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Tutto Mattia Destro in dieci comodi capitoli

By 24 Aprile 2019
Mattia Destro

Dopo i fallimenti con Roma e Milan, l’attaccante si sta bruciando anche a Bologna. Nonostante i pochi gol e la manciata di presenze, c’è però chi ancora crede in lui

Questa storia comincia con un treno e un sinistro ammonimento, e finisce – per ora – con il più comico ma festeggiato infortunio che mai si sia visto su un campo di calcio.

Cominciamo dal treno.

Il treno
Estate 2015. Il Bologna comprato in autunno da Tacopina prima e da Joey Saputo poi, il Bologna promosso dalla serie B dopo un drammatico playoff sconsigliato ai deboli di cuore, è in ritiro sotto la guida di Delio Rossi, e non ha un centravanti. O meglio: ne ha quattro, ma Rolando Bianchi, ritornato dopo un anno di prestito, nessuno lo vuole rivedere dopo la sua sconfortante annata bolognese, di Acquafresca nessuno si fida, dopo tanti anni di involuzione, Cacia ha segnato un buon numero di gol in campionato e uno importante nei playoff ma ha litigato un po’ con tutti dopo che hanno comprato Mancosu a gennaio, e Mancosu, appunto, comprato a gennaio, di gol ne ha fatti zero.

Ci vuole un centravanti importante per affrontare la prima serie A con un presidente ricchissimo al comando, uno dei 300 uomini più ricchi del mondo, che ha coperto i debiti delle scellerate gestioni precedenti, che vuole ristrutturare lo stadio, che ha voluto con sé degli uomini di calcio esperti come Fenucci e Corvino.

Ci sarebbe Defrel, ma ce lo soffia il Sassuolo. E allora, a un certo punto, spunta il nome di Destro. E a tutti, magicamente, sembra il nome perfetto. Sì, certo, viene da una brutta annata metà alla Roma e metà al Milan, ma ce li ricordiamo i giocatori rigenerati dal Bologna? Baggio rottamato dal Milan, Signori ripudiato dalla Sampdoria, l’opaco Di Vaio del Genoa? Destro è il profilo giusto, è giovane, di gol ne ha fatti già tanti in serie A, cos’è mai un’annata storta per un centravanti? Capita a tutti. Ci pensiamo noi.

E così noi tifosi bolognesi in pratica passiamo il mese di agosto a fare refresh su google con la ricerca “Destro Bologna”, aspettando che si sblocchi la trattativa, sperando che le squadre inglesi che lo corteggiano non facciano leva sul nostro nuovo obiettivo di mercato, che non sbuchi di nuovo il dannato Sassuolo che ci ha scippato nella notte anche Duncan (facendoci ripiegare su Donsah).

Delio Rossi avrebbe un po’ fretta, anche perché a ferragosto, con la coppia d’attacco Cacia-Acquafresca, il Bologna si è fatto eliminare in coppa Italia dal Pavia, squadra di serie C, e il debutto in campionato si avvicina.

Il 18 agosto, finalmente, l’affare si sblocca. E sarà la lunga attesa, sarà il desiderio di avere un nome ambito al centro dell’attacco dopo un lungo anno di serie B, ma i tifosi bolognesi fanno una cosa molto inusuale. I tifosi bolognesi, che non sono certamente freddi ma sono poco invasivi, invadono la stazione dell’Alta Velocità per accogliere Destro appena sceso dal treno. E il fatto che abbia scelto la maglia numero 10, come Baggio, Signori o il più recente Gilardino, sembra un segnale di futuri momenti di gloria.

 

I fratelli Petrelli
L’ammonimento me lo danno i fratelli Petrelli alla notizia dell’acquisto. I fratelli Petrelli, romanisti di Grottaglie in esilio a Ferrara, dicono: «Vedrai, vi deluderà, lui delude sempre tutti» (Alberto Petrelli), «Fidati, il primo anno potrebbe anche piacerti, il secondo lo odierai per quanto è indolente e pigro»(Enrico Petrelli).

Io ridacchio, perché ho la memoria lunga. Cosa aveva detto quel milanista ai tempi di Baggio? «Il meglio l’ha già dato, fidati» (Baggio: 22 gol in una sola stagione al Bologna). Cosa aveva detto quel doriano, a proposito di Signori? «Ormai è un ex giocatore, è grasso come un porco, dimenticati il Signori del Foggia e della Lazio» (Signori: 84 gol con la maglia rossoblù). Cosa aveva detto di Di Vaio quel genoano? «Belin, tre gol ci ha fatto l’anno scorso, tre gol, mica è più quello del Parma o della Juve, fidati» (Di Vaio: 65 gol in quattro anni).

Per cui, la lugubre e doppia profezia dei fratelli Petrelli mi scivola addosso come pioggerella estiva.

Eppure, alla prima partita da titolare, quel che vedo di Destro è terrificante.

In quel Bologna-Sassuolo, Destro è sovrappeso, fuori forma, immobile, fuori dal gioco. Cannavaro non gli fa vedere palla, e a guardarlo non vedo come potrebbe mai segnare. E non tocca un pallone neanche nelle successive partite con Sampdoria, Frosinone, Fiorentina, Udinese, Juve, Palermo.

A questo punto del campionato il Bologna ha tre miseri punti in classifica, si gioca l’ultimo posto col Carpi, e proprio a Carpi Delio Rossi è sull’orlo dell’esonero, prima che Masina al novantesimo sigli la prima vittoria in trasferta dell’anno. Poi arriva l’Inter, il Bologna gioca anche bene, poi una boiata monumentale della difesa costa il gol di Icardi e una sconfitta che appare immeritatissima.

Al novantesimo, finalmente, dopo due mesi di campionato, Destro tocca un pallone. Un cross gli arriva sul destro, sarebbe il gol del giusto pareggio. Lo tira in bocca al portiere. Perdiamo.

Qualcuno dice: Destro, dopo l’errore, è uscito dal campo sorridendo. No, ridendo, addirittura, dice qualcuno. Capite? Noi siamo in fondo alla classifica, torniamo in serie B, se si va avanti così, quello finalmente tocca una palla, sbaglia il gol del pareggio all’ultimo istante, e sorride, anzi ride!

Per la prima volta, ci viene il dubbio che Destro non sia fuori forma, che non abbia bisogno di tempo per entrare nei meccanismi della squadra, che non sia penalizzato dal gioco di Delio Rossi.

Ci viene il tragico dubbio di aver sbagliato l’acquisto più importante dell’anno.

 

Donadestro
Delio Rossi salta, dunque, arriva Donadoni, che debutta in casa contro l’Atalanta. Nel primo tempo sembra il solito scarso Bologna condannato a morte e salvato solo dal portiere Mirante, ma nell’intervallo Donadoni fa una mossa che cambia tutto – sposta Rossettini dal centro della difesa a destra, al posto dello spaesato Ferrari -, e di colpo si ribalta il campionato. Giaccherini ci porta in vantaggio, e pochi minuti dopo una palla arriva sul, be’, destro di Destro. Che la piazza nell’angolino, e poi corre a festeggiare come un pazzo questa liberazione.

Si vince anche a Verona, e dopo c’è un match eroico con la Roma, di quelli d’altri tempi, un posticipo serale sotto un diluvio così violento che persino il manto del Dall’Ara, un biliardo, notoriamente, diventa un acquitrino. L’arbitro decide che si può giocare, e così, tra una palla sollevata dall’acqua e un’altra che schizza dove vuole lei, la Roma a pochi minuti dalla fine è in vantaggio 2-1 con due rigori. Ma sotto la nostra curva Giaccherini azzecca un dribbling secco, viene steso, il rigore stavolta è per noi.

Lo tira Destro, l’ex. Un rigore pesante, pesantissimo. Lo sappiamo tutti, undici metri non sono sempre undici metri, a volte è come tirare dal santuario di San Luca, e il novantesimo è vicino, e tutta la curva romanista ti sta infamando dietro le spalle, e i fratelli Petrelli fanno macumbe contro di te, e la palla è intrisa d’acqua, lo sbaglia, lo sbaglia di sicuro, vedrai che lo sbaglia, tiro, gol.

La foto di Destro che lancia in aria la maglia fradicia e corre sotto la curva a torso nudo fa il giro dei social rossoblù e romanisti, con commenti, ovviamente, di segno opposto, ma soprattutto lo strip gli vale l’ammonizione e la squalifica.

Senza Mattia si perde in casa del Toro, e allora i commenti diventano: Visto? Con Donadoni abbiam fatto cinque punti e lui ha segnato due gol, senza di lui, abbiam perso, avete capito quant’è importante avere Destro?

Se ne accorge il Napoli di Higuain, quant’è importante Destro. Lancio di Diawara (sarà il suo unico assist del campionato), Destro corre nelle praterie, 1-0. Rossettini raddoppia, e a inizio ripresa ancora Mattia piazza il destro che vuol dire 3-0, tre punti, vuol dire che a questo punto il Napoli non pareggia più.

Tra Natale a la Befana c’è una strana alternanza di vittorie in trasferta (in casa del Genoa, in casa del Milan, in casa del Sassuolo) e sconfitte o pareggi in casa. Donadoni sembra aver trovato il modo perfetto per valorizzare il suo assai ben pagato centravanti: Brienza o Giaccherini lo lanciano negli spazi, e lui non perdona. Non perdona contro lo splendido Empoli di Giampaolo, non perdona contro la Lazio, e a questo punto i suoi gol sono già sei.

In mezzo c’è un rigore contro il Chievo che sembra un normale rigore: gli undici metri sono undici metri, il pallone non è pesante, siamo nel primo tempo, farà gol, no? Destro lo sbaglia, si immalinconisce, esce dal gioco, il Bologna perde.

