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Tutto intorno a Ndidi, l’erede di Kanté

By 4 Gennaio 2021
Ndidi

L’accostamento è inevitabile. Il ruolo è lo stesso, la maglia in questione è quella. N’Golo Kanté e Wilfred Ndidi condividono grinta e visione di gioco. Sanno stare entrambi al posto giusto nel momento giusto. Mentre Kanté rappresenta un valore aggiunto nel Chelsea, Ndidi è diventato il punto nevralgico del Leicester

Nel 2016 lo chiamavano il “Leicester dei miracoli”, ma nel calcio i miracoli non esistono. Esistono le intuizioni, esiste chi concretizza. Negli anni passati Claudio Ranieri ha portato in dotazione alle Foxes una cura alla fase difensiva che prima non c’era e che ora il calcio inglese sta valorizzando a tutto tondo, anche in antitesi alle proprie tradizioni tattiche.

L’attuale tecnico del Leicester Brendan Rodgers ha raccolto l’eredità di Ranieri pur mantenendo inalterato il proprio credo di gioco. In entrambi i casi chi giocava sulla linea mediana era essenziale nelle due fasi, doveva essere “di lotta e di governo”. Doveva saper proteggere il pacchetto arretrato e insieme proporre gioco in avanti. Lo faceva Kanté, lo sta facendo Ndidi.

Nigeriano di Lagos, classe 1996, Wilfred Ndidi ha caratteristiche fisiche e attitudinali diverse rispetto a quelle del predecessore. Tra i due passano quasi 15 centimetri di differenza in altezza, il che, nel confronto ideale, favorisce il nigeriano nel gioco aereo. Forse Ndidi non ha ancora acquisito l’intelligenza tattica di Kanté, ma una simile vetta sarebbe il punto d’arrivo, non certo quello di partenza. In fondo, se i 15 centimetri in statura sono a favore dell’attuale mediano del Leicester, i 5 anni in più all’anagrafe di Kanté sono prova di un bagaglio d’esperienza che solo il tempo può garantire.

Ndidi

(Photo by Rui Vieira/Pool via Getty Images)

Tempo, ma anche applicazione, quella che Ndidi introduce ogni volta nel modo di interpretare la partita. Un’applicazione e una duttilità tali da permettergli di giocare anche come difensore centrale, semmai occorresse. Ma Rodgers si riserva l’evenienza solo in caso di defezioni multiple. Il tecnico nordirlandese sfrutta al meglio le possibilità di una linea mediana giovane e dinamica, già di livello assoluto. Poco spettacolo forse, ma tanta sostanza.

Ndidi è il frangiflutti perfetto davanti alla difesa (schierata a 3 o a 4 elementi a seconda dell’avversaria e delle necessità), mentre il belga-congolese Youri Tielemans è l’uomo che garantisce l’impostazione anche in termini qualitativi. Accoppiata perfetta che fa da cerniera fra difesa e attacco, fra podismo, fosforo e istinto del gol.

Wilfred Ndidi ha cominciato a sviluppare le proprie attitudini di gioco nel Genk, la squadra belga che fino al 2015 aveva tenuto a battesimo Sergej Milinković-Savić. Quell’anno, uno viene dal campionato nigeriano, l’altro va alla Lazio. I due non si incrociano. Al termine della stagione, il Leicester di Claudio Ranieri è a sorpresa campione d’Inghilterra. Rispetto ai canoni inglesi, le Foxes giocano un calcio quasi eretico. Fase difensiva bassa, centrocampo capace di interdire ma anche di costruire, attacco in grado di concretizzare la cifra di gioco.

Ndidi

(Photo by Oli Scarff/Pool via Getty Images)

In quel Leicester è Kanté il perno della squadra, senza di lui i buoni propositi di una formazione che l’anno prima di era salvata dalla retrocessione rimarrebbero tali. L’azione del franco-maliano rimarrà come un’impronta anche dopo il trasferimento al Chelsea. Chi verrà dopo di lui dovrà assicurare quello stesso equilibrio, quella sintesi ottimale tra atletismo e visione complessiva. Sui livelli di Kanté, che nel frattempo è diventato campione del mondo 2018 con la Francia, in giro ce ne sono pochi e quei pochi hanno prezzi proibitivi. Tanto vale puntare sulle giovani leve e scoprire il nuovo Kanté, ammesso che esista.

Non è un caso se in quegli anni il Leicester City torni a occupare posti di centroclassifica, tanto da far pensare al titolo 2016 come a un exploit quasi irripetibile. Non è colpa dei successori di Ranieri, Craig Shakespeare e Claude Puel, se i risultati non sono quelli sperati da società e tifosi: per tautologico che sia, serve ciò che manca. Manca uno come Kanté, per l’appunto.

Sarà l’occhio di chi osserva, sarà la buona sorte, saranno tanti elementi sparsi, all’improvviso qualcuno “vede l’invisibile”. Nel campionato belga gioca un ragazzo che non ha le stesse caratteristiche fisiche (e per certi aspetti, neppure tattiche) del francese, ma in prospettiva si può puntare su di lui. È più di interdizione che di costruzione, è un riferimento più per la difesa che per l’attacco ma, qualora supportato, può fare grandi cose in mezzo al campo. Corre e i piedi sono tutt’altro che maleducati, non segna quasi mai ma fare gol non tocca a lui.

A inizio 2017 il Leicester conclude l’affare: 17 milioni di euro sono tanti per un ventenne ancora da valutare appieno, ma il dado è tratto. Wilfred Ndidi dovrà dimostrare il suo valore indossando la maglia delle Foxes. E c’è di più: nessuno lo dice apertamente ma è chiarissimo il nome della persona da non fare rimpiangere.

Quando nel 2019 Brendan Rodgers, reduce dall’esperienza agrodolce a Liverpool e da quella vincente con il Celtic Glasgow, siede sulla panchina del Leicester City trova un interditore pronto per l’uso. A gennaio arriva Tielemans dal Monaco e al tecnico sembra di vedere in prospettiva la squadra che sarà. Per di più, sta maturando il talento di un trequartista molto tecnico. Si chiama James Maddison, sa essere mezzala e le sue giocate ispirano le conclusioni del bomber Jamie Vardy.

Ndidi

(Photo by Frank Augstein – Pool/Getty Images)

Rodgers nota subito la duttilità di Ndidi e capisce che è grazie alla sua presenza se si possono pensare alcune varianti tattiche. Averlo in campo può assicurare un sistema di gioco liquido e mutante. Con lui davanti alla difesa, portando Tielemans in linea con Maddison in mezzo, si può praticare il 4-1-4-1 con Vardy unica punta. Altrimenti, si può modificare con un 3-5-2 a doppio mediano, con gli esterni di centrocampo bassi in fase di non possesso palla. Modulo che darebbe opportunità d’impiego all’altro nigeriano: la seconda punta Iheanacho, che ancora fatica a trovare spazio in Premier ma che quest’anno sta ben figurando in Europa League.

Tuttavia non è esclusa una terza opzione, quella che – tanto per citarne una – va in scena il 20 dicembre scorso contro il Tottenham di José Mourinho: il 4-2-3-1 con Tielemans e Ndidi in linea davanti alla difesa, Barnes e Albrighton a supporto di Maddison trequartista e Vardy unica punta. Modulo piuttosto abbottonato, un po’ “Ranieri style” che però si affidava a un 4-4-2 più puro con difesa a 4 dal baricentro basso a tutela di Schmeichel, ancor oggi numero 1 del Leicester dopo i fasti del 2016. Molto dipende dalla presenza di Ndidi, meno tecnico e meno veloce di Tielemans ma più capace di sacrificarsi in più ruoli.

Il risultato della partita? Trionfo di Rodgers un po’ “all’italiana” ma senza mai assembramenti nella trequarti delle Foxes. Per la prima volta in carriera – e soprattutto grazie alla capacità di Wilfred Ndidi di fare da cerniera senza sbottonarsi mai – il tecnico nordirlandese riesce a battere con un gol per tempo il suo maestro-amico. Lo 0-2 conseguito al Tottenham Hotspur Stadium ha definito una volta per tutte una sensazione già diffusa presso la critica: pur con alcune differenze morfologiche e di passo, Ndidi sarà il nuovo Kanté.

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