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Il pomeriggio che inghiottì il Grande Torino (Prima Parte)

By 4 Maggio 2019

Il 4 maggio del 1949, settant’anni fa, moriva in un incidente aereo il Grande Torino, la squadra che dominava il campionato dal ’43. Le vittime furono 31: 18 calciatori, 3 dirigenti, 3 allenatori, 3 giornalisti, 4 membri dell’equipaggio. Questo è il racconto di una tragedia con parole d’epoca.

  

Cosa accadde e come
Il Torino non c’è più. Scomparso, bruciato, polverizzato. Una squadra che muore, tutta assieme, al completo, con tutti i titolari, colle sue riserve, col suo massaggiatore, coi suoi tecnici, coi suoi dirigenti, coi suoi commentatori. Come uno di quei plotoni di arditi che, nella guerra, uscivano dalla trincea, coi loro ufficiali, al completo, e non ritornava nessuno, al completo. È morto in azione. Tornava da una delle sue solite spedizioni all’estero. Era la squadra Campione d’Italia. [Vittorio Pozzo, la Stampa, 5 maggio 1949]

Il grande Torino perì a Superga perché così era scritto che finisse quella magnifica e insieme astuta creazione di Novo e di Pozzo. Le circostanze sono note (purtroppo) nel mondo intero. Dopo un certo Italia-Portogallo giocato a Genova, il vecchio Pereira chiede al collega capitano Valentino Mazzola che il Torino si presti a giocare in Lisbona la partita che il Benfica dedica al suo più valido atleta, ormai giunto al commiato dallo sport. Il generoso Mazzola promette e Ferruccio Novo pone come condizione che il Torino pareggi l’incontro decisivo di San Siro con l’ Inter, che insegue a 4 punti e non è ancora rassegnata alla sconfitta. Il capitano Mazzola accetta a nome di tutti. L’incontro finisce 0-0: il Torino è matematicamente campione. Può dunque prepararsi per l’involo di Lisbona. La trasferta in Portogallo viene considerata alla stregua d’una gita turistica. Vi prendono parte i tecnici Erbstein e Livesley, il coach inglese, i giornalisti Renato Casalbore, fondatore di Tuttosport, Renato Tosatti, capo dei servizi sportivi della Gazzetta del Popolo, e Luigi Cavallero, che è capo dei servizi della Stampa e deve farla fuori con Vittorio Pozzo per non venir lasciato in redazione dal collega più vecchio e famoso. L’amichevole di Lisbona (pase de adios del buon Pereira) finisce 1-0 per il Benfica. [Gianni Brera, la Repubblica, 4 maggio 1989]

Foto: Gatty Images.

Poco dopo le 16 eravamo nei locali della segreteria dell’A. C. Torino, assieme al rag. Giusti e al rag. Bachman, funzionari della società. Scopo della nostra visita era quello di conoscere i particolari del viaggio di ritorno della comitiva granata, reduce da Lisbona. Le ultime notizie date dal Centro Aeronautico erano le seguenti. L’apparecchio, un trimotore Fiat G 212  delle Aviolinee, partito da Lisbona alle 8.06, era giunto con volo regolare a Barcellona dove era atterrato per il rifornimento. [Umberto Maggioli, la Gazzetta dello Sport, 5 maggio 1949]

Nella palazzina del campo assieme al personale di volo si trovavano i soliti affezionati che vanno puntualmente a ricevere i granata al ritorno da ogni loro trasferta. Qualcuno, guardando fuori dalle finestre, si mostrava preoccupato: dopo un fugace accenno di schiarita, avvenuto nel primo pomeriggio, le nubi si erano più rinserrate e fatte fosche: dalle 15.45 circa la pioggia scendeva copiosamente. Tuttavia, non c’era nessuna vera e propria apprensione. Quasi tutti leggevano, per ingannare l’attesa, i giornali della sera. [la Stampa, 5 maggio 1949]

