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Taffarel, il primo portiere straniero in Italia. Oppure no?

By 29 Settembre 2020
Taffarel

Nel 1990 in Serie A la matricola Parma tessera il brasiliano Claudio Andrè Taffarel. È il primo portiere straniero in Italia, affermano tutti. In realtà, andando a spulciare negli annali, si scopre che non è proprio così

1980. È l’anno della riapertura delle frontiere per un calcio, quello italiano, che necessita di ossigeno e una nuova credibilità dopo gli sconquassi del Totonero e di un Europeo casalingo finito con un deludente quarto posto. Così, quando finalmente riparte la caccia allo straniero, si va all’estero alla ricerca di uomini-gol: centravanti, punte esterne, trequartisti, attaccanti di ogni genere e specie. Al limite qualche bella mezzala a tutto campo. Per il resto, si fa a chilometri zero: mediani, terzini e stopper (liberi compresi) ce li abbiamo noi. E sono della migliore qualità.

E quanto ai portieri, vogliamo scherzare? Ma neanche a parlarne, la scuola italiana è la migliore che ci sia. L’Italia è la patria dei portieri. Stop. Questa l’aria che tira, certamente condizionata anche dal numero di stranieri tesserabili: uno. Ma le posizioni non cambiano neanche quando i posti prima raddoppiano (1982) per poi triplicare (1988). I portieri non si cercano all’estero. Amen.

Tutto nella “norma” fino al 1990, quando la matricola Parma di mister Nevio Scala riempie la terza casella destinata ai calciatori stranieri (le altre due sono occupate dal centrale difensivo belga Georges Grun e dalla punta svedese Tomas Brolin) con il profilo biondo del portiere Claudio Andrè Taffarel. Eccoci qua. Tabù infranto senza tanti pensieri e preoccupazioni. Proprio dall’ultima arrivata alla Serie A, una squadra di provincia.

La notizia è di quelle da urlo: Taffarel è il primo portiere straniero a giocare dalle nostre parti. Lo dicono tutti, o quasi. Anche in tv. Ma siamo proprio così sicuri? Qualcuno inizia a sfogliare i vecchi album di figurine sulla scia di ricordi d’infanzia di portieri nati all’estero. Quelle pagine girate centinaia di volte, le figurine mandate a memoria insieme ai dati dei mitici Curriculum.

Taffarel

(Allsport UK /Allsport)

La memoria non inganna. Non serve andare molto indietro nel tempo, metà anni ’70 ed ecco comparire tra i dodici della rosa del Catania, la faccia piratesca di Zelico Petrovic, (già nel Novara e successivamente al Taranto, al Rimini prima di chiudere a Vicenza nel 1984). Maglia grigia, ghigno truce (ancora senza baffo). Ebbene, il nostro Zelico risulta nato a Pola il 14 aprile 1948, quando la città (oggi croata) era da poco passata dall’Italia alla Jugoslavia. Straniero per l’anagrafe (anche se per pochi mesi): questo sì. Ma calcisticamente italiano, avendo iniziato la carriera, già a livello giovanile, nel Novara. Nulla di fatto.

Si continua nella ricerca: a ruota compaiono la zazzera biondiccia di Silvano Martina (Sarajevo, 20 marzo 1953) e la barba incolta di Walter Ciappi (Buenos Aires, 28 aprile 1952). Buco nell’acqua anche in questo caso. Entrambi nati all’estero da famiglie italiane, sono poi tornati in patria in età giovanile e, quel che più conta, sono stati da sempre tesserati da società italiane, e quindi considerati essi stessi italiani a tutti gli effetti.

Eppure c’era un’altra storia, un’altra vicenda curiosa da raccontare. È così. E nella mente, alla fine, compare il nome di Josè Cafaro che il Milan nel 1973 prelevò dalla squadra argentina del Platense. Calabrese di Briatico, classe 1948, battezzato Giuseppe, emigra ben presto in Sudamerica al seguito dei genitori in cerca di miglior fortuna. Là inizia la sua carriera di portiere. È molto dotato e interpreta il ruolo alla maniera del “Loco” Hugo Gatti: talento, personalità e numeri fuori ordinanza per far felice il pubblico. Nel frattempo è diventato per tutti Josè, con tanto di baffoni da spaghetti western, capello corvino in abbondanza sul viso olivastro.

Giovanissimo debutta nel Platense, il Milan gli mette gli occhi addosso e lo riporta in Italia. Anni Settanta, anni di austerity in tema di circolazione: non solo per quella domenicale delle auto – targhe alterne a causa del caro-benzina. Ma anche e soprattutto per quella dei calciatori provenienti da altri Stati. Frontiere chiuse, embargo totale, autarchia assoluta, since 1966. E allora come è possibile il ritorno al futuro di Josè l’emigrante? La soluzione è semplice. Per lui valgono i natali calabresi. Un requisito che neutralizza l’aver giocato presso un’altra federazione.

Quindi il buon Cafaro di straniero non ha nulla. Neanche il nome: per le figurine Panini, come per l’anagrafe, torna ad essere Giuseppe. Per la cronaca al Milan Cafaro giocherà una sola partita ufficiale (un derby di Coppa Italia nel 1974), quindi sarà protagonista di alcune buone stagioni con il Brescia in B ai tempi di Altobelli e Beccalossi, e poi con la Pro Cavese (promozione nei Cadetti nel 1979), prima del ritorno in Argentina.

