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Ultras, la ricerca del sacro di Francesco Lettieri

By 23 Marzo 2020

Non un documentario, ma un film con pregi e difetti che vuole raccontare (senza giudicare) una parte della nostra società

Il pallone è dio, il calcio la sua religione, il coro una preghiera, lo stadio il tempio del rito pubblico. Il gol una semplice confessione. È il tifo come ultimo baluardo di comunione nella nostra società: è quella sacralità conferitagli da Pier Paolo Pasolini. È questo il tema cardine sul quale si sviluppa Ultras, il film uscito il 20 marzo su Netflix (nelle sale era previsto per il 9 ed è saltato causa coronavirus) e che segna il debutto sul grande schermo, come regista, di Francesco Lettieri. Un approdo che pareva scontato dopo diverse collaborazioni nel mondo dei video musicali, in particolare con Calcutta e Liberato, in cui il regista napoletano è riuscito a riscrivere i canoni estetici del gioco: basti pensare a Pesto o alla serie di Capri, girata con 5 clip che la rendono, di fatto, un cortometraggio.

Ultras sembra, anzitutto, il completamento (o l’integrazione) di un discorso che nei progetti musicali di Lettieri è stato spesso presente ma sullo sfondo: la cultura (con i suoi codici, anche estetici) del tifo. Non a caso il protagonista del film (Aniello Arena) è un soggetto pensato per un videoclip di Calcutta e mai realizzato. Come spiega a Movieplayer: “Era ambientato nel mondo degli ultras a Latina e raccontava del Mohicano, che aveva il daspo e viveva la storia d’amore con la squadra a distanza”. La scelta di adattare la storia a Napoli e nella tifoseria napoletana – città unica del nostro paese, dove l’amore per la squadra e per la città si sovrappongono in maniera quasi ineluttabile – risponde all’esigenza di rintracciare totalmente quegli elementi di sacralità prima citati, oggi messi a dura prova dalle pay-per-view e dalla cultura dello streaming. Il film, infatti, si apre e si chiude di fronte alla stessa chiesa scarrupata e con i medesimi rituali.

Per toccare la sacralità, tuttavia, Francesco Lettieri (con Peppe Fiore) ha scelto di decostruire.  Anzitutto non c’è nessuna scena di calcio giocato che avrebbe sporcato la narrazione, e visti i tempi si tratta di una mossa più che mai azzeccata. Si nutre, quindi, di espedienti ben costruiti (le bandiere, i colori, gli striscioni, le urla, i cori) per parlare di calcio senza vederlo, assumendo ancor di più i connotati della divinità.

Lo spettatore, quindi, non deve pretendere la ricerca della verità in quanto nel film non c’è un approccio documentaristico. Si tratta di fiction. Il Napoli, come società calcistica, non viene d’altronde mai esplicitamente menzionato. La lingua del film, allora, seppur dialettale pretende di essere internazionale nelle dinamiche che ne scaturiscono. È una storia che vuole essere vera a Napoli come a Bergamo. Come a Barcellona, a Budapest e a Buenos Aires. Si sviluppa tra la trentaquattresima e l’ultima giornata di campionato e può essere vista come la parte finale del romanzo di formazione di Sandro, detto O’ Mohicano per il suo taglio di capelli, di cui è possibile intuirne il passato grazie a O’ Pechegno (Simone Borrelli) e ad Angelo, detto Angioletto per il suo caschetto biondo alla Nino D’Angelo (Ciro Nacca). O’ Mohicano, O’ Pechegno e Angioletto sono, di fatto, la stessa persona.

Il Mohicano ha cinquant’anni ed è il capo degli Apache, un gruppo di tifosi organizzati che vogliono emanciparsi dagli stereotipi legati agli ultras, ma che hanno preso il daspo. Non potendo andare allo stadio, si rinchiudono in un bar del centro ad ascoltare la partita alla radio, oggetto di resistenza e conservatorismo al nuovo che avanza. Il Mohicano, invece, non ascolta neanche la radio: firma in questura con il compagno McIntosh (Gennaro Basile) e si chiude in casa a giocare alla playstation riproducendo la partita come una messa, intuendo l’andamento del match reale dalle urla provenienti dai palazzi. Pechegno ha trent’anni ed è il nuovo: oltre a rappresentare gli Apache allo stadio, incarna una nuova mentalità, più violenta, che non accetta il divieto di recarsi in alcune trasferte e non tollera la decisione dei capi di obbedire. Angelo, che ha perso il fratello in una trasferta a Roma (il richiamo a Ciro Esposito è evidente), non ha ancora 18 anni: è stato preso in custodia dal Mohicano, il padre che non ha mai avuto e per il quale nutre profonda stima, ma il suo gruppo di amici cerca di acquisire credibilità tra i nuovi Apache e agli occhi di Pechegno.