Il comandante, presa visione delle segnalazioni meteo, aveva dichiarato che intendeva proseguire il viaggio e decidere poi in volo, secondo le successive segnalazioni, se volgere l’itinerario verso Firenze o Roma, dove il tempo sembrava migliore, oppure sull’Italia settentrionale e particolarmente sulla valle padana. Gli uffici del Torino si mantenevano in quasi costante collegamento telefonico con l’ufficio voli dell’aeroporto torinese. [Umberto Maggioli, la Gazzetta dello Sport, 5 maggio 1949]

È  delle 16,54 un’altra chiamata del Pangrazzi, il radiotelegrafista di bordo. Questa volta egli chiede che vengano messi in funzione contemporaneamente i radiofari di Torino e di Novi Ligure. Ciò che viene subito fatto. Alle 17,2 ancora una richiesta. Dall’apparecchio si domanda il bollettino meteorologico dell’aeroporto. Si risponde: “Nebulosità intensa, raffiche di pioggia, visibilità scarsa, nubi 500 metri” (Superga raggiunge i 650 metri). Un minuto dopo l’ultima voce dal cielo: “E’ tutto regolare. Ricevuto – trasmette il marconista – Tutto bene. Grazie, mille saluti”.[Dino Buzzati, Corriere della sera, 6 maggio 1949]

Un minuto prima delle 17, una comunicazione segnalava che l’aereo navigava a quota duemila. La trasmissione continuava. Ormai si avvicinava il momento in cui non solo il radiotelegrafista del campo avrebbe potuto avere legame con il velivolo, ma tutti, tutti avrebbero potuto percepire il rombo possente dei suoi motori, l’annuncio fragoroso del suo arrivo. Invece quei motori più nessuno, al campo dell’Aeritalia, li avrebbe sentiti. [la Stampa, 5 maggio 1949]

Alle 17,5 precise, improvvisamente il ricevitore del campo taceva. Il radiotelegrafista, impressionato, sollecitava più e più volte. Silenzio. Tuttavia non era quello il momento in cui si pensava alla catastrofe: si pensava piuttosto a un guasto della radio di bordo. [Umberto Maggioli, la Gazzetta dello Sport, 5 maggio 1949]

Poco dopo le ore 17 alcuni clienti del ristorante che si trova quasi sul piazzale udivano uno strano rumore; era come se una grossa macchina, più che un camion, una grossa cilindrata americana, venisse su a tutta velocità verso la Basilica. Ad un tratto quel rumore si cangiava in un altro rumore secco, indefinibile. Poi più nulla. Alcune di queste persone più incuriosite che allarmate uscivano dal locale. E subito si rendevano conto che qualcosa di estremamente grave doveva essere successo. Infatti un’automobile arrivava a velocità pazzesca dal piazzale e si inchiodava, con una brusca frenata, dinanzi al ristorante. Lo sportello s’apriva violentemente e un signore ne usciva stravolto gridando: “Un aeroplano, è caduto dietro la Basilica. Bisogna telefonare! Bisogna chiamare soccorso”. Poi entrava nel locale e precipitatosi al telefono avvertiva i vigili del fuoco di Torino. Erano le 17,12. [la Stampa, 5 maggio 1949]

Una comunicazione telefonica agghiacciante informava che pochi minuti prima un grosso plurimotore aveva cozzato contro i fianchi della collina e si era schiantato. Si sperò non dovesse trattarsi del velivolo atteso. Poco dopo altra comunicazione, ancor più terribile, con la parola: fuoco. [Umberto Maggioli, la Gazzetta dello Sport, 5 maggio 1949]

 

I testimoni
Superga era avvolta da una fitta nebbia. A trenta metri non si vedeva niente. Non c’erano turisti, pellegrini, non una coppia di sposi in viaggio di nozze. Nella sua stanza al primo piano della basilica il cappellano del tempio, prof. don Tancredi Ricca, stava leggendo. La pioggia, una impetuosa pioggia quasi da temporale, scintillava scrosciando contro i vetri. Dal silenzio, un silenzio che nella bianca caliggine sembrava quello d’un rifugio di montagna, usciva a poco a poco un rombo. Un aeroplano, pensò don Ricca. Ma ne passano tanti di aeroplani. Superga è un traguardo per gli aviatori in arrivo. Prima di scendere al campo Aeronautica d’Italia, i piloti usano fare, a picco sopra la basilica, un ultimo giro. Niente di strano, dunque. Come mai però così vicino? Don Ricca ebbe l’impressione che il velivolo sfiorasse la basilica, tanto era potente il rumore. Non ebbe tempo di fare altre riflessioni. Un colpo terribile, proprio come un’esplosione, rintronò nel grandioso edificio. Parve che le massicce mura tremassero. Poi subito, un silenzio e una voce, da fuori: “È precipitato un apparecchio”. [Dino Buzzati, Corriere della sera, 5 maggio 1949]

