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The making of Stefano Pioli

By 25 Dicembre 2020

Il romanzo di formazione dell’allenatore che ha guidato il Milan fino alla vetta della classifica

«Te sei bravo, ‘scolta, te sei una brava persona e diventerai un grande allenatore. Ma adèsa basta, l’è mei cat vag a ca’»: Terni, 13 febbraio 2005, la frase di cui sopra – la lingua è un pidgin italiano-modenese – è parte del monologo di un tifoso un po’ alterato, quello che parla più forte dei sodali lì accanto, separato da un metro e un cancello metallico da Stefano Pioli e Romano Amadei, rispettivamente allenatore e presidente del Modena in B.

Un Modena che ha appena perso 2-1 al Liberati (vantaggio del 19enne Gyan, che allora era per tutti solo Asamoah, poi risultato capovolto da Fattori e Di Deo) e ha solo un punto in più sulla zona playout. Il te invitato ad andarsene a casa è appunto il tecnico, 39 anni, i capelli nerissimi, stempiato il giusto, secco e allampanato come quando giocava. Si dice che alla carriera di un allenatore non possa mancare un esonero, e quel giorno Pioli ci va vicino o, almeno, è quello che pensano tutti. Non perché sia vero, ma perché i tifosi dei gialli ne vogliono la testa. La squadra gioca pure un bel calcio d’attacco, ma è troppo in basso a loro avviso – era in A un anno prima – e allora chi paga?

L’allenatore.
Ovvio.

Stefan Pioli con Maurizio Ganz (LaPresse).

Invece no. Amadei si fida, lo conferma e ha ragione: il Modena (peraltro penalizzato di un punto) termina il campionato a -1 dai playoff. Pioli resta allora anche l’anno seguente, e stavolta l’esonero arriva davvero quando è a metà classifica, poco oltre la metà del campionato, senza colpe effettive. Ecco, adesso sì: la carriera di uno che poi è diventato sul serio un ottimo allenatore, e ora sogna con il Milan uno scudetto che lo renda grande come preconizzato al Liberati dal tifoso che non lo voleva più vedere, può iniziare sul serio.

Tempo tre giornate e tre sconfitte del suo sostituto, Maurizio Viscidi, e Pioli torna sulla panchina del Modena (un allenatore, dopo l’esonero, deve avere in curriculum anche la richiamata), raggiungendo i playoff. Di saperci fare sul campo e con lo spogliatoio in realtà lo aveva dimostrato anche alla Salernitana, primo club a dargli una chance da tecnico in prima, e così ora lo attende la A, sotto casa, in un Parma minore che, in attesa di un foraggiatore, lo mette sotto contratto un po’ perché costa poco, un po’ perché in fondo è quello della porta accanto e nelle foto di famiglia è quello del gol alla Sanremese, molti capelli prima, in uno spareggio del 1984 che valse agli emiliani una promozione in B. E la B, obiettivo del ragazzino di allora, è l’incubo da evitare dall’uomo di oggi.

© Novelli Stefano / LaPresse

I capelli iniziano ad ingrigirsi, è il destino di chi allena e deve fare il profeta in una patria in cui non ci sono soldi, né tanto altro. È sempre in zona retrocessione il Parma che tenta di giocarsela con tutti, ma a gennaio arriva qualche rinforzo, e chissà: uno è il pretoriano Armando Perna, che Pioli già aveva avuto a Salerno e Modena, centrale che soffre il salto ma si presenta sapendo ridere di sé (un giornalista sostiene di vedere affinità con Cannavaro, la risposta di Perna è puro avanspettacolo: «Sì, forse nelle sopracciglia». Applausi), l’altro è Giuseppe Rossi. Che arriva dal Manchester United, niente meno, e al debutto gli fa vincere la sfida col Torino, ma il calendario vuole che poi il Parma debba giocare con Milan e Roma, contro le quali naturalmente perde. Ghirardi – il quale, appena arrivato, vuole marcare il territorio – lo esonera. Arriva Ranieri, la squadra si salva e la salvezza passa come sua e basta; a Pioli (e al lavoro che aveva fatto il suo staff per consentire alla squadra di correre sino a maggio) non pensa più nessuno; così vanno le cose, così devono andare.

The making of Stefano Pioli riparte da qui, da un passo indietro, quello che le persone intelligenti fanno per prendere la rincorsa e gli altri considerano una retrocessione. La stagione 2007-2008 la inizia a spasso, ma per poco: arrivano il subentro al Grosseto – ecco, mancava giusto un subentro – e un 13esimo posto, il ritorno in Emilia a Piacenza (decimo, e qui si porta il miglior Graffiedi, un altro funzionale al suo gioco, già visto a Modena e Grosseto) e al Sassuolo. Che giocava a Modena, al tempo, e sarebbe arrivato con lui ai playoff in B – fatto fuori dal Torino: prevedibilissimo – al punto da rilanciarlo per una nuova opportunità in A, al Chievo.

(Photo by Dino Panato/Getty Images)

Più stempiato, il Pioli del 2010 è un tecnico che ha esperienza, non pretende più del giusto, non ha mai abiurato i suoi concetti di gioco, è tatticamente raffinato, ha spalle larghe più di quanto non gli si riconosca. Non si è fissato sugli schemi – a quattro o a tre in difesa, tre o due punte: fa con ciò che ha – ma su uno staff sempre uguale: Osti preparatore atletico già dagli albori alle giovanili del Bologna, il conterraneo Murelli vice da quelli del Modena. Manca solo una cosa, a quel punto, ed è rimanere su una panchina con una certa continuità, cosa che per definizione non può avvenire a Palermo con Zamparini, dove manco fa in tempo a esordire in campionato e viene esonerato, ma è una fortuna: avendo debuttato solo in Europa League, poté accettare il Bologna a ottobre. Due campionati e mezzo (uno da 50 punti), i gol di Di Vaio e Gilardino, un esonero con la squadra pericolante ma teoricamente salva.

Il Bologna sarebbe retrocesso senza di lui. Lui avrebbe spiccato il volo e ciò che è accaduto poi lo ha portato dov’è ora, invecchiato di vent’anni anche se ne sono passati dieci, ma a lavorare con Lotito, all’Inter, a Firenze o a un Milan che lo aveva già delegittimato prima di una imprevista conferma, giovane nelle sembianze non sarebbe rimasto neppure Dorian Grey. Figurarsi uno che, un pomeriggio di quasi sedici anni fa a Terni, il futuro se l’era visto prevedere con la paternale da un tifoso che non lo voleva più vedere.

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