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Tante grazie, Gold Cup

By 8 Luglio 2019

Il fitto calendario di competizioni concomitanti ha tolto spazio al torneo della Concacaf. Ecco sette storie che potreste esservi persi

Nel fitto panorama estivo di eventi calcistici internazionali, la Gold Cup si è ritrovata in fondo alla fila, quantomeno in Italia dove, a differenza di altri 18 paesi europei, nessuna emittente ha acquistato i diritti di trasmissione. Pur priva dell’appeal di Copa America e Coppa d’Africa, l’edizione 2019 del torneo CONCACAF , vinto per l’ottava volta dal Messico, ha saputo comunque offrire spunti, storie e momenti interessanti. Ne abbiamo selezionati sette da ricordare.

1. Messico – Pasta di capitano

Quando Andres Guardado fece il suo esordio con la maglia del Messico, Pep Guardiola era ancora un calciatore. Proprio in Messico, a Culiacan con i Dorados di Sinaloa, ultima tappa della sua carriera in campo. Qualche mese dopo, il catalano era editorialista per El Pais e seguiva il Mondiale tedesco, indicando nel Messico di Ricardo La Volpe la nazionale che giocava il calcio migliore. La Volpe che in passato aveva allenato all’Atlas Rafa Marquez, il principale punto di riferimento di Guardado. Con l’ingresso in nazionale del Principito, un piccolo cerchio si era chiuso, perché chi parla la stessa lingua è destinato, prima o poi, a incontrarsi.

Quasi 15 anni dopo, nella mediana del Tri un posto per Guardado non manca mai. E’ sempre stato così, indipendentemente da una carriera con alti (Deportivo La Coruna, Psv Eindhoven, Betis Siviglia) e bassi (Valencia, Bayer Leverkusen) che non lo ha mai visto calcare un palcoscenico di primissimo livello, a dispetto di una qualità tecnica e di lettura del gioco purissima. Misteri del calcio.

La dimensione di Guardado è sempre stata la nazionale messicana, ma è inutile cercare tra i numeri l’importanza di questo giocatore per le fortune delle sua squadra: chi ha visto, lo sa. In questa Gold Cup Guardado ha toccato quota 160 presenze, superando Landon Donovan quale giocatore del continente con più vittorie (93) con la maglia della propria nazionale. Non è stato il miglior Messico degli ultimi anni: mancavano, per varie ragioni, Lozano, Chicharito Hernandez, Vela, Herrera, Corona, Layun e Lainez. La direzione per la finale, l’unico obiettivo del Tri in Gold Cup che non significhi fallimento, l’ha indicata la vecchia guardia: Ochoa, Moreno, Raul Jimenez e, appunto, capitan Guardado. Che ha sollevato la sua terza Gold Cup, finendo nuovamente nella Top 11 del torneo.

 

2. USA – Prove di futuro

Quarti di finale: assist di Christian Pulisic, gol-partita di Weston McKennie. Semifinale: doppietta di Pulisic, rete di McKennie. Per gli Stati Uniti i match di questa Gold Cup hanno rappresentato delle prove tecniche per il futuro, prossimo (Qatar 2022) e – soprattutto – remoto (USA 2026). Sulla giovane coppia – in realtà un trio, quando rientrerà dall’infortunio il centrale Tyler Adams – gli States puntano tutto per uscire dalla pagina più nera della storia calcistica, ovvero la mancata qualificazione al Mondiale 2018. Uno shock talmente forte che la Federazione ha impiegato più di un anno per scegliere il successore del dimissionario Bruce Arena.

Sono tanti i problemi da risolvere, in primis quello dello scetticismo. Gregg Berhalter non ha iniziato male, ma sono bastate due brutte amichevoli di preparazione alla Gold Cup per chiederne le dimissioni. La squadra gioca maluccio, ha esorcizzato i demoni del mancato Mondiale demolendo 6-0 Trinidad & Tobago (il biglietto per la Russia lo persero lì), è andata in difficoltà contro il giro palla di Curacao, ma quando – dopo il girone – le sue stelline si sono messe a fare sul serio, è riuscita ad arrivare fino in fondo nel primo importante appuntamento ufficiale dopo il disastro. Berhalter sta facendo il risultatista perché in questo particolare momento storico del calcio (maschile) USA non esiste altra opzione. “Trasformerà gli Stati Uniti in una potenza mondiale?”, si è chiesto The Runners Sports. “No. Ma nemmeno Pep Guardiola e Tata Martino riuscirebbero a farlo”.