Alla terza di ritorno arriva la Sampdoria, andiamo in vantaggio due a zero, ci facciamo raggiungere, ma negli ultimi palpiti c’è il terzo e ultimo rigore dell’anno per il Bologna. Non è passato molto tempo da quel rigorino calciato male con il Chievo, e stavolta è di nuovo decisivo, questo penalty, stavolta ci sono tre punti preziosi in palio e manca pochissimo alla fine, lo sbaglia di nuovo, lo sento, ci deluderà, lo diceva un fratello Petrelli, lui delude sempre tutti, lo sbaglia, ha preso la rincorsa troppo lunga, lo sba… gol.

Sono sette, e a questo punto più che di salvezza si inizia a parlare di Europa League.

Il giorno di San Valentino, a Udine, Destro riceve un pallone sul finale di partite, fa secchi con una finta due avversari e piazza il rasoterra che vale altri tre punti, la sesta vittoria in trasferta, e i sogni sempre più concreti di Europa League. La domenica dopo fermiamo sullo zero a zero la Juve dopo quindici vittorie consecutive, la stagione si sta facendo trionfale, l’Europa potrebbe arrivare davvero, e Destro, in proiezione quanti gol farà? Sono già otto, mancano dodici giornate, arriverà a quattordici? O di più? E verrà convocato per gli Europei, è ovvio, no? Era il suo sogno segreto quand’è venuto a Bologna, come quando Baggio venne per partecipare ai mondiali di Francia.

Eh, ma il destino, nel calcio, prende varie forme.

 

Miranda
Prende la forma di Miranda, difensore dell’Inter, che a San Siro rifila un pestone tremendo al povero Mattia. Frattura scomposta di un dito del piede, prognosi di quattro-cinque settimane. Ma poi i tempi si allungano, non è chiaro cosa sia successo, c’è una terapia conservativa che non dà frutti, c’è una misteriosa operazione, insomma, la stagione di Destro è finita.

E anche quella del Bologna, che praticamente va in vacanza quel 12 marzo a San Siro e fa un finale di campionato piuttosto grigio e indecoroso.

In estate lo sfortunato Mattia si allena da solo per recuperare il tono muscolare, tra voci contradditorie. A dargli i palloni non saranno più Brienza e Giaccherini ma i nuovi arrivati Verdi e Di Francesco, e glieli daranno dalle fasce, visto che Donadoni opta per il 4-3-3.

 

L’inizio di stagione illude tutti: subito Bologna-Crotone, una specie di assalto all’arma bianca che si risolve solo negli ultimi minuti, Dzemaili ruba un pallone, lancia Destro e poi scatta per ricevere il triangolo, sarebbe solo davanti al portiere, ma il buon Mattia ha un momento di totale egoismo. Fa la cosa più difficile, ignora il compagno, vuole fare gol lui. Lo fa, un rasoterra a fil di palo. Tre punti, e un incubo sembra finito.

Il Bologna di inizio stagione, peraltro, esprime un gioco inedito, brillante e mai visto, almeno nelle partite in casa: il ceco Krejci sembra un’ala d‘altri tempi, Verdi fa gol e assist da cineteca, Di Francesco mostra belle cose, insomma, palloni in area ne arrivano, e Destro ne infila uno contro la Sampdoria, un altro a San Siro, a esorcizzare l’incubo di sei mesi prima…

Ma il bel Bologna di inizio stagione muore con i primi freddi. Si trasforma in una squadra grigia, amorfa, senza grinta né trame di gioco, e Destro ci mette sei partite a digiuno prima di insaccare un colpo di testa contro il Palermo.

La salvezza, quella non è in discussione: alla seconda di ritorno una doppietta di Dzemaili contro il Torino toglie dalle nostre teste ogni problema di serie B.

Qualcuno, ancora una volta, pronuncia ad alta voce le parole “Europa League”. Portando una sfortuna maledetta.

Già, perché comincia il Febbraio Terribile.

Un’infilata di partite così terrificante da mettere alla prova qualunque tifoso rossoblù, anche gente come me, che ha visto gli Amati Colori sconfitti a Leffe, a Sesto San Giovanni, nel sobborgo viennese di Wacker.

Il Febbraio Terribile è qualcosa di così atroce che non ci si crede quasi, che sia avvenuto davvero.

Comincia e finisce con due gol uguali.

Di Destro.

L’uno, e l’altro.

 

Il Febbraio Terribile
A Cagliari, in verità, sembra che stia continuando il momento d’oro: c’è un’azione del Bologna sulla sinistra, una palla messa in mezzo, Destro segna il più facile dei gol. Da opportunista, si dice. Alla Paolo Rossi, si diceva. Facile, ma il centravanti deve essere lì, si dice. Tutto bene, no?

No, perché inizia l’incubo. Il Bologna rimane in nove, e al novantaduesimo Borriello pareggia. Mastichiamo amaro, ormai era fatta, era vinta, ma pazienza, abbiamo due partite in casa a distanza di pochi giorni, Napoli e Milan. Quanti punti faremo?