Ma c’era chi aveva quasi assistito al disastro: alcuni abitanti della frazione di Superga e in particolare modo il muratore Amilcare Rocco. Sull’orto del Rocco era passato a pochi metri il velivolo prima di sfasciarsi contro il terrapieno sul quale è la Basilica. Il muratore era nella sua casetta. Che dista ben poco dal luogo della catastrofe. Egli era rimasto scosso dal fragore dello schianto. S’era precipitato fuori in tempo per scorgere un grande bagliore che per un attimo illuminava il cielo grigio. Poi scorgeva una colonna di fumo nero, denso, che saliva con rapide volute. Terrorizzato urlava: “Un aeroplano! S’è schiacciato un aeroplano nel giardino della Basilica”. Ma quella del muratore non era la sola voce. Altre, altre persone avevano udito il ronzio del velivolo a distanza. [la Stampa, 5 maggio 1949]

Superga Grande Torino

Ora don Ricca, seduto in una sala al pianterreno della basilica, quella per i visitatori di riguardo, ci racconta che cosa vide. È un mite sacerdote sulla cinquantina, dal volto arguto e cordiale. Macchie di sangue e tracce di fumo sono ancora sulla sua tonaca e sul volto.  Sento gridare: “È caduto sulla cupola”. E allora corro su le scale. “No, no, è sotto” mi gridano. Giù allora, e subito mi son trovato sul posto. Ho visto un’immensa fiammata e in mezzo al fuoco dei rottami neri. “No, no, devono essere morti tutti immediatamente. A parte il crepitio delle fiamme, non si sentiva una voce. Tutto era immobile. Mia sorella, che è corsa nel giardino insieme con me, dice di aver udito nei primi istanti come un gemito leggero leggero; però non è sicura. Io credo che non abbiamo neppure fatto in tempo a pensare alla morte. Certo, sono stato uno dei primi ad arrivare all’apparecchio, sfido, abito proprio sopra. Subito però sono giunti degli altri. Siccome la fiammata si spegneva s’è cercato di portare qualche aiuto. Ma che cosa si poteva fare? Da Superga erano accorsi una ventina di bravi ragazzi che si sono quasi spinti in mezzo alle fiamme cercando di tirar fuori qualcuno di quei disgraziati. Si vedeva un pezzo d’ala sull’erba del giardino. Un’altra ala giù nell’orto. Le ruote una qua e una là. Poi un intrico di rottami neri. E fra questi rottami delle sagome, come sei sacchi oblunghi. Uno spettacolo spaventoso. Ma chi erano?”. [Dino Buzzati, Corriere della sera, 5 maggio 1949]

“Chi sono? Da dove verranno?” erano queste le domande che rimbalzavano di bocca in bocca. Sotto la pioggia, al riverbero degli ultimi guizzi delle fiamme, tra il fumo, carabinieri ed abitanti di Superga si aggiravano smarriti. Ad un tratto qualcuno scorgeva sul terreno accanto ai resti dei corpi, due magliette granata con lo scudetto tricolore. Era una folgore che passava nella mente di chi aveva scorto quei due indumenti. “E’ l’apparecchio del Torino! Sono i giocatori del Torino che vengono da Lisbona!”. [la Stampa, 5 maggio 1949]

Angelo Lampiano, settant’anni, fu la terza persona ad arrivare sul terrapieno dove si schiantò il Grande Torino ed è probabilmente rimasto l’unico testimone oculare della tragedia. Fu lui a dare la notizia all’Ansa, dunque al mondo. Accadde per caso, ammesso che qualcosa non accada così. “Avevo vent’anni e vivevo a Chieri, un paese non lontano da Superga. Facevo l’autista, allora la patente l’avevamo in pochi e di automobili neanche a parlarne. Guidavo le auto del cavalier Giuseppe Vergnano, proprietario del celebre cotonificio e presidente dell’ospedale. Quel 4 maggio pareva notte anche in pieno giorno, col nubifragio e le nuvole quasi schiacciate a terra. Vedo arrivare in bicicletta l’ufficiale dei Carabinieri, tenente Stettermaier, tutto bagnato e trafelato. Chiede del cavaliere: “C’è un fatto strano, non so come spiegare”, farfuglia. Ha bisogno di una vettura e di un autista, perché deve andare sulla collina di Baldissero a verificare una segnalazione di un contadino, e non può salire con l’unico automezzo dei Carabinieri, un furgoncino “Trenta Spa” con le gomme piene. Allora il cavalier Vergnano mi dice di prendere la Balilla e caricare Stettermaier. Mentre saliamo sullo sterrato tra il fango e i lampi, il tenente mi racconta che un anziano contadino li ha chiamati dal telefono pubblico, dicendo di essere stato scavalcato da una cosa infuocata mentre era a lavorare nei campi di Bric Paluc. “Non vorrei che che fosse un matto”, mi fa l’ufficiale. Quel contadino si chiamava Sebastiano Berutto. Io traduco dal dialetto. Lo carichiamo sulla Balilla e proseguiamo verso Bric Paluc, quando il tenente si accorge che a Superga c’è un incendio. “Saranno state le sei meno un quarto, per salire impieghiamo una mezz’ora. Piove che Dio la manda. Arrivati sul sagrato troviamo monsignor Josè Cottino, il rettore della basilica. “Presto, venite, là dietro è caduto un aeroplano”. Siccome io avevo qualche contatto all’agenzia Ansa, per la quale facevo l’ informatore occasionale da Chieri, corro al bar di Superga e li chiamo. “È caduto un aereo”, dico, e all’Ansa mi rispondono: “Lampiano, quanti bicchieri di barbera hai bevuto oggi?”. Poi mi urlano di informarmi meglio. Così torno sul terrapieno e lo vedo, mezzo velivolo schiacciato dentro il muro della basilica, con la coda intatta e le ali girate in alto. Il bosco brucia e c’è silenzio, un silenzio tremendo. Mi addentro con il tenente in mezzo ad alberi e rottami e lui mi sussurra: “Angelo, pare sia la squadra del Torino”. Allora guardo in basso e vedo una fila di cassette di legno marrone scuro, intatte, con dei cognomi scritti sopra: le cassette delle divise e delle scarpe da gioco. Il primo nome che leggo è Maroso, poi Bacigalupo, Gabetto, Ossola e Menti. Morti no, nessuno. Quelli erano quasi tutti schiacciati nella carlinga. Allora torno al bar e richiamo l’Ansa: stavolta mi credono. Poi corro un’altra volta alla basilica, dove il tenente mi chiede di scendere alla stazione di Chieri per far venire tutti i suoi uomini.  Ecco, il mio 4 maggio del ’49 finisce qui. Casuale, e niente di eroico. Dopo tre settimane, l’Ansa mi mandò ventimila lire di ricompensa. In cinquant’anni questa storia non l’ho mai raccontata. Quando ci penso sto male, rivedo il fuoco e il buio e il silenzio e i miei vent’anni, e la Balilla, e quei pantaloncini neri a terra, neri e non granata. Vedo pezzi di cose, per fortuna non di uomini, ma qualche volta mi chiedo se non è lo stesso”. [Maurizio Crosetti, Repubblica, 4 maggio 1999]

Superga Grande Torino

La famiglia di Rubens Fadini durante i funerali.

