del ristorante Santa Lucia a Milano, un cugino di Mazzola, un avvocato milanese ed un brigadiere dei carabinieri della stazione di Ticineto Po. Bussarono a lungo svegliando i Gandini, i quali si affacciarono ad una finestra, ma rifiutarono di aprire. Fu decisivo l’intervento del sottufficiale, in divisa, che esibì un documento, si ignora di quale specie: cosi il gruppo poté entrare. Il piccolo Sandrino stava dormendo nel suo letto e si risvegliò piangendo, senza comprendere nella sua innocenza, che cosa avvenisse. Vide che, qualcuno voleva portarlo via, cosi in fretta, di notte; e prima di lasciare la casa di Borgo San Martino si buttò ancora fra le braccia della signora Gandini che gli aveva tenuto le veci di mamma. Fu vestito sommariamente e portato sulla macchina: anche gli altri vi salirono in gran fretta e tutti ripartirono, diretti presumibilmente a Cassano d’Aula. Secondo successive informazioni, è dato sapere invece che il piccolo è stato portato nell’alloggio milanese della zia della Ranaldi, signora Legnani, in via Sala. Stamane la situazione ha avuto nuovi sviluppi. Una protesta è stata presentata da parte dei Gandini contro il sottufficiale dei carabinieri che autorizzò la operazione e vi presenziò: lo stesso Gandini è giùnto a Torino per conferire’ con il comm. Novo, presidente del Torino e con un suo legale di fiducia. [la Stampa, 10 maggio 1949]

Il mio primo ricordo? Bacigalupo. Entro al Filadelfia, vestito da Toro, con mio padre. La sua mano destra stringe la mia. Mi poggia la sinistra sulla testa. Tiro il rigore. Bacigalupo agita le braccia come fa in campionato; la porta è piccolissima, lui enorme; poi però si butta da una parte, e io la piazzo dall’altra. Bacigalupo strizza l’occhio a papà. Io faccio il giro del campo esultando. [Sandro Mazzola intervistato da Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 26 febbraio 2017]

 

Oltre
Anche noi, che con animo di ragazzi abbiamo sempre frequentato e seguitiamo a frequentare gli stadi, sia consentito immaginare i diciotto atleti del Torino in trasferta. Oh, non ci è difficile raffigurarci il grande campo che, lassù, li attende: senza limitazioni di posti, lastricato di erba eternamente verde e molle, senza macchie di nuda terra. [Indro Montanelli, Corriere della sera, 6 maggio 1949]

Come per caso, Gabetto, Loik e Grezar si trovarono dove il Livorno non avrebbe mai dovuto permettere che si trovassero: a una dozzina di metri dalla porta. Uno di loro tirò. [Manlio Cancogni, Toro delle meraviglie, Cairo editore, 2012]

Mi dicevano sempre che papà era in viaggio. Un giorno mi ero nascosto sotto il tavolo per fare le radiocronache – Nicolò Carosio parlava chiuso in una cabina, era il mio modo di imitarlo – e sentii la mamma sfogarsi con un’amica. Trovai la conferma di quel che avevo intuito: mio padre non sarebbe mai tornato. Dopo la morte? Qualcosa c’è. Sento che ritroverò mio padre. E giocheremo insieme, come nei sogni. Siamo al Filadelfia. Io gli passo la palla, e lui segna. Non c’è Bacigalupo, il portiere non si vede mai. Poi lui la passa a me, e io segno. Poi mi sveglio”. [Sandro Mazzola intervistato da Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 26 febbraio 2017]

Immagine di copertina: Getty Images.

Altre foto: LaPresse.

Angelo Carotenuto

About Angelo Carotenuto

52 anni. Ha pubblicato due romanzi: "Dove le strade non hanno nome" (Ad est dell'equatore, 2013) e "La grammatica del bianco" (Rizzoli, 2014), premio Selezione Bancarella Sport

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