Quel che accade col Napoli il 4 febbraio 2017 è, in pratica, l’inferno. Dopo sei minuti siamo già sotto due a zero, che non è proprio il massimo. Forse non è stata un’idea geniale partire all’assalto lasciando prateria per Hamsik e Insigne, ma tempo per rimontare ce l’avremmo.  Anche perché, a metà primo tempo, ci danno un rigore.

Di rigori, fin qui, il Bologna ne ha avuto uno solo: a Pescara, in una partita trionfale, vinta tre a zero. Fallo su Destro, che è rimasto fuori dolorante, e lo ha segnato Krejci. Stavolta, sul dischetto contro Reina, ci va proprio Mattia. Sarebbe prezioso, questo gol, sul 2-1 si può rimontare, certo, anzi, rimonteremo di sicuro, rimonteremo di sicu…

Destro tira una mozzarellina tiepida in bocca al portiere. E il Napoli di gol ne fa altri cinque, regalando ai miei occhi già provati da decenni di patimenti il primo 1-7 casalingo (e, spero, l’ultimo) mai visto dal vivo.

Ma perché fermarsi a un record? Quattro giorni dopo la mattanza napoletana, sempre al Dall’Ara arriva il Milan. Che resta in dieci già nel primo tempo, e in addirittura in nove al cinquantanovesimo.

Ora, undici contro nove, ci vuole una squadra di invertebrati e incapaci e morti di sonno per non vincere. Qualunque squadra, undici contro nove per più di mezz’ora, vince. O quantomeno non perde. Nessuno ha mai perso in una situazione così favorevole. Nessuno tranne il Bologna, che prende gol da Pasalic a un minuto dalla fine.

Si va in casa della Samp leggermente provati dagli eventi. Segna Dzemaili, il Bologna sembra aver scacciato gli incubi, ma a dieci minuti dalla fine l’arbitro si inventa letteralmente un vergognosissimo rigore. E sull’onda lunga del pareggio, la nostra difesa sviene e prende altri due gol.

Contro l’Inter in casa cosa può accadere di beffardo, oltre che perdere? Di perdere, e prendere gol dall’oggetto misterioso Gabigol.

Contro il Genoa a Marassi cosa può accadere di beffardo, oltre che perdere? Di non perdere, in realtà, di trovarsi in vantaggio fino al novantaquattresimo, e a quel punto di prendere gol da un altro oggetto misterioso di nome Ntcham.

Al confronto, la successiva sconfitta in casa con la Lazio, doppietta di Immobile, sembra quasi normale. Ma a questo punto, mentre Donadoni da idolo e salvatore della patria è già declassato e mediocre allenatore responsabile di due record negativi, la tifoseria è talmente irritata e provata da invitare al boicottaggio della successiva trasferta: Reggio col Sassuolo, una partita che in genere per il Bologna si gioca praticamente in casa, vista l’affluenza rossoblù e la scarsa distanza.

Riusciremo a perdere anche contro i neroverdi? No: Destro segna un gol identico a quello di Cagliari, un gol facilissimo, a un metro dalla porta vuota. Ed esulta come un pazzo, come se avesse segnato quel fantastico gol da metà campo di Roma-Verona.

Per forza.

Questo è il gol che conclude il Febbraio Terribile.

 

Doppia Cifra
Riassumendo: i gol di Destro sin qua sono sette, la stagione è abbastanza brutta e segnata da quel mese traumatico, ma nulla di terribile può accadere, se non il classico, stanco, trascinarsi verso la fine delle ostilità.

Ma se la squadra traccheggia nel canonico torpore primaverile, il nostro Mattia rimpingua il bottino: gol da opportunista a Bergamo, e poi addirittura due doppiette contro Udinese e Pescara.

Finalmente il campionato finisce, e il popolo rossoblù si divide su Destro.

Come ha giocato, alla fine?

Ha fatto undici gol, dicono i sostenitori, è andato in doppia cifra, un centravanti che va in doppia cifra il suo dovere l’ha fatto.

Sì, dicono i detrattori, li ha fatti, ma la metà a babbo morto, a primavera, quanto non contava più niente, e metà li ha segnati a un metro dalla porta vuota, per il resto si è trascinato per il campo indolente e inutile.

Ma ha fatto undici gol, dicono quegli altri.

E insomma, si ricomincia, ancora con Donadoni, ancora con Destro.

Nessuno può prevedere l’ìncubo di Ferrara, naturalmente. Se non, forse, i profetici fratelli Petrelli.

L’incubo di Ferrara arriva dopo uno strano, altalenante girone d’andata.

Con un po’ di vittorie nel segno di Palacio e Verdi, un po’ di sconfitte, un gioco non proprio spumeggiante, una classifica che sembra voler dire da subito: metà classifica, non si rischia, non si sogna, dormite sonni tranquilli.

