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Tutti vogliono essere Robin

By 8 Gennaio 2020

Dalla parte bassa dell’Eredivisie a quella alta della Serie A. La crescita di Gosens è il manifesto del Gasperinismo

Almelo è un noioso sobborgo, tante fabbriche, qualche parco, pochi svaghi. Ristoranti che chiudono alle otto di sera, campagna, sensazione di quella provincia un po’ dimenticata, che si nasconde sulle mappe e scompare dalle guide. Ma ad Almelo almeno c’è il calcio, ossigeno per i circa 70.000 abitanti di questo piccolo paesino vicino Enschede. Lo stadio della squadra locale si chiama Polman Stadion ma potrebbe tranquillamente essere rinominato Polmon, punto di respiro migliore della città.

Respiro internazionale a tratti, è la casa dell’Heracles, che tanti erroneamente e frettolosamente chiamano “Hercules”, che fa sorridere ma rispecchia un pezzo di realtà, perché in fondo qualcosa di eroico da quelle parti ce l’hanno. Sono riusciti a diventare la squadra di zona, la migliore della regione dell’Overijssel, scavalcando il rinomato Twente, storico club arrivato fino al titolo di campione d’Olanda nel 2010. Il sorpasso regionale è merito di una grande programmazione, di un progetto serio fatto di persone serie. Di gente che voleva arrivare. E non a caso è lì che l’Atalanta, tre anni fa, ha pescato quello che ad oggi è il miglior esterno della Serie A: Robin Gosens.

Robin Gosens

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Il confine sul passaporto dell’uomo senza confini nei suoi miglioramenti è veramente labile. Robin Gosens nasce tedesco come il papà ma è anche olandese. Emmerich am Rhein, la sua città, dista solo 10 km dall’Olanda, appena un’ora da Almelo. È in quel paese un po’ dimenticato che dopo anni difficili Gosens si ricorda la strada giusta. Ci arriva dopo una retrocessione col Dordrecht. In squadra ci sono teste calde talentuose come Tannane e Bel Hassani, ma soprattutto c’è un ragazzo che fa tanti gol, si chiama Wout Weghorst, di lì a qualche anno il Wolfsburg lo pagherà 10 milioni e lui segnerà a raffica anche in Bundesliga.

Al primo anno l’Heracles è la sorpresa del campionato, dopo 4 giornate vince il derby col Twente, dopo 6 si ritrova addirittura primo in classifica battendo 2-1 i giganti del Psv. Gosens gioca ovunque, spesso a sinistra, qualche volta addirittura a destra ma soprattutto da ala offensiva nel tridente. Chiude con 32 presenze, 2 gol e una clamorosa qualificazione per i preliminari di Europa League. Che perderà l’anno dopo senza perdere, paradosso. 1-1 in casa e 0-0 fuori con i portoghesi dell’Arouca, amara eliminazione, ma è il primo assaggio di Europa. L’anno dopo Robin si stabilizza tatticamente, gioca tutta la stagione da terzino sinistro. Davanti non c’è più Weghorst ma i gol li fa comunque Armenteros (che verrà in Italia come lui, al Benevento). Ancora una volta Gosens convince senza stupire: 28 presenze, 2 gol, 5 assist, 26 partite da titolare, non è la stagione della vita ma lo diventerà: è quella che lo porta a Bergamo.

Robin Gosens

(Foto LaPresse/Mauro) L

Nessuno vuole essere Robin di Cesare Cremonini è tratta da un album che si chiama Possibili scenari. Ecco, tra i possibili scenari sul futuro a Bergamo di quel giovane ragazzo tedesco, arrivato per appena 900mila euro, nessuno aveva valutato la possibilità che sarebbe diventato il miglior esterno della Serie A.

Che, tre anni dopo, tutti sarebbero voluti essere Robin.