 

3. Canada – David è Golia

Jonathan David è un segmento verticale che attraversa mezzo continente. Tre paesi, altrettante città: Brooklyn, Port-au-Prince, Ottawa, ovvero rispettivamente i suoi luoghi di nascita, infanzia e adolescenza. Verticale è anche l’interpretazione del ruolo di attaccante offerta da questo millennial canadese che ama i grandi spazi, in campo (ala, numero 10, falso 9 l’ordine di preferenza dei ruoli ricoperti), ma abile anche nel concretizzare in pochi metri quadrati.

La Gold Cup appena conclusa è lo specchio della sua ancora giovane carriera in nazionale: più gol che partite. 10 in 8 match lo score totale, 6 in 4 nel torneo appena concluso, dove si è laureato capocannoniere con una media di 0,66 reti a partita. Solo il messicano Luis Alberto “Zague” Alves vanta uno score maggiore (0,45), ottenuto nel 1993 con 11 gol in 5 incontri. Nessuno meglio di David invece a livello di hat-trick: quella realizzata nel 7-0 rifilato a Cuba gli è valsa il primato di più giovane triplettista nella storia del torneo. Prestazioni che non sono state sufficienti al Canada per andare oltre un deludente quarto di finale (la partnership David-Cavallini avrebbe meritato una fase difensiva più attenta), replicando un po’ la storia della prima stagione europea di David, in Belgio al Gent: un discreto bottino di reti spalmate tra regular season, play-off e coppe europee, eppure per la partecipazione alla prossima edizione di Europa League i fiamminghi hanno dovuto attendere la squalifica del Mechelen per match fixing.

 

4. Haiti – Spirito Guerrier(o)

L’anima di Wilde-Donald Guerrier è piena di cicatrici. Ha visto la sua terra, Haiti, distrutta da uragani, terremoti e epidemie, il tutto mentre il paese cambiava continuamente guida politica, talvolta in maniera traumatica, nel solco di una nutrita parte della storia del centro-sud America. Dolore pubblico al quale si è unito quello privato, perché un paio di anni fa Guerrier ha perso una bambina.

Gioca in club che è un monito vivente alla sofferenza: il Qarabag, la squadra senza casa. Con gli azeri ha giocato titolare in Champions all’Olimpico, a Stamford Bridge, al Wanda Metropolitano. Palcoscenici rari per un haitiano dalla carriera nomade, un po’ come tutti i suoi connazionali. Nessuno di questi però vale per lui come il NRG Stadium di Houston, dove lo scorso 29 giugno ha completato la rimonta di Haiti sul Canada nei quarti di finale di Gold Cup. Da 0-2 a 3-2, con i Grenadiers tornati a una semifinale che mancava dagli anni 70, il periodo d’oro del calcio isolano, quello di Sanon, della vittoria del campionato CONCACAF e del Mondiale del ’74.

Gli elementi per cadere nella retorica ci sono tutti: le tragedie, le avversità, il riscatto. Meglio quindi lasciare la parola a un altro nazionale (assente però durante il torneo), Jean-Marc Alexandre, che nel 2007 ha fondato ad Haiti una scuola calcio nel tentativo di dare un futuro ai tanti ragazzi che giocano a calcio nelle strade: “Quando gioca la nazionale, per 90 minuti le persone dimenticano tutto: la povertà, le violenze, la fame. Ad Haiti calcio significa pace”. Ecco perché per Guerrier non c’è Champions che tenga.

5. Curacao – Escape Room

Nessuno in questa Gold Cup ha parato più di Eloy Room: 26 interventi, 13 solo nella partita contro Honduras, la chiave di volta del torneo di Curacao, visto che quel successo, unito al pareggio strappato all’ultimo secondo alla Giamaica nel turno successivo, ha regalato alle ex Antille Olandesi il primo quarto della loro ancora giovane storia di Federazione indipendente. Da quando Patrick Kluivert, nel 2015, si è messo in gioco nell’isola delle sue origini per aiutare il mondo del pallone a crescere e professionalizzarsi, Curacao si è reso protagonista di una lenta e costante ascesa, consolidata da Remko Bicentini, successore di Kluivert.

Se Moos, padre dell’attuale ct, era considerato il Cruijff di Curacao, il miglior giocatore mai prodotto dall’isola è stato un portiere, Erigilio Hato, a cui è dedicato lo stadio nazionale e che, narra la leggenda, rifiutò offerte da alcuni grandi club europei (Real Madrid, Ajax, Feyenoord) perché non voleva trasformare la sua passione in un lavoro a tempo pieno. Disputò le Olimpiadi di Helsinki del ’52, l’unico torneo “mondiale” a cui ha preso parte Curacao. Ieri come oggi, il meglio arriva tra i pali: Room ha sfoderato un intervento da portiere top anche nel quarto contro gli USA (le cinque arterie principali di Manhattan hanno la stessa popolazione dell’isola caraibica), prima che l’incrocio dei pali negasse agli uomini di Bicentini un meritato extra time. In stagione, Room ha disputato solo 231 minuti con la maglia del Psv Eindhoven. Attualmente è svincolato.

 

6. Costa Rica – A undici metri dalla fine

Tra Europei e Mondiali, l’Italia ha vinto solo il 33% delle partite finite ai rigori. Peggio hanno fatto Olanda e Inghilterra, con un rapporto rispettivamente del 29% e del 25%. Ma nel mondo c’è chi vanta una percentuale ancora inferiore: il Costarica, fermo al 20%. Se nel 2014 in Brasile pareggiarono il conto tra successi (contro la Grecia agli ottavi) e sconfitte (contro l’Olanda ai quarti), nella Gold Cup la bilancia ha sempre dato esito negativo. I Ticos sono usciti ai quarti contro il Messico, inanellando la terza debacle consecutiva dagli undici metri dopo quella del 2009 in semifinale, sempre contro il Tri, e quella del 2011 ai quarti contro Honduras. Con 10 over-30 nella rosa (tra cui Ruiz, Bolanos e Saborio, quest’ultimo diventato il più vecchio marcatore in una Gold Cup), tre oltre le 100 presenze e 9 giocatori già presenti cinque anni fa in Brasile, Costa Rica appare davvero vicinissima alla chiusura di un ciclo importante ma che non sembra aver lasciato eredi dello stesso livello dei predecessori.

 

7. Bermuda – La festa dei lavoratori

La GMD Consulting Ltd., società di consulenza con sede a Hamilton, capitale dell’isola di Bermuda, non avrà avuto problemi a consigliare i propri clienti di concedere permessi speciali a qualche suo dipendente per la Gold Cup. Non per assistere alle partite, ma per giocarle. E il Premier Edward David Burt, che oltre a guidare il paese – a dispetto dell’età relativamente giovane (40 anni) – è anche titolare della GMD, ha infatti twittato un messaggio di ringraziamento comune a giocatori e imprese.

Funziona così in questo territorio d’oltremare britannico di circa 71mila abitanti che ha appena disputato la prima Gold Cup della sua storia, uscendo a testa altissima grazie a due sconfitte di misura (1-2 sia contro Haiti che contro Costarica) e una bella vittoria (2-0) sul Nicaragua. Gli unici professionisti sono quelli che lasciano precocemente l’isola per l’Inghilterra, dove non necessitano di alcun permesso in quanto già cittadini britannici, per votarsi a una carriera irrimediabilmente nomade.

Come capitan Dante Leverock, autore del primo storico gol di Bermuda nella Gold Cup, che in otto anni di carriera è stato negli Stati Uniti, in Estonia, in Irlanda e nei bassifondi calcistici inglesi. L’ingresso nella top 16 del continente è un’impresa firmata Kyle Lightbourne, che dei Gombey Warriors è stato un pilastro in campo dal 1989 al 2004, con il picco raggiunto nelle qualificazioni a USA 94 quando decise un match contro El Salvador, in quella che fino a poco tempo fa era considerata LA partita della nazionale delle Bermuda. Ma da ct Lightbourne è riuscito a fare ancora meglio.

 

 

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