Destro ci mette tredici partite a trovare l’ambita via del gol: si sblocca in casa del pericolante Verona, in un’emozionante vittoria in rimonta per 3-2.  Due settimane dopo si ripete, di testa, per il gol del pareggio con il Cagliari.

Ma il suo campo di quest’anno sembra essere il Bentegodi: segna ancora di testa nei primi minuti, poi il Chievo pareggia, segna Verdi, pareggia Cacciatore, ma proprio Cacciatore all’ultimo minuto inciampa sul pallone nella sua area, un infortunio tecnico quasi comico: Destro si avventa su quel regalo benedetto, folgora Sorrentino, vinciamo, passeremo un buon Natale.

A metà gennaio arriva il derelitto Benevento già praticamente retrocesso, e il buon Mattia sblocca il risultato con una bella zampata da centravanti rapinatore d’area.

Per un mesetto non si ripete, fino a quando non arriva il Genoa: un gol, facilissimo, va bene, a porta vuota, e un assist per il 2-0 di Falletti.

Donadoni, per qualche motivo, decide di rimproverarlo. In sostanza dice: il gol lo avrebbe fatto anche mia nonna, e l’assist per Falletti faceva schifo, era tutto sbagliato, potevi dargliela molto meglio di come hai fatto, è stato bravo lui a segnare lo stesso. Cioè, non usa queste precise parole, è diplomatico, ma il senso è quello lì.

Eppure, tutto sommato, sei gol fin qua li ha fatti. Mancano un sacco di partite, andrà in doppia cifra di nuovo, sicuro.

Ecco, no.

Perché arriva l’incubo di Ferrara.

Ferrara
Spal-Bologna, 3 marzo 2018, un pomeriggio di pioggia cattiva e martellante, di freddo, di umido, di quelle in cui pensi: sono qui sotto la pioggia cattiva e martellante, nel freddo, divorato dall’umidità, voi in campo potreste farmi il favore di vincere, o quantomeno, se proprio non ci riuscite, di non perdere?

La partita è brutta e nervosa, la Spal va in vantaggio, rimaniamo in dieci, e sembra proprio che non ci abbiano ascoltato, che non abbiano pietà di noi poveri tifosi, intirizziti, insultati, avviliti. Sarebbe anche un derby, Ferrara-Bologna, mezz’ora di macchina, ma figuratevi, fatevi pure i fatti vostri, fateci pure andare a casa da strizzare e coperti di contumelie in ferrarese.

Ma ecco che al novantaquattresimo il Bene trionfa, e la nostra sofferenza è premiata: Orsolini da sinistra mette dentro il Pallone Perfetto, l’Assist Perfetto, quel rasoterra chirurgico che taglia fuori portiere e difensori, e arriva in pacco regalo sui piedi di Destro. Che è a, tipo, cinquanta centimetri dalla porta vuota, indisturbato. Sotto la curva della Spal, quindi, dalla nostra prospettiva, dalla parte opposta del campo, praticamente dentro la rete. Metà curva ospiti è già in piedi a braccia alzate.

Un pallone che, se inciampi, lo metti dentro per sbaglio.

Un pallone che, se ci arriva un terzinaccio con zero gol in carriera, ci va talmente concentrato che lo mette dentro.

Un pallone che, mi sento di dire senza tema di smentite, per posizione e facilità, lo mette dentro qualunque tifoso della curva dotato di due piedi e ordinaria coordinazione.

Come fanno certi giocatori a sbagliare gol già fatti? Un pallone che rimbalza male? Un pallone bagnato? Ci arrivano scoordinati? Ci arrivano troppo sicuri?

Nessuno, dalla nostra parte del campo, capisce come abbia fatto Destro a tirare alto.

Ma ha tirato alto.

Da cinquanta centimetri.

C’era questo campo, c’è ancora, in verità, al quartiere Bolognina, quello della svolta di Occhetto. Io abitavo lì.

Giocavamo, un sabato pomeriggio, e il mio buon amico Paolo Alberti, futuro scrittore, futuro ultrà della nostra curva ma, in quel giorno degli anni Ottanta, solo elegante trequartista, si era involato palla al piede verso il portiere, un ciccione che fino a un minuto prima si stava mangiando un Mars tra i pali. Io l’avevo affiancato nella sua pregiatissima volata.

Paolo mi aveva visto con la coda dell’occhio. Avrebbe potuto segnare in diciotto modi diversi, ma aveva deciso di passare la palla a me, che ero a forse ventotto centimetri dalla porta vuota, in questo regno di campetti spelacchiati senza fuorigioco.

Un attimo dopo aver fatto il passaggio, si era girato per tornare a centrocampo. Si era girato: non aveva neppure guardato il gol. Tanto era sicuro, si fidava di me, non potevo sbagliarlo, a ventotto centimetri dalla porta vuota.

Chissà cosa avevo pensato, mentre quel pallone veniva nella mia direzione. A come esultare? Dito al cielo, pugno vorticante, o finta noncuranza vista l’eccessiva facilità? O forse avevo pensato: se c’è ancora quella ragazza carina che mi guarda dal motorino oltre la rete magari faccio un numero da stupido, stoppo il pallone, tanto il ciccione non arriva mica a recuperarmi, mi giro, segno di tacco, o peggio ancora, stoppo il pallone, mi sdraio, faccio gol di testa in tuffo…

Avevo tirato alto.

Paolo Alberti si era voltato, incuriosito dalle risate di compagni e avversari. E mi aveva guardato con un misto di incredulità e delusione, mentre mi mettevo le mani nei capelli che ancora avevo. Come a dire: potevo fare gol io, te l’ho ceduto perché mi fidavo di te, per un compito così semplice, non sei stato capace di fare nemmeno questo?

L’avevo sognato per settimane, quello sguardo.

Chissà cosa aveva sognato nei mesi a venire, Mattia Destro.

Fire and Desire
Per Donadoni, comunque, Destro è morto nella pioggia di Ferrara. Per tutto il resto di questo schifoso girone di ritorno, mentre regaliamo punti a tutti, a chi lotta per la salvezza, a chi lotta per l’Europa, a chi non lotta per nulla ma ha la fidanzata in tribuna, Mattia guarda dalla panchina gli ultimi gol di Verdi nel disinteresse, nel tedio, nello spleen dell’ambiente rossoblù.

Appare chiaro a tutti che di lì a pochi mesi le strade di Destro e di Donadoni si separeranno. Il mister ha ancora un anno di contratto, ma non lo regge più nessuno, ormai. Il suo gioco snervante, le sue conferenze stampa in cui ripete ossessivamente che bisogna crescere, migliorare, bisogna crescere, migliorare, ma intanto non si cresce mai. C’è anche un bisticcio tra lui e un tifoso al campo d‘allenamento, una roba tristissima, e insomma, quando questo penoso campionato si chiude, il sacrificato è lui.

Tiriamo tutti un sospiro di sollievo, specialmente quelli che avevano giurato e spergiurato “io se c’è ancora Crisantemo in panchina non mi abbono mica”, e quelli che dicono così a maggio poi dopo due mesi d’astinenza da Bologna sono i primi che mordono la nuca a chi gli passa davanti nella fila per rinnovare la tessera, ma il clima è quello.

Quando viene annunciato Inzaghi, tutti noi accogliamo il nome con gioia. Un po’ perché non è Donadoni, in un po’ perché in fondo al Venezia ha fatto bene, un po’ perché è giovane e affamato. “Fire and desire” è il nuovo motto di Joey Saputo per la stagione, del resto.

Ora: al quarto anno nel Bologna, diciamolo, Destro non è più il primo pensiero di nessuno. Chissà com’è il paraguagio Santander, ci diciamo, chissà se lo scambio Falcinelli- Di Francesco è meno demenziale di quanto possa sembrarci così, a occhio, però qualcuno prova a dirlo: Inzaghi è stato un grande bomber, chi meglio di lui può rilanciare un bomber con le polveri bagnate?

E in estate Destro appare sorridente e carico sul suo profilo Instagram, pronto alla nuova avventura. Per sottolineare lo stacco con la vecchia vita cambia numero di maglia, sceglie il 22.

Chissà se Superpippo fa il miracolo davvero, ci chiediamo il 19 agosto, giorno della prima di campionato, Bologna-Spal.

Chissà.

Ora, come già detto: io gli orrori del Bologna li ho visti tutti o quasi. Mi dispiace di essermi perso la prima doppia retrocessione a inizio anni Ottanta, quando il Bologna, una delle tre squadre mai state in B fino ad allora, era precipitato in dodici mesi addirittura in C.

Davvero, mi dispiace, non ho potuto berlo proprio tutto, l’amaro calice, non ho il kit completo delle umiliazioni, ma del resto, capitemi, avevo undici anni, ci sono arrivato poco dopo, giusto in tempo per perdere tre volte in una stagione contro la Rondinella Firenze, la mia prima medaglietta da amore tradito nel peggiore dei modi. Mi sono visto ogni singola partita dell’atroce stagione 1992-93, il Bologna di Casillo, con Porro, Casale, Padalino, Cerantola allenatore.

Ma quel che è stata la mia squadra da quel Bologna-Spal estivo a Spal-Bologna di gennaio, più un’appendice che va trattata a parte, sarà qualcosa che popolerà un segmento dei miei incubi. Un’accozzaglia di giocatori impresentabili, incapaci di fare due passaggi in fila, un 3-5-2 totalmente improduttivo, Orsolini panchinaro o fuori ruolo, Djiks relegato in panchina per far giocare chiunque sulla fascia sinistra, una classifica terrificante da retrocessione sicura.

E Destro?

Destro, semplicemente, non esiste. Non lo si nomina. Non se ne parla, è normale che sia un rincalzo, nessuno chiede a Inzaghi “ma come mai non gioca Destro?”, al massimo gli chiedono “ma Orsolini in campo nel suo ruolo è impossibile vederlo?”. Il nuovo numero 22 gioca titolare due volte, con la Juve, a Torino in campionato e poi in coppa Italia, e corricchia disperato tra difensori che non gli fanno vedere la palla. Non che la palla arrivi mai in area in qualche maniera, in quelle due partite.