I corpi, le famiglie
Alla sede della società calcistica granata sono subito accorsi angosciati i familiari delle vittime, le mogli di Loik, di Maroso, di Bongiorni e di Civalleri; la suocera di Castigliano, la madre di Grava, il fratello di Buonaiuti, l’organizzatore del viaggio, e quello di Grezar; la figlia di Erbstein. Tutti volevano avere notizie, tutti speravano in qualche miracolosa parola di speranza. Anche dinanzi al bar di via Roma, gestito da Ossola e da Gabetto, si è ammassata molta gente; ma le saracinesche sono state subito abbassate: non si sapeva ancora nulla di preciso. Le vittime non erano state ancora riconosciute. [Nicolò Samarelli, Corriere della sera, 5 maggio 1949]

Il Senato, all’annuncio, ha tolto la seduta, per il lutto che ha colpito non lo sport solamente, ma tutto il popolo italiano. Affranto, ha dato la notizia verso le 19 il senatore Gasparotto. Al tempo stesso a Montecitorio la notizia arrivava per telefono: un deputato, l’on. Mieville, stava parlando con Torino da una cabina del palazzo quando sentì dal centralino dirsi: “Onorevole, sono costretta a interrompere la comunicazione perché devo mettere la linea a disposizione della questura per urgenti comunicazioni al Ministero dell’Interno”. “Ma che è accaduto?”. “Si tratta del disastro di Torino. Sa, la squadra di calcio, l’aeroplano caduto”. [la Stampa, 5 maggio 1949]

Finalmente alle 21.45 il procuratore della Repubblica con Pozzo piangente per il penosissimo compito affidatogli e altri sono entrati nel salone dove si trovavano le salme dilaniate dei caduti e deturpati dalle fiamme. Per taluni il riconoscimento è stato quasi immediato, per altri si è dovuto ricorrere a qualche oggetto personale per l’identificazione, come per Rigamonti un anello e Civalleri mediante il passaporto bruciacchiato in una tasca. [Nicolò Samarelli, Corriere della sera, 5 maggio 1949]

Si tentava di identificare i corpi (o meglio quel che ne rimaneva) pietosamente composti su barelle. Ma tale tentativo risultava subito vano, dato che non sussisteva più nessun volto. L’identificazione era legata a piccole cose, a tenui prove. Perciò si veniva nella determinazione di trasportare i cadaveri alla camera mortuaria del Cimitero generale. Tuttavia sul momento si poteva conoscere il nome di qualcuno tra i periti. Un carabiniere trovava il passaporto del direttore di Tuttosport: un piccolo rettangolo di carta bruciacchiata in cui si riusciva a leggere un nome noto agli sportivi di tutta Italia: Renato Casalbore. [la Stampa, 5 maggio 1949]

Superga Grande Torino

Gino Cavallero non doveva volare: soffriva di cuore, i medici lo sconsigliavano, lo supplicava la moglie, gli amici stessi tentavano di dissuaderlo. Ma Cavallero, ogni volta che rimetteva piede a terra, sorridendo rassicurava tutti. “Il mio cuore? Va benone, l’aria dei quattromila gli giova”. Tornando, scherzava con chi s’era preoccupato di lui: “Quante volte ha telefonato mia moglie?”.  Gli era nato pochi mesi or sono un maschietto, l’erede tanto, tanto desiderato, dopo le due figlie, Manuela e Daniela.

Renato Tosatti, Kid, Totò: tre nomi, tre firme per un uomo solo. Tre ottime firme. Era uno dei più scanzonati e brillanti giornalisti sportivi. Di Tosatti padre di famiglia ricordiamo l’affettuosa preoccupazione con cui in ogni suo viaggio parlava dei suoi cari. Si era sposato a poco più di vent’anni e aveva tre figli, Morella di 17 anni, Giorgio di 11, Marco di uno e mezzo.[la Stampa, 5 maggio 1949]

A mezzanotte restavano ancora da identificare Martelli e Maroso.  [Nicolò Samarelli, Corriere della sera, 5 maggio 1949]

Tre ore durava questo pietoso compito: sulla cima di Superga la nebbia filtrava tra la pioggia con un fumo tra sbarre: sbarre di pioggia, zampilli, che scendevano sferzanti, inesorabili. Il vento era cresciuto di intensità ed arruffava i capelli di tutti quegli uomini che si aggiravano oppressi dalla sciagura, in quel fango, in quel grigiore, sotto la grande Basilica muta. [la Stampa, 5 maggio 1949]

