Feed

Ti hanno mai invitato via Facebook a scommettere su una partita truccata?

By 5 Febbraio 2019 Febbraio 5th, 2020
Partite truccate

Solo nell’ultimo mese tre sconosciuti mi hanno proposto partite “sicure” in cambio di soldi. Alla fine ho deciso di assecondarne uno. E questo è il risultato

Giuseppe è una persona molto diretta. Mi contatta giovedì pomeriggio, con un messaggio sulla chat di Facebook. «Ciao Andrea», scrive. E poi aspetta. Me ne accorgo tardi, poco prima di cena. Leggo e sbircio il suo profilo. Nella foto indossa una camicia bianca, ha una giacca stretta fra l’indice e il pollice, porta un paio di pantaloni che gli fanno un leggero difetto alle ginocchia. Sotto i suoi mocassini c’è dell’erba verde, folta, tagliata alla perfezione. Dietro le sue spalle una siepe di quelle che ti fanno pensare a una villa in campagna.

Giuseppe ha poco più di cento amici. Uno solo in comune con me. Neanche mi ricordo più chi è stato ad aggiungere chi. Ma fa poca differenza, soprattutto se già sai com’è che andrà a finire. Osservo e decido di rispondere. «Ciao Giuseppe», batto sulla tastiera aggiungendo un punto esclamativo per farmi perdonare il ritardo.

Giuseppe è anche una persona che non ama perdere tempo. Dopo qualche minuto mi manda un altro messaggio: «Saresti interessato in fixed match, ovvero partite truccate?». Questo mese è il terzo che me lo propone. Il primo era stato Marco, ma lo avevo bloccato quasi subito. Poi era arrivato Christian. Come immagine del profilo aveva la foto di un ragazzo con un completo elegante ma senza calze, con dieci centimetri di caviglia che gli sbucavano fra scarpa di vernice e pantalone scuro. Seguivano altri scatti che lo ritraevano mentre fumava il sigaro, mentre metteva in mostra un orologio prezioso, mentre disponeva una fila di banconote da 500 euro lungo il cruscotto della sua auto.

Ogni fotografia era accompagnata da un messaggio motivazionale come «Dopo tanti sacrifici mi godo la mia nuova vita» o qualcosa sul coraggio dei leoni. Alla fine, Christian mi aveva detto che poteva “suggerirmi” il risultato esatto di una non meglio identificata partita delle categorie inferiori brasiliane. Funzionava così: io giocavo qualche centinaio di euro sul match e lui si intascava quasi metà vincita. Liscio come l’olio, tanto i risultati erano garantiti da una organizzazione internazionale e lui, che già aveva guadagnato abbastanza, voleva solo dare una mano a qualcun altro.

Con Giuseppe, però, è diverso. Il suo profilo è più sobrio, più convincente. Ha messo qualche foto che lo ritrae in un lusso poco ostentato. Lui che mangia sashimi ammiccando a favor di camera, una Tesla parcheggiata in un garage con un cane che fa subito famiglia felice, lui in riva al mare con una emoticon che comunica la sua soddisfazione. E anche qui le massime si rincorrono. «Nella vita non puoi cambiare il vento, ma puoi cambiare la direzione delle vele. Oggi altri soldi grazie ai miei metodi». E ancora: «Finalmente…L’affare è stato fatto! Nella vita bisogna essere sempre tenaci per seguire ogni obiettivo». L’uomo immortalato negli scatti è sempre lo stesso, senza ombra di dubbio. Eppure tutta questa gioia è così plastificata, finta. I colori sembrano sempre o troppo sbiaditi o troppo accesi, gli sfondi sembrano così vaghi, indefinibili.

Decido di fare una ricerca veloce su Google Immagini. Carico una sua foto e aspetto il verdetto. Giuseppe non ha preso in prestito le foto di nessuno. O almeno non le ha rubate a nessuno di famoso. Anzi, il motore di ricerca mi consiglia di cercare immagini simili nella categoria “gentleman”. Con la foto della Tesla, invece, è diverso già a occhio nudo. Il modo in cui è costruito il garage sembra così diverso dai box per le auto delle nostre città. La ricerca, infatti, dà diversi risultati. Mi rimanda a un tweet di un certo Steve Bishop. Vive ad Atlanta e neanche sa che qualcuno sta usando la sua auto e il suo golden retriever per concludere una truffa qui in Italia.