La fiducia in Inzaghi finisce prestissimo, almeno in ambito tifoseria e stampa. Se sia colpa sua non si sa (il ds Bigon è il primo colpevole secondo un po’ tutti), ma di una cosa siamo tutti certi: anche se non è colpa sua, non sa come tirarci fuori da questo pantano. Dopo una sconfitta a Empoli micidiale, uno scontro diretto mortifero, a dicembre, il suo destino pare segnato, ma pare brutto cacciarlo prima di Bologna-Milan, no?

Gli facciamo fare la partita da ex, e a un quarto d’ora dalla fine, quando il Milan rimane in dieci, sembra che Destro possa entrare. Il buon Mattia si scalda, si scalda, si scalda, ed entra… al novantunesimo. Quando Inzaghi spiega il cambio tardivo dicendo «non avevo visto il minuto, non credevo fosse già il novantunesimo», il pensiero di tutti è: adesso Destro gli stacca un orecchio a morsi, o gli regala un orologio da polso con i numeri grandi, o lo ammazza direttamente. Non accade nulla, il Bologna continua a perdere allegramente, arriva alla fine del girone di ritorno con due sole vittorie e una manciata di miracolosi gol di Santander e Palacio, a gennaio arrivano subito a rinforzare la squadra Soriano e Sansone.

Inizia il girone di ritorno, e la curva della Spal espone una coreografia inedita. Non la raffigurazione di un gol della propria squadra, come a volte si è visto: quella di un gol sbagliato. La sequenza dell’errore di Destro dell’anno prima, uno striscione diviso in tre parti con la dinamica di quell’orrore.

Cosa pensi di tutto questo Destro, relegato in panchina a guardare il gran gol di Palacio e il pareggio della Spal, non è dato sapere.

Alla seconda di ritorno arriva il Frosinone, una di quelle partite da vincere a tutti i costi. Una di quelle partite di cui vorrei fare la maglietta per dire Io c’ero, insieme, non so, a Bologna-Cittadella 0-3, Admira Wacker Bologna 3-0, Leffe-Bologna 2-0, quelle atrocità che da un lato vorresti non aver mai vissuto, dall’altro pensi: Un giorno riderò di tutto questo.

Sto scrivendo questo pezzo a cinque giornate dalla fine del campionato. Non so come finiranno le cose, credo di saperlo – per fortuna -, ma non voglio certo portarmi scalogna da solo.

Se le cose andranno come penso e spero che vadano, alla fine faremo tutti quanti il più classico dei What if.

 

What if…? 
Cosa sarebbe successo se quel giorno con il Frosinone l’arbitro non fosse stato severissimo con il maldestro ma non violento Mattiello, lasciandoci in dieci a partita appena iniziata? Se Inzaghi non avesse coperto il buco sulla fascia destra inserendo un difensore, anziché spostando da quella parte il centrocampista Poli, fuori ruolo, creando buchi dappertutto e facendo segnare due volte il Frosinone nel primo tempo?

Cosa sarebbe successo se i giocatori non fossero rientrati dagli spogliatoi con la testa, diciamo, altrove, non dico proprio contro Inzaghi, per carità, non mi permetterei mai, ma non proprio in sintonia con Inzaghi, ecco, tanto da regalare altri due gol da circo ai ciociari? Se avessimo vinto col Frosinone, se avessimo pareggiato col Frosinone, se avessimo perso anche solo 0-2 anziché con un sonante, roboante 0-4, i dirigenti avrebbero confermato Inzaghi per l’ennesima volta anziché decidersi a chiamare Mihajlovic.

Sapete che vi dico?

Comunque vada a finire questo campionato, io sono felicissimo di aver avuto Mihajlovic in questi ultimi mesi. Perché il Bologna è rifiorito, noi siamo rifioriti, la classifica è rifiorita.

E Destro?

Ora ci arriviamo. Al gol più bello, e all’infortunio più comico.

Sinisa era stato a Bologna dieci anni fa, nell’anno in cui Di Vaio ci aveva salvati quasi da solo con i suoi 24 gol. Era subentrato ad Arrigoni, aveva dato una scossa all’ambiente con modi da sergente di ferro, lui, all’esordio da allenatore, ma poi aveva stressato il gruppo ed era stato esonerato a primavera dopo un Bologna-Siena 1-4 tanto simile a quel Bologna-Frosinone di cui sopra.

Al suo ritorno, con grande sorpresa, è diventato Boskov. Simpatico, ironico, pacato, fine psicologo. La squadra che il Frosinone aveva preso a pallate sette giorni prima va subito a vincere a San Siro con l’Inter con un gol di Santander, ma Sinisa, Destro, non lo trascura per niente.