Non sussiste più dubbio sulla presenza a bordo dell’apparecchio, al momento della sciagura, di altre persone e sulle voci corse in un primo tempo che qualche giocatore e precisamente Mazzola, per l’indisposizione che sabato lo aveva costretto a non giocare a San Siro contro l’Inter, fosse rimasto a terra a Lisbona. L’accompagnatore Buonaiuti, recatosi per ferrovia in Portogallo, nel viaggio di ritorno aveva preso il posto sull’aereo della hostess, la quale, a questa sostituzione, deve la fortuna di essersi salvata. [Nicolò Samarelli, Corriere della sera, 6 maggio 1949]

Ho vissuto in diretta vita e morte del Grande Torino, anzi, su quell’aereo avrei dovuto esserci anch’io, ma la vicenda personale non interessa più di tanto anche se in parte è legata all’improvvisa guarigione di Valentino Mazzola, il quale, la sera di sabato 30 aprile, raggiunse a Milano la squadra che aveva pareggiato a San Siro con l’Inter. Il capitano telefonò in Gazzetta per dirmi: “Domani parto anch’io, mi spiace, ti ho rubato il posto in aereo, ho ancora qualche linea di febbre, però avevo promesso all’amico Ferreira di  essere presente”. [Nino Oppio, Corriere della sera]

Superga Grande Torino

Il portiere del Torino Valerio Bacigalupo con la maglia della Nazionale (Getty Images).

Superga? Nessuno mi disse nulla. Papà e mamma si erano separati. Io ero rimasto con lui e la sua nuova compagna. Avevo l’armadietto negli spogliatoi accanto al suo, la domenica entravamo in campo per mano. Giocavo a pallone con le figlie di Grezar e la figlia di Loik: ci sentiamo ancora. Il presidente, Ferruccio Novo, non aveva figli, mi aveva un po’ adottato. La famiglia di papà era la più povera di Cassano d’Adda. Cinque fratelli. Il maggiore entrava e usciva di galera: ebbe sessanta condanne per furto. Papà scappò di casa perché non voleva andare a rubare. Vinse 5 scudetti, ma per arrotondare dovette aprire un negozio dove vendeva palloni.  [Sandro Mazzola intervistato da Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 26 febbraio 2017]

Da stamane prestissimo madri, mogli, sorelle, fidanzate dei morti si sono messe di vedetta. Con ferma ostinazione ma sottovoce chiedevano, non si stancavano di chiedere ciò che pareva sacrosanto: poter entrare nell’obitorio, rivedere i loro cari, per un’estrema carezza e un bacio. Per tutta la giornata sono rimaste, terribili, inchiodando gli sguardi sui poliziotti che facevano la guardia. “Lasciateci entrare – chiedevano monotonamente a intervalli come una goccia ritmica e uguale, piena di desolazione – lasciateci entrare”. Ma sacrosanto non era ciò che esse volevano. E benedetta è stata la fermezza senza pietà delle guardie che non le hanno lasciate passare. Qualsiasi cosa purché non entrassero a vedere. Perché le madri e spose credevano che là, dietro al muro, giacessero le loro creature amate. E invece non era vero. Dietro il muro del camposanto, nei due nudi cameroni dell’obitorio, non giacevano i campioni. Siccome abbiamo visto lo possiamo dire. I corpi, o meglio ciò che era stato collocato nei due stanzoni, quegli spaventosi e nefandi resti, contorte membra, maschere inumane, monconi abbruciacchiati, nulla avevano a che vedere con le splendide creature che le donne piangevano per morte. [Dino Buzzati, Corriere della sera, 6 maggio 1949]

Foto: LaPresse.

Angelo Carotenuto

About Angelo Carotenuto

52 anni. Ha pubblicato due romanzi: "Dove le strade non hanno nome" (Ad est dell'equatore, 2013) e "La grammatica del bianco" (Rizzoli, 2014), premio Selezione Bancarella Sport

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