Arrivò con serietà, voglia di lavorare, intelligenza e disponibilità, nel capire, nel crescere, nell’imparare. L’italiano prima di tutto, ad oggi sentirlo parlare nella nostra lingua impressiona per ricchezza e precisione. C’è dentro il ragionamento di chi ha capito che per capire velocemente bisognava trovare il canale di comunicazione più pulito possibile.

«All’inizio è stato difficile perchè non parlavo la lingua e se non capisci quello che dice è impossibile giocare il calcio di Gasperini» ha detto in un’ intervista a Dazn. Tra le prime parole imparate in italiano Gosens ha raccontato che c’è «in avanti!», richiesta che il suo allenatore ha ripetuto fino allo sfinimento. Giocare in avanti. Lavorando su sé stesso e assorbendo il lavoro di Gasperini, oggi, quel movimento è diventato automatico.

Robin Gosens

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Gosens è il manifesto del Gasperinismo, di un allenatore capace di cambiare le carriere dei suoi giocatori. La sua non ha sterzato all’improvviso ma con una crescita costante: 26 presenze e 2 gol al primo anno, 28 presenze e 3 gol al secondo, sconfinando definitivamente nel devastante al terzo: 20 presenze e 6 gol a metà stagione, più 4 assist. Un centravanti praticamente. Che nel 3-4-1-2 può pensare più ad attaccare che a difendere.

«E intanto i giorni che passano accanto li vedi partire come treni, che non hanno i binari, eppure vanno in orario». Dice così una strofa di quella canzone di Cremonini che a tratti sembra raccontarlo. Il treno Gosens che ti parte accanto, spesso alle spalle, tagliando verso l’area di rigore, rendendosi indifendibile. Che non ha i binari ma arriva puntuale sui cross, a mettere la sua firma, costantemente. «Gasperini vuole che gli esterni chiudano le azioni, quindi se Castagne o Hateboer mettono un crosso devo farmi trovare pronto», disse qualche tempo fa.

Il primo dei 48 gol stagionali dell’Atalanta – miglior attacco del campionato by far – è stato suo, contro la Spal, per dare il via alla rimonta da 2-0 a 2-3. Poi Sassuolo, Lecce, Juventus, Parma. In mezzo l’ultima parola nella magica notte di Kharkiv, il gol dello 0-3 allo Shakhtar, il ponte tra la partita e la festa, iniziata in quell’esatto momento di libertà, liberazione, che sapeva d’impresa realizzata, di storia. La sua è quella di un ragazzo che in una squadra di eroi, si accontenta di vestirsi da Robin.

Fiasco. Anzi Fiasko, con la k. Così aveva definito lui stesso in un’intervista quel provino fatto anni fa col Borussia Dortmund, andato malissimo: «è stato un fiasco». Una bella delusione, per uno cresciuto col sogno di giocare in Bundesliga. Oggi su Gosens si posano occhi europei, occhi grandi. Gli ultimi, quelli del Chelsea, presenti al Gewiss Stadium nella partita contro il Parma per osservarlo. E poi Juventus e Inter ma anche Roma e Napoli. Un rinnovo fino al 2024 con l’Atalanta però per ora fa sì che Robin balli solo con la Dea.

E i fantacalcisti se lo godono: 7,61 di media voto, meglio di Higuain, di Nainggolan, di Ribery. Fantacalcio, fantasia. Ce ne voleva tanta per arrivare qui. Da Almelo a Bergamo, dove il manifesto del Gasperinismo – del calcio più apprezzato e invidiato d’Italia – porta il suo ritratto. Uomini che cambiano uomini. Allenatori che cambiano carriere.

Trasformare è un’arte. Significa cambiare forma, modellare.

Prendere Robin e farlo diventare Batman.

Gianluigi Bagnulo

About Gianluigi Bagnulo

Nato a Napoli nel 1990, quindi no, non ha visto Italia '90. Giornalista professionista, lavora dal 2010 a Sky Sport. Ama le telecronache, soprattutto quelle di calcio internazionale. E poi le parole e la nostalgia. Racconta che Batistuta gli ha cambiato la vita. E' felice quando viaggia, è triste quando parte con i pensieri. 

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