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Theo Hernandez ha spiccato il volo

By 22 Gennaio 2020

Si è trovato in una squadra sbagliata, nel momento peggiore possibile, nel contesto meno indicato per rinascere. Eppure l’esterno rossonero è riuscito a rilanciarsi

In una stagione assurda e fallimentare, in mezzo al disfacimento di un progetto, tra errori clamorosi di programmazione tecnica e acquisti sbagliati, può capitare che una squadra dal blasone un po’ consunto ma ancora vivo si ritrovi con un terzino capocannoniere. Se esiste una buona notizia in questo Milan del fondo Elliott e delle vecchie bandiere ritornate alla base, questa non può che essere Theo Hernandez. Che poi, a dirla tutta, è una buona notizia a metà.

Cinque gol in campionato, un altro in Coppa Italia, più due assist in questa stagione di Serie A. Theo era arrivato per dare al Milan corsa e profondità sulla corsia di sinistra, nella logica di una squadra che con Giampaolo avrebbe dovuto sviluppare soprattutto da quel lato il suo gioco sulle fasce (dall’altra, con Suso, era previsto un lavoro leggermente diverso). Ci si aspettavano i filtranti di Bennacer a lanciarlo nello spazio per permettergli di crossare, ma qualcosa in quella catena non ha funzionato. Eppure, nella confusione generale, Theo è l’unico che ha saputo ricollocarsi in una nuova dimensione, scoprendosi utile e fondamentale anche in un contesto diverso. Non riuscendo a prendere il fondo con regolarità, ha deciso di accentrarsi e spostare la propria pericolosità in zona gol.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Sono lontani i tempi della presentazione al Real Madrid, quando davanti al pubblico del Santiago Bernabéu si inceppò al sesto palleggio, per poi battersi la mano destra sul petto in un gesto tra il tenero e l’impacciato. In quell’anno Theo trovò poco spazio. Chiuso da Marcelo e dall’idea che di lui ci si era fatti. Inadeguato al Real, o almeno così si pensava, mise insieme 13 presenze in Liga, 6 in Copa del Rey, altre 3 in Champions League. Milleseicentoquarantotto minuti e tre assist, doveva essere l’anno della sua rivincita, quello in cui esplodere e lanciarsi verso il Mondiale. E invece in Russia ci sarebbe andato solo Lucas, il fratello, lui sarebbe rimasto a casa a vederlo laurearsi campione del mondo.

La vita di Theo è sempre stata un po’ così, all’ombra del fratello, più grande di un anno, difensore come lui, centrale per nascita e vocazione, terzino sinistro per bisogno e adattamento. Due mancini in famiglia, separati da appena 18 mesi, è un’eventualità piuttosto rara. Lucas difende più e meglio di Theo, così si è preso il suo spazio nell’Atletico Madrid, mentre il fratello minore finiva in prestito all’Alavés. Una grande stagione, l’unica finora, da punto di riferimento assoluto di ogni azione offensiva di una piccola squadra riscopertasi capace di grandi cose, come arrampicarsi fino alla finale di Copa del Rey. In quella partita contro il Barcellona, Theo segnò pure il gol dell’illusione, quello che sul momento pareggiò il vantaggio di Messi. Una splendida punizione dal vertice destro dell’area di rigore che andò a infilarsi all’incrocio opposto, con potenza e precisione.

 (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Era la prima partita che Theo giocava nello stadio in cui aveva sognato di debuttare fin da quando era approdato nelle giovanili dell’Atletico. L’ultima, peraltro, disputata al Vicente Calderon prima del pensionamento dell’impianto e del trasloco dei Colchoneros al Wanda Metropolitano. Ora quell’impianto non c’è più, distrutto come le speranze di Theo di giocare nell’Atletico. Ma se il primo non sarà mai ricostruito, la carriera del più piccolo degli Hernandez sembra aver preso definitivamente il volo. In Italia, in una squadra sbagliata, nel momento peggiore possibile, il contesto meno indicato per rinascere. Eppure in rossonero Theo ha finalmente trovato la sua dimensione. Le sue statistiche parlano di 4,3 dribbling tentati, poco meno della metà dei quali (2) riusciti. Sono le migliori in Serie A per il suo ruolo.

“Può diventare uno dei migliori terzini al mondo, ve lo dico io che ho giocato con Cabrini”, ha detto Stefano Pioli al termine della partita contro l’Udinese. A patto che migliori le sue qualità difensive, ancora lacunose, fatte di puro istinto e atletismo e ancora troppo poco di senso della posizione e tempismo nell’intervento. D’altra parte su di lui ha scommesso da subito Paolo Maldini, uno che di difensori e di terzini sinistri dovrebbe intendersene parecchio. Non era facile puntare forte su Theo dopo il Real Madrid e un’altra annata opaca alla Real Sociedad. Investire comunque tanti soldi (20 milioni) su un giocatore giovane famoso per le sue sbandate fuori dal campo e uno stile di vita non proprio da atleta integerrimo.

 (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

E invece oggi Theo è il miglior acquisto che il Milan abbia fatto in questa stagione. Gli occhi di mezza Europa sono su di lui e sarà difficile resistere agli assalti dall’estero senza la qualificazione alla Champions League. Il suo valore attuale si aggira tra i 40 e i 50 milioni, un terzo circa del passivo con cui il club ha chiuso il suo ultimo esercizio (156 milioni). “Resterà dov’è, il Milan è il posto giusto per lui“, ha garantito Manuel García Quilón, il suo procuratore. Ma di mezzo c’è almeno un’altra questione.

Theo insegue la nazionale, anche se non ha ancora capito bene quale sarà. L’anagrafe direbbe Francia (è nato a Marsiglia), le origini Spagna (il bisnonno era di Girona). Lui ha giocato con le giovanili dei bleus, fino all’Under 20, poi Deschamps l’ha sempre ignorato. Forse anche un po’ per ripicca aveva dato piena disponibilità alla Federazione spagnola per una chiamata, che però ancora non è arrivata.

Ora che le cose gli girano meglio, l’idea di poter giocare in nazionale col fratello e magari di contendersi una maglia da titolare con lui per la fascia sinistra sembra affascinarlo di nuovo. “Se Deschamps mi chiama, io ci sono”, ha detto. La sensazione è che la spunterà chi, tra Didí e Luis Enrique arriverà per primo, chi avrà più bisogno di Theo e fiducia in lui. Perché alla fine a lui interessa una sola cosa: giocare. Per poter dimostrare davvero quanto vale, come sta facendo a Milano.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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