L’elemento di rottura è l’amore per una donna. Il Mohicano si innamora di Terry (Antonia Truppo) e si scopre fragile, incapace di amare, si scopre Sandro. Trascura gli Apache e Angioletto, mentre l’avanzata di Pechegno e il braccio destro Gabbiano (Daniele Vicorito) è imperterrita: vanno a Firenze in trasferta nonostante il divieto, e al ritorno annunciano lo scenario di guerriglia per l’ultima trasferta “Bruciamo la Capitale”.

È in questa trama molto lineare e immediata, volutamente senza colpi di scena, che Lettieri cerca di costruire un film alto. Il tentativo però si stagna in un’alternanza costante di pregi e di difetti. La scelta di raccontare la storia di un tifoso napoletano all’interno della frangia più violenta degli ultras appare troppo semplice. Si può apprezzare, tuttavia, l’assoluta mancanza di manicheismo e di toni paternalistici: non esistono giusti e sbagliati, esistono solo il tempo e la contingenza dei fatti. Il Mohicano dice al suo braccio destro Barabba (Salvatore Pelliccia): “Guardaci, siamo ridicoli”; in una scena successiva si vedrà Barabba, un omone canuto con i baffi e senza denti, farsi medicare, impotente e triste, dalla vecchia madre. Se da una parte il regista è bravo a restituire un’immagine dell’ultras napoletano non legato alla Camorra (uno dei tanti stereotipi), dall’altra parte ricrea una piccola organizzazione la cui ascesa violenta al vertice richiama le faide familiari del Sistema. I dialoghi sensazionalistici alla Gomorra (un nuovo stereotipo sulla napoletanità) vengono bypassati con un linguaggio molto genuino e neorealistico anche divertente, ma i corpi (dai fisici all’abbigliamento, passando per il taglio dei capelli) dei nuovi Apache sono quelli che siamo abituati a vedere nella serie di Jenny e Ciro, come se un’intera generazione di napoletani si fosse omologata fisicamente.

Questa costante ricerca di normalità e dell’ineluttabilità delle proprie scelte, viene valorizzata da tocchi poetici degni di nota: la tenerezza espressa con i piedi e le gambe che si incrociano su un letto dismesso in una stanza minimale, i vecchi Apache che mangiano sugli scogli il pesce appena pescato dal Mohicano sulle note di Caruso, il vecchio che canta Voce ‘e notte di Roberto Murolo, la scelta non scontata di E so cuntent ‘e sta’ di Pino Daniele.

Eppure, i personaggi mancano di introspezione, appaiono fugaci, inarrivabili nei loro pensieri che li attanagliano, restano solo le intuizioni di una vita ossessionata dal calcio. E anche Napoli sembra così perdersi: la perfetta fotografia di Gianluca Palma paradossalmente offre allo spettatore un’immagine che pare chiusa da una bolla di sapone amplificata dal sound elettronico di Liberato. Napoli sembra una cartolina. E al suo interno i personaggi restano fin troppo piatti, intrappolati in uno schema che sul finale accelera improvvisamente privo di empatia.

La contestazione degli ultras napoletani in seguito al film non si è fatta attendere. La scelta non casuale di Firenze e Roma come luoghi di scontri ha risvegliato la memoria di fatti tragici e dolorosi nella vita di curva. Il coronavirus, poi, non ha di certo pulito le scorie tra i tifosi e il presidente De Laurentiis, accusato di aver creato un prodotto commerciale, vendibile e sfruttabile (in questo caso da Lettieri) a discapito dell’amore verso la società. E non ha neanche fermato i tifosi che, nonostante il divieto di spostamento, hanno affisso striscioni e scritto sui muri. Hanno contestato un film che reputano denigratorio verso la loro fede. Ma questo è il rischio che, consapevolmente, ha voluto correre Lettieri: quello di raccontare le emozioni del mondo velato degli ultras, senza rappresentarlo totalmente, toccando solo la frangia più violenta che cerca di stare lontano da ogni tipo di narrazione. Allora, al di là dei pregi e dei difetti, se le proteste si impregneranno sui muri e sugli striscioni e si fermeranno alle parole di disaccordo (anche forti, mai minacciose), avrà vinto Lettieri perché diventeranno parte del film stesso. Saranno un’ulteriore testimonianza che il tifo, quello che non si è riconosciuto nella violenza del film, resiste. Anche oggi che il calcio è fermo, fa muovere corpi: non c’è autocertificazione che tenga. È sacro.

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