Taffarel

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Eppure questa storia che Taffarel sia il primo portiere straniero in assoluto in Italia non convince del tutto. E dopo altre ricerche, ecco la verità, grazie al Guerin Sportivo che svela il nome dell’ungherese Geza Boldizsar, classe 1919, primo portiere di altra nazionalità a giocare dalle nostre parti. Nel 1946, finita la Seconda Guerra Mondiale, abbandona il suo paese caduto sotto il controllo politico dell’Unione Sovietica e trova rifugio in Italia dopo una fuga avventurosa, con tanto di guado notturno di un fiume. In patria giocava a pallone, quattro presenze nella sua nazionale prima che scoppiasse il conflitto mondiale. In Italia si accontentò di quel che passava il convento. Trovò un primo ingaggio a Crema, Serie B, poi al Parma in C.

Parma, ecco il cerchio che si chiude con l’arrivo di Taffarel che, se non può fregiarsi del titolo del primo portiere straniero in Italia, è tuttavia il primo ad aver giocato nel massimo campionato italiano. Un record che nessuno gli potrà portare via. Un primato ancora più storico solo se si pensi che il nostro è pure brasiliano. Ed è forse questa la notizia più sconvolgente. Un portiere brasiliano! Un ossimoro, diciamolo. Almeno per quei tempi e fino a quei tempi.

Aldilà di eccezioni (Gilmar, ma anche Felix e Leao) in Brasile l’attenzione al ruolo del portiere è stata conquista recente. Il post Taffarel è ricco di big mondiali del ruolo: Dida, Julio Cesar, Alisson. Ma trent’anni fa, non era così. Non c’era tradizione, né una scuola. Sulle spiagge di Copacabana si giocava per lo spettacolo, per la magia, per il gol. Non per la sua negazione.

Per la cronaca va detto che il biondo ventiquattrenne in forza all’Internacional di Porto Alegre e titolare della Nazionale brasiliana, naso schiacciato e carnagione chiara (sembra quasi un tedesco di primo acchito) tra i pali ci sa stare. Lo stile è quello che è, specie per quell’istinto primordiale (legato all’amato beach volley) che lo spinge a tuffarsi col corpo in avanti. Ai Mondiali di Italia ’90 ha ben impressionato, l’anno prima ha vinto la Copa America.

Niente a che vedere con i vari Valdir Peres e Carlos, suoi predecessori. Lui è superiore e molto più affidabile. Insomma, anche se non è un fenomeno e molto probabilmente sul mercato interno un portiere simile il Parma lo avrebbe pure trovato, dal lato tecnico ci può stare. Ma questa è solo una parte del perché sia stato ingaggiato.

L’altra fetta di motivi, forse la principale, viaggia sotto l’egida della Parmalat di Calisto Tanzi, sponsor principale del Parma. Il nome del Cavaliere non compare nei quadri societari (il presidente è Giorgio Pedraneschi; direttore sportivo Giambattista Pastorello), ma il padrone della società è di fatto lui che ha il Brasile nel cuore e che vede nell’ingaggio di Taffarel un ottimo veicolo per le vendite dei suoi prodotti da quelle parti. «Grun e Brolin sono state scelte tecniche – dichiara lo stesso Tanzi – mentre Taffarel, oltre che essere un bravo calciatore, è anche un nostro uomo immagine per il mercato brasiliano, al quale teniamo in modo particolare».

Un’operazione commerciale: questo è l’altro perché dell’acquisto di Taffarel la cui figura campeggia sulle migliaia di cartelloni pubblicitari che tappezzano i muri delle vie di San Paolo e di Rio de Janeiro, di Porto Alegre e di Belo Horizonte, mentre beve latte e succhi targati Parmalat. E mentre il Cavaliere mette in atto le sue operazioni espansionistiche in terra brasiliana (più tardi acquisterà un’intera squadra, il Palmeiras, dove poi giocherà anche il “Sindaco” Osio), Taffarel dimostra sul campo di valere come e più di un buon portiere italiano.

A Parma due stagioni da titolare con il successo in Coppa Italia nel 1992 ai danni della Juventus; la terza a mezzo servizio chiusa con la Coppa delle Coppe vinta dalla tribuna nel 1993. Quindi un anno alla Reggiana come viatico per il titolo mondiale conquistato con la sua nazionale negli Stati Uniti, con tanto di rigore parato a Daniele Massaro, prima degli errori fatali di Franco Baresi e Roby Baggio nella finale di Pasadena il 17 luglio 1994. Medaglia d’oro mondiale, ma di fatto senza club: la Reggiana (con poca eleganza e rispetto) gli manda a dire di avere esaurito i posti disponibili e il Parma ha ormai puntato su Luca Bucci. Porte chiuse per il portiere campione del mondo. Un paradosso. Il calcio passa anche da qui.

Taffarel

(Photo by Shaun Botterill/Allsport/Getty Images)

Lui, “Atleta di Cristo”, non si sgomenta. Gioca da centravanti in una squadra parrocchiale nel reggiano, prima di nuovi successi con l’Atletico Mineiro, il Galatasaray e con la sua Nazionale: un’altra Copa America (1997) e il secondo posto ai Mondiali  del ‘98. Nel 2001 torna al Parma, senza più i biondi capelli, ormai volati via insieme ai ricordi. Tre anni dopo lo acquista l’Empoli. Ma un guasto all’auto mentre sta per raggiungere la cittadina toscana gli fa dire basta. Per lui è il segnale che la sua carriera da giocatore debba finire. E così sarà.

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