Giuseppe, però, si è creato anche un lavoro. Dalla sua scarna biografia si apprende che è nato al Sud ma che si è trasferito al Nord, dove lavora come psichiatra. Una professione prestigiosa e allo stesso tempo rassicurante per i suoi nuovi “clienti”, ma che per lui deve essere stata logorante. «Prima lavoravo tutti i giorni in ospedale, ora faccio soldi facili da casa», scrive accanto a un’altra foto che lo ritrae sorridente con gli occhi incollati sullo smartphone.

Questa volta decido di dargli spago. «Certo, sono interessato. Come funziona?» domando. «Funziona che io ti do le partite di cui si sa già il risultato finale» spiega. Tutto facile. Tutto liscio. Tutto garantito. La nostra chiacchierata, tuttavia, entra nel vivo solo lunedì, quando mi informo sull’importo di una eventuale scommessa. «Questo lo decidi tu – dice Giuseppe – Io ti dico le partite con una certa quota e tu punti quanto vuoi puntare, ma mi raccomando senza esagerare». D’altra parte Giuseppe è uno psichiatra e conosce alla perfezione le problematiche legate al gioco d’azzardo. L’affare ruota intorno alle quote. Se le partite che mi “raccomanda” hanno una quota totale pari a 20, lui vuole 20 euro. Se hanno quota 30, allora la sua fetta sale a 30 euro. E così via. «Da me non avrai mai quota 2 – garantisce – dono (sì, ha detto proprio dono) quote da 20 in su che solo con €10 ne vinci 200/300». Un affare.

I primi problemi, però, sorgono quando proviamo ad accordarci sul pagamento. Ovviamente Giuseppe la sua parte la vuole prima di rivelarmi le partite vincenti. E non la vuole come Christian, con una ricarica sulla Postepay. No, lui vuole che tutto passi tramite Paysafecard. Sostanzialmente funziona così: tu vai dal tabaccaio, paghi esclusivamente in contanti, prendi uno scontrino con un pin di 16 cifre e lo giri alla controparte. Il problema in questo caso è che non è richiesto un documento al momento di versare o incassare i soldi, così quel pin diventa praticamente impossibile da rintracciare in caso di truffa. O la va o la spacca. O quell’importo si moltiplica o si dilapida.

Faccio finta di protestare. Dico che, alla fine, io non lo conosco, che il rischio è solo mio. Presso alto, faccio melina, cerco di contrattaccare. Alla fine gli propongo un accordo che per lui sarebbe anche più vantaggioso. Lui mi dà le partite da giocare gratis e poi io, una volta incassato, gli giro metà della vincita. In questo modo, dico, potrebbe guadagnare non 30 euro, ma più di cento. Giuseppe, però, ha un’etica ferrea quando si tratta di lavoro. Soprattutto quando si tratta dell’altro lavoro. «Purtroppo altre persone mi hanno detto questa cosa – spiega – ma non posso fare così a te e ad altri no. Infatti faccio sempre prima». La legge è uguale per tutti. Soprattutto quando parli con uno sconosciuto su internet.

Giuseppe capisce che sto tentennando, che deve accelerare se vuole chiudere. «Ma se non si vince?» domando timidamente. «E secondo te scommetto su qualcosa che non va in porto amico?» risponde. Diretto, confidenziale, sicuro. D’altra parte è lui quello con la Tesla in garage, con il cane che dà tanta sicurezza, con la giacca stretta fra indice e pollice. Bisogna fare presto. Perché la prima partita che può suggerirmi si gioca il giorno successivo. E se dovessimo perdere quel treno non ne passerà un altro per almeno una settimana. Gli dico che ci penserò sopra, che gli farò sapere il giorno successivo. Mi chiede di scrivergli la mattina dopo, il prima possibile, perché non c’è neanche un minuto da perdere.

Giuseppe è una persona che non ama i convenevoli. Mi contatta lui, poco dopo mezzogiorno. Sono in redazione, sto passando un pezzo sul Barcellona mentre ascolto i The Cribs con le cuffiette. «Novità?» mi chiede bruscamente. Chiudo un paio di finestre, sono in ritardo con il lavoro. Ma decido comunque di prendere tempo. Gli dico che sto provando a capire come funziona Paysafecard. Lui mi manda una foto di un pagamento che aveva ricevuto da un altro “cliente”. È del 15 giugno e ha l’importo e il pin cancellati. «Allora la quota oggi è 30 quindi semplicemente €30 dovresti darmi», spiega. «Ti consiglio di sbrigarti, la prima partita è nel pomeriggio».

