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Un anno con il fantasma di Massimiliano Allegri

By 17 Luglio 2020
Massimiliano Allegri

Il 30 giugno Allegri si è definitivamente svincolato dalla Juventus, dopo un anno da “dimissionato” in cui ha continuato a far discutere e a dividere i tifosi bianconeri

Tutte le separazioni lasciano scorie difficili da mangiar giù, a maggior ragione se colpiscono amori passionali e ricchi d’emozioni. Nello sport – e nel calcio in particolare – l’esperienza di vita è scandita dal concetto di lasciarsi. Fa parte dei rapporti vedere arrivare e andare via dal proprio club calciatori, allenatori, membri dello staff, talvolta dirigenti e persino proprietà.

Nel ricordo rimane la consapevolezza dell’esito dell’avventura, sia essa stata proficua e felice o fallimentare e dolorosa, e il giudizio di ciò che è stato non inficia il presente. Il farsi una ragione è fisiologico del guardare al domani senza lasciarsi intimorire.

Ci sono però rarissimi casi dove, anche oltre la fine di un rapporto rimane l’animosità – nei tifosi, in particolare – del voler recriminare sullo stesso. Come una coppia molto litigiosa che continua a rinfacciarsi ogni momento della propria relazione pur non essendo più tale, anche solo il nominare un nome basta a far risorgere il fuoco dell’innamoramento o della delusione.

Alla Juventus sono pochi quelli che riescono a generare tale sentimento: non ci è riuscito Zinedine Zidane, con la sua cessione al Real Madrid. Non c’è riuscito Fabio Capello, con la sua fuga nell’estate del 2006, così come non ci sono riusciti i giocatori che sempre in quell’estate scelsero di abbandonare la nave affondata da Calciopoli. Paradossalmente, non ce l’ha fatta neanche Alessandro Del Piero, il cui commiato fu accolto con una triste consapevolezza che fosse quello il momento giusto per dirsi addio.

Massimiliano Allegri

(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

Paradossalmente, la capacità di scatenare una vera guerra di religione a distanza di (ormai) anni dall’atto finale è stata una personalità che non avrebbe mai fatto presagire, al momento del suo arrivo, una tale diatriba: Massimiliano Allegri.

Non è mai successo che un allenatore dimissionario (o esonerato, a seconda dei punti di vista) si potesse considerare ancora parte attiva della vita di una società di calcio anche dopo che la sentenza fosse diventata “esecutiva”. Questo almeno prima di Allegri, la cui storia con la Juventus formalmente si è conclusa il 25 maggio 2019, ma che simbolicamente può dirsi essere durata fino al 30 giugno 2020, giorno della conclusione formale del suo contratto (sempre che questa data sia sufficiente a lasciarselo alle spalle).

Un tesserato al centro di complotti di insider che ne auspicavano il ritorno, tifosi nostalgici e senza alcun tipo di comprensione della scelta compiuta dalla società, e ovviamente fieri oppositori legati ancora ai ricordi dell’ultima, agrodolce stagione. Allegri è riuscito ad animare indirettamente un dibattito anche dopo la fine della propria esperienza, facendo accapigliare il pubblico non solo sul giudizio dell’eredità che si è lasciato alle spalle, ma incarnando un modello di calcio.

Parametrandosi prima su voci non controllate (Pep Guardiola) e cambi repentini di filosofia societaria (l’arrivo alla Juventus di Maurizio Sarri), il tifoso medio della Juventus si è trovato a vivere una sorta di lunghissima seduta fisioterapica in cui la ricerca forsennata della vittoria in Champions League – ormai oltre l’ossessione – ha portato a rivangare il passato attaccandosi a tutto ciò era considerato allegrocentrico.

Massimiliano Allegri ha vissuto (da capire quanto consapevolmente) tutto questo come entità intangibile ma sempre presente, facendo diventare lunghissimo il suo distacco dal pianeta bianconero.

Massimiliano Allegri

(Photo by Giampiero Sposito/Getty Images)

409 lunghissimi giorni: tanto è passato dal comunicato stampa della Juventus che ne annunciava la rimozione dall’incarico alla fine del contratto e il possibile inizio della terza fase della sua incredibile carriera. Allegri si lascia alle spalle un anno in cui è stato letteralmente nell’ombra del calcio che conta, rispettando quel proposito subito manifestato di distaccarsi per un po’ dal “sistema” per aggiornarsi, riposarsi, e capire cosa far succedere dopo la sua – probabilmente – più importante esperienza professionale.

La scelta di Maurizio Sarri, invisa a parte del popolo bianconero per approccio, modi, storia personale, non ha fatto altro che fungere da propellente per far divampare una guerra intestina che dura ancora oggi, e in cui “Acciuga” è rimasto sornione sullo sfondo, quasi fosse ancora parte del mondo bianconero: una sorta di bilanciamento cosmico cui appellarsi nei tanti momenti di difficoltà di questa strana stagione di “ripartenza”.

Cosa sia stato Massimiliano Allegri per la Juventus e cosa sia stata la Juventus per Massimiliano Allegri è come cercare di semplificare una storia che non può stare in un solo libro: il tutto ha avuto qualcosa di magico che ha saputo trascinarsi oltre il rapporto circoscritto dal campo e dalle conferenze stampa, innalzandosi a battaglia ideologica.

Era quello che voleva Allegri? E soprattutto, era quello che voleva la Juventus?

Massimiliano Allegri

(Photo by Lars Baron/Getty Images)

Solo contro tutti

Si può dire che la “diatriba” fra i pro e i contro Allegri, fra i rivoluzionari e i conservatori, nasca e cresca alimentata da due fattori: i risultati, raggiunti in maniera talvolta percepita come sparagnina e fortunosa, e lo stesso Allegri, che nel tempo sembra prendere una nuova consapevolezza. Se fosse stato un rapper, probabilmente Allegri nei suoi ultimi anni in bianconero – diciamo, dal giorno dopo la finale di Champions League contro il Real Madrid al giugno 2020 – avrebbe incarnato alla perfezione la furiosa voglia di distinguersi del più grande esponente della scena hip hop, 2Pac.

In ogni occasione, con una verve sempre più evidente, forte delle proprie vittorie il livornese rimarca la propria distanza dall’idea di calcio che, guardacaso, sembra essere oggi incarnata dal suo successore alla Juventus.

Come se sentisse che il suo destino si sarebbe compiuto per colpa di una forza eguale e contraria alla sua, gli ultimi due anni di Allegri alla Juventus sono stati un susseguirsi di dichiarazