Feed

Trionfi e fallimenti di Andreas Brehme

By 9 Novembre 2020

Compie oggi 60 anni uno dei terzini più forti della storia, un uomo che ha conosciuto la gloria grazie al gol nella finale di Italia ’90, e la polvere grazie alla bancarotta del 2014. E qualcuno, per garantirgli la sopravvivenza, gli ha offerto di andare a pulire i bagni

Lebowski, seduto sul cesso, guarda da dietro gli occhiali scuri i suoi aggressori uscire da casa dopo averlo assalito insultato; Renton, come in un trip, si immerge dentro il cesso più lurido di Scozia per recuperare le supposte di oppio cadute in acqua, infine emerge in trionfo dalla porcellana sporca; i borghesi di Buñuel conversano a tavola, sbracati sui cessi, di arte, di inquinamento e di escrementi fino a quando uno dei commensali va in bagno a mangiare; Elvis Presley una sera d’agosto, colpito da collasso, muore sulla tazza del cesso.

“Non ho Dio tra i miei amici, l’ho cercato spesso, forse nei momenti, nei luoghi sbagliati, ma ne sento la mano, nella bellezza delle cose, negli interrogativi che l’amore mi fa piangere. C’entra anche lui con il mio velocissimo declino. Non so quanti ce ne siano in circolazione, appartengo alla categoria di quelli che lo vedono nella maestà delle cose senza sentirne il calore nel cuore. Una cosa infame.”

© LaPresse Archivio storico

Il poeta Daniele Mencarelli ha bevuto, ha pulito i bagni degli ospedali, si è drogato infine Dio si è presentato portando il suo odore forte, la sua presenza animale, la sua potente ombra; lo ha incontrato nelle corsie degli ospedali e mentre ramazzava il sudicio dei water, quello stesso che un giorno Oliver Straube sputò addosso a Andreas Brehme, ex grande terzino tedesco dell’Inter.

“Siamo disposti ad assumere Andreas Brehme nella nostra impresa di pulizia di bagni e sanitari. Si renderà conto di cosa significhi il vero lavoro e la vera vita. Gli servirà per migliorare la sua immagine. Questo per me è aiutarlo”

Straube era stato un mediocre calciatore della Bundesliga, Brehme aveva segnato il controverso rigore contro l’Argentina nel 1990 che aveva fatto vincere alla Germania il campionato mondiale; lui che era rimasto gelido mentre attorno gli argentini, e Maradona, accerchiarono l’arbitro furiosi per la sua decisione; lui che nel 1986 aveva tirato il rigore contro il Messico con il piede sinistro senza sapere perché, non aveva scelto, era capitato per istinto. Ora le parole di Straube erano un insulto non un aiuto, c’era rancore verso uno dei terzini più forti degli ultimi decenni, capace di giocare con entrambi i piedi come pochi; il rancore di un Salieri, offeso dal suo poco talento.

Allsport UK /Allsport

Straube aveva la stizza astiosa della governante Rottermeier di Heidi, il prurito livido del moralista inferocito – Brehme non accettò, non parlò, tacque, era zeppo di debiti, aveva perso centinaia di migliaia di euro tra investimenti sbagliati e alcool; lui, calciatore che quando scendeva sulla fascia era una specie di carrucola inarrestabile, metteva sulla testa degli attaccanti decine di cross, non si fermava mai. Da bambino si allenava con il padre ex calciatore, per migliorare il piede sinistro tanto da essere spostato da Trapattoni dalla mediana a terzino. L’idea, dunque, che il campo non potesse restringersi a un solo lato del corpo come Bernd, suo padre, riteneva, dal momento che “A chi non è nato fuoriclasse un piede solo non basta”.

Andreas vinse coppe, supercoppe, scudetti italiani e tedeschi, lui correva di forza e dinamismo più che di velocità, spazzava ogni cosa e, arrivato dal Bayern Monaco, tra la diffidenza di tutti, diventò un terzino di spinta fortissimo. Quando al Mondiale 1990 si presentò davanti al dischetto del rigore mancavano soltanto sei minuti, c’era rabbia, ansia, frenesia, eccitazione, furore, avrebbe dovuto batterlo Lothar Matthäus ma dichiarò di avere problemi alle scarpette, allora sarebbe spettato a Rudi Völler che però fu preso da timore e tremore, di fronte c’era Sergio Goycochea, fino a quel momento aveva parato quattro tiri dal dischetto, cosi Brehme, quando la Germania era ancora un po’ divisa a metà, si fece avanti, rimase fermo, immobile, avrebbe potuto scegliere piede destro o sinistro, la sua corsa era ambigua, non prendeva una direzione precisa, era in nomine Germaniae, quella nuova o quasi, quella che avrebbe poco meno di un anno dopo ucciso con tre spari dal giardino Detlev Karsten Rohwedder, capo della Treuhandanstalt, holding preposta a privatizzare fondi, industrie e società commerciali dell’ex Germania orientale, diventando bersaglio delle manifestazioni di tutti i delusi dell’unificazione tedesca che apparve come una violenta predoneria della Germania ovest.

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Brehme se ne andò a giocare in Spagna, al Real Saragozza, nulla di che, anonimo, se lo ricordano soprattutto perché tornava di continuo in Germania per qualunque infortunio e poi scappava in estate, a Natale e lo fece anche per il torneo amichevole Maspalomas, dove partecipavano i suoi ex compagni del Bayern; se ne andò quando l’allenatore lo spostò dal centro del campo, dove adesso giocava, di nuovo sulla sinistra, Brehme si rifiutò, litigarono e il tedesco rescisse il contratto. Andò al Kaiserslautern con cui rimase cinque anni, la squadra venne promossa in Bundesliga e nell’ultimo anni della sua carriera, il 1998, Andreas vinse un altro scudetto pur giocando pochissimo. Poi cercò di fare l’allenatore, fallendo, iniziò la discesa inaspettata, i tentativi di riprendersi, le nuove cadute.

Nel buio tende il pugno suo massiccio.
Lo scuote. Un mar di fuoco avvampa intorno
Per una via. Crepita il fumo arsiccio
E la divora, finché spunta il giorno.

Ci era entrato nel buio, quello descritto dal giovanissimo poeta Georg Heym, ne era stato avvolto come dal fuoco, la vita di Brehme aveva cominciato a crepitare, a essere legna da ardere però qualcosa di luminoso avvenne, non c’era stata morte e nemmeno resurrezione piuttosto una deviazione dalla caduta, quella che invece inghiottì per sempre Heym nel ghiaccio del fiume Havel per salvare un amico.

Leave a Reply