Gli scrivo dopo pranzo. Gli dico che lavoro in un ufficio e che non posso uscire per fare il pagamento. Lui mi risponde che una partita è già iniziata. Le altre sono alle 18,30, quindi devo darmi una mossa. Mi spiega che posso effettuare la ricarica online, che è bene che lo faccia subito perché gli altri match «sono fra un bel po’». Il sistema di Paysafecard prevede la possibilità di fare un bonifico dal tuo conto corrente direttamente al conto online che hai creato per l’occasione. Però mi secca un pochino. Gli dico che non ho con me le password per l’home banking. «Ti dimentichi le password dei conti? Prova a ricordarle!», mi risponde in tono di sfida.

Giuseppe non è assolutamente una persona empatica. Così gli dico che uscirò prima dalla redazione in modo da fargli avere il pagamento per le 18. Accenna al fatto che un po’ gli dispiace se mollo il lavoro. A me poco importa, anche perché grazie alle sue dritte tutti possono farsi un gruzzoletto extra. Così anche io potrò avere la Tesla in garage, il cane (che poi per me sarebbe anche il secondo), la giacca destrutturata. «Ho bisogno di svoltare amico», gli confido. «Io ho svoltato già» mi rassicura. Certo, prima lavorava come psichiatra, ora fa i soldi facili da casa.

Alle 17,20 esco dalla redazione e vado dal tabaccaio sotto casa. Gli spiego cosa mi serve, lui mi guarda perplesso. «Guarda che questi soldi sono persi – mi ammonisce – lo sai sì?». Rispondo che lo so perfettamente, ma che bisogna volare perché Giuseppe non è un tipo che ama aspettare. Sono le 18,05 quando gli mando le foto. Un pollicione sinistro che stringe tre schedine da 10 euro l’una. «Ora le partite però» gli intimo. Giuseppe mi chiede giusto il tempo di controllare che il pagamento sia stato effettuato correttamente. D’altra parte è giusto farsi scrupoli in questo ambiente.

Partite truccate

Le tre schedine da 10 euro l’una che ho versato a Giuseppe.

Dopo pochi minuti mi arrivano i risultati da giocare. Sono tre partite. La prima è del terzo livello del campionato finlandese. Devo giocare la vittoria parziale e finale dell’FC Kufu 98 contro il PK 37. Neanche sapevo che esistessero queste squadre. Con la seconda si vola addirittura in Islanda. Perché lo Stjarnan avrebbe battuto comodamente il Breidablik. Anche se gli scommettitori quotavano la vittoria a 4,50. L’ultimo match ha un respiro quasi internazionale. Stavolta si va in Estonia, con il Flora Tallin pronto a piegare il JK Komme Kalju. Una piccola impresa quotata a 3,55.

Ora che gli ho mandato i tre bollettini io e Giuseppe siamo più in confidenza. Gli chiedo quanto riesce a racimolare a settimana con queste partite. «Considera che non sempre le ho – mi spiega – considera che se va bene sono 1 alla settimana. Io mi faccio 500 euro al mese. Non è tanto però è giusto per togliere qualche sfizio». Cinquecento euro al mese. Una cifra che non ti consente esattamente di svoltare. E visto che Giuseppe dice di non scommettere direttamente sulle partite che consiglia agli altri, per arrivare a quella somma deve trovare quasi venti persone a cui fare il suo gioco di prestigio.

Ovviamente non ho giocato le partite che mi ha consigliato Giuseppe. Ma comunque l’illusione di avere in mano una schedina vincente è durata poco. Il Flora Tallin avrebbe dovuto chiudere in vantaggio il primo tempo. Invece al 40′ va sotto grazie a un gol del brasiliano Liliu, uno che a 29 anni ha giocato in tutte le periferie del calcio mondiale. Non aspetto neanche di conoscere i risultati delle altre partite. «Che facciamo?» gli domando «la scommessa è persa, mi restituisci i soldi?». Giuseppe non si scompone più di tanto. D’altra parte i soldi lui se li è presi in anticipo. «Anche se ci sta la sconfitta a volte non si può risarcire – dice – Purtroppo ho buttato €10. Sarà per la prossima». Ora è freddo, distaccato, impassibile.

Partite truccate

Le tre partite che ho ricevuto in cambio del pagamento.

È in quel momento che noto un dettaglio che prima mi era sfuggito. Sulla barra dell’indirizzo internet del suo profilo Facebook non c’è scritto Giuseppe, ma Pietro. Ha semplicemente cambiato il nome e il cognome del profilo per poter raggirare altri utenti. Decido di esibirmi in un colpo di teatro. «Pietro – gli dico – per favore restituiscimi i soldi che ti ho dato oppure dammi un’altra partita gratis per recuperare». Per un attimo accusa il colpo. «Mi chiamo Giuseppe amico» scrive con tanto di pollice verso. Gli faccio presente che sull’indirizzo del suo profilo compare un nome diverso. Lui prova ad arrampicarsi su qualche specchio, dice che in verità il profilo con Giuseppe seguito dal cognome che si era scelto non era disponibile, quindi ha dovuto aprire un profilo a nome di questo Pietro. Che è un po’ come dormire con la maglia di Sforza perché quella di Ronaldo era finita. Anche perché Facebook gestisce alla perfezione i casi di omonimia, non come le mail.

«Allora – mi dice – un mese e mezzo fa mi è capitato di nuovo di non riuscire a far vincere un ragazzo e anche lui mi ha chiesto la partita gratis. Però alla fine siamo scesi a patti e abbiamo concluso che gli avrei dato un’altra però a metà prezzo». Così mi offre una nuova terzina vincente per soli 15 euro. Non cedo. La voglio gratis. In alternativa potrei valutare solo la restituzione dei 30 euro che gli avevo dato. Giuseppe va in difficoltà ma comunque non mi blocca. Prova a parlare. Mi dice di portargli rispetto perché lui è uno psichiatra, che gli dispiace ma non può restituirmi il cash. «Sarebbe ingiusto verso gli altri», spiga. Chiaro, una sorta di solidarietà fra truffati.

Non voglio sentire ragioni, così Giuseppe comincia a incartarsi. «Su 20 volte – scrive – ho fallito 6 con te». Calcolatrice alla mano ha toppato il 30% delle scommesse. Non un bottino di successo per uno che dice che le partite sono decise già in partenza. Poi, però, tira in ballo anche l’etica. «È una questione di principio – dice – o paghi o non ti do altre quote». E ancora: «Guarda che in giro stanno quelli che chiedono €150. Io lo faccio per cercare di aiutare il prossimo. Gli altri invece vogliono fregare». Lui, al contrario, vive di stipendio e capisce i problemi degli altri. Così si sbilancia: «Altri 30 euro e ti do quelle vere». Rimango un attimo basito. «Scusa, queste erano false?». Giuseppe è in difficoltà, ma continua a garantire che è tutto vero, che il business funziona. Anche se poco più tardi anche le altre due partite finiranno con un risultato diverso da quello che mi aveva suggerito.

Partite truccate

È l’inizio di una trattativa infinita. Io gli propongo il pagamento di metà della vincita effettiva in cambio di una terzina gratis. Gli dico che ho perso dei soldi e che comunque gli stipendi in giro sono quelli che sono. Mi risponde con un «tu perdi non io amico». E il problema è proprio quello, ovviamente. Giuseppe prova a mediare con tre partite vincenti alla modica cifra di 15 euro. Un affare a prezzo di saldo. Gli faccio presente che anche le altre erano sbagliate, che aveva buttato lì qualche risultato a cavolo. Lui smentisce, dice che «era tutto studiato» e che «perdere ogni tanto ci sta». Andiamo avanti fino alla mattina successiva.

Alla fine Giuseppe mi scrive che ci ha pensato sopra. Quando i suoi contatti gli passeranno altre partite truccate, lui me le girerà. Stavolta gratis, così potrò rientrare dell’investimento. Con buona pace della solidarietà fra truffati. Mi dice che si farà vivo lui, di stare tranquillo. Poi ha iniziato a non rispondere più ai miei messaggi.

Al momento il profilo di Giuseppe è ancora attivo. Io faccio ancora parte dei suoi cento e passa amici. Mi contatterà lui quando avrà un affare da propormi. Un affare conveniente solo per lui, ovviamente. Ma questo gli altri 19 “clienti” che gli servono per arrivare al suo budget mensile ancora non lo sanno.

 

Andrea Romano

About Andrea Romano

Andrea Romano è nato nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per quotidiani e riviste. I suoi ultimi libri sono "Manicomio Football Club" e "Cantona - The King".

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
Questa continua narrazione di Cristiano Ronaldo ha fatto finire in...