Tanto che lo mette in campo la settimana successiva con il Genoa, l’ultima squadra che il nostro centravanti aveva perforato, ormai un anno fa. E cosa succede? Che su un pallone alto Destro stacca con perfetta scelta di tempo, anticipa il portiere, gol. Sinisa, ufficialmente, è già il nostro mago e il nostro vate.

Ma poi, sarà la ruggine, sarà la condizione muscolare, sarà l’intensità dei nuovi allenamenti, dopo questa fugace resurrezione Destro si infortuna di nuovo. E siccome poco dopo si infortuna anche Santander, Mihajilovic trova un assetto d’attacco quasi perfetto, quasi miracoloso, addirittura spettacolare: Palacio finto centravanti, Orsolini e Sansone ai lati, Soriano alle spalle del trio dei piccoli.

Ancora una volta ci si chiede: ci sarà posto per Destro, quando sarà guarito? A giudicare dalle prestazioni mostruose che fanno questi tre nelle due vittorie col Cagliari e sul campo del Torino, si direbbe di noi. Nella partita in casa col Sassuolo Destro è recuperato e va in panchina, perché squadra che vince non si cambia, e quel trio davanti non lo sposta nessuno, no?

Siccome le stagioni vanno in un modo strano e imprevedibile, il Bologna, arrivato a marzo come unica squadra senza rigori a favore, di colpo se ne vede fischiare cinque consecutivi, e Iceman Pulgar li mette dentro tutti e cinque. Il terzo della serie è proprio col Sassuolo, a metà secondo tempo, e col Bologna in vantaggio Sinisa nemmeno ci pensa, a mettere dentro Destro. Senonché, quando ormai sembra fatta, la terza vittoria consecutiva è questione di minuti di recupero, perché siamo al novantesimo, siamo pronti a festeggiare, il Sassuolo pareggia.

Sono così fiducioso che lascio il mio posto in piedi smoccolando e mi incammino verso la scala più vicina, così, al fischio finale, potrò precipitarmi fuori alla ricerca di qualche tipo di oblio, droghe, alcool, nuove religioni, meditazione, occultismo, non lo so. Faccio appena caso al bombardamento finale del Bologna, che tanto tra un po’ è finita e nulla accadrà, anche quest’ultimo calcio d’angolo, vabbè, mi fermo in cima alla scala a guardare quest’ultimo calcio d’angolo, ma è già il novantasettesimo, cosa vuoi che accada? Ho già tutta la gamma della casistica ULTIMO DISPERATO CALCIO D’ANGOLO AL NOVANTASETTESIMO, ovvero 1) l’arbitro fischia la fine e non lo fa nemmeno tirare 2) Orsolini tira lento e centrale in bocca al portiere 3) Orsolini tira direttamente fuori e svuota lo stadio 4) Orsolini tira benino ma i difensori del Sassuolo svettano e respingono di testa 5) Orsolini tira benino, qualcuno dei nostri colpisce di testa ma purtroppo alto, laterale, in bocca al portiere 6) varie ed eventuali, comunque senza conseguenze.

Orsolini tira teso e centrale.

Un numero 22 salta in mezzo ai difensori neroverdi.

Colpisce di testa.

La rete si gonfia.

Impazzisco.

In buona compagnia.

Il comico infortunio
Naturalmente, il comico e assurdo infortunio successivo me lo perdo.

Nel groviglio laocoontico delle esultanze successive, intravedo Destro che corre dalla curva San Luca intitolata ad Arpad Weisz (grande allenatore del Bologna ucciso ad Auschwitz) verso la nostra, la curva Andrea Costa dedicata a Giacomo Bulgarelli, lo vedo che lancia in aria la maglia come al solito e corre mezzo nudo inseguito da tutta la squadra. Non mi accorgo che, in quello scatto bruciante, è riuscito in qualche modo a infortunarsi di nuovo.

A suo modo è una cosa geniale. L’infortunio più festeggiato della storia.

Ora Destro è fuori da quattro partite, nelle quali abbiamo fatto sette punti e ci siamo portati a un meraviglioso + 5 dall’Empoli. Empoli che, sabato prossimo, verrà al Dall’Ara.

Destro è di nuovo a disposizione, e io ho una sensazione, non so. Mi vengono in mente gli eroi del finale di campionato, tipo, Giorgio Bresciani che fa quattro gol in tutto un campionato ma l’ultimo lo fa al novantesimo e ci porta in serie A. Mi viene in mente Dino Fava che rimane a secco fino a metà maggio, e poi segna due volte in fila e a Mantova ci porta, pure lui, in serie A.

Io, come eroe della salvezza, ho pronosticato il fin qua inesistente Falcinelli… ma se fosse Destro?

Perché io, in lui, ci credo ancora.

I gol li sa fare, è ancora giovane, e forse ha trovato l’allenatore giusto.

Io credo in Destro.

Avrò ragione?

 

Foto di Copertina: LaPresse.      

Foto del pezzo: Getty Images     

 

 

 

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