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Tata Brown, il calciatore che visse un giorno

By 14 Agosto 2019

Si è spento il difensore dell’Argentina che entrò nella sua giornata senza notte segnando il primo gol nella finale contro la Germania Ovest, quando si rifiutò di uscire nonostante una spalla lussata

Pampas dietro le spalle e in faccia l’aria sgherra del predestinato, José Luis Brown è il calciatore che visse un giorno. Sturm und Drang. Fumettato a gloria da un gran lancio da destra di Burruchaga su grigiore di miseria di Harald Schumacher, in stupenda evasione dal ruolo per maggengo, squinternato come un arcolaio, mentre il Tata Brown o meglio Bron come non lo seppe mai appellare Carlos Bilardo chissà se per dispetto, sciovinismo o dormir nonchalamment à l’ombre de ses seins, dove per seni si immaginano quelli della Coppa in deroga a quelli immaginati da Baudelaire Charles Pierre, incornava senza guardare, entrando nella sua giornata senza notte.

Seguono bailamme e canti e bandiere. Gol mistero senza fine bello, soprattutto per chi compie la barbarica prodezza la prima e ultima volta assaporando la massima illusione pedatoria e per giunta in una finale d’un Mundial. È per questo che rende grazie al destino in una ascesi western, quando in uno scontro col Dieter Nibelungen Hoeneß, al quale Bron nega il golerare, si lussa la spalla, spasima ma non capriccia, non vuole lasciare il campo, e dandosi un morso alla maglia ricava lo spazio per appoggiarci le dita, come il Franz Beckenbauer del 1970, si cerotta ma non vien meno, comprovando la sostanziale pragmaticità degli argentini della Pampa al pari delle trincee tedesche rappresentare da Franz, anelante a vuoto dalla panchina, separati da un limbo etnico con oceano; l’ambizione di Bron attinge il sublime, di ruggine mesta non perde smalto, è il suo giorno, boccheggia, ogni istante è buono per cadere ma non cade, è la giovinezza che passa sotto le Porte Scee che Omero cantò, si è guerrieri per natura o condizione, basta osteggiar lo nemico.

Lo smisurato dolore nulla può davanti alla deliziosa possibilità di vincere e questo spiega l’agio di Bron nel continuare a giocare e marcare ostentando, per giunta, la calma dei forti, gli argentini in tribuna mi parlano di magia maradoniana che tutto tocca e lenisce, ¡Soy campeón del mundo! Arriva a gridar Bron pigiando sui pistoni della tromba, il Bron che non doveva esserci, ha giocato in supplenza di Daniel Passarella, non smorbato da un virus intestinale, nato eroe, però sfortunato.

Bilardo conosceva Bron fin dai tempi dell’Estudiantes e sapeva che stretto in area avrebbe mollato fendenti gaucheschi quasi che mulinasse una draghinassa da Martín Fierro, difendendo il fortino. Del suo esser bambino di pianura el Bron si portava dietro l’umidità selvaggia che una volta caduta sulle spalle resta per sempre, anche se si corre in fretta verso tavola e si mangia carne, come il silenzio dell’Alzheimer pioggia che cade dentro e ciccia tutto, riportandoci alla felice ignoranza delle pre-albe: quelle dei fantolini e della cieca cupidigia dantesca, salvandoci – si fa per dire – dal bello et patetico scopone accanito che è la vita.

Sit tibi terra levis, querido Bron.

Immagini: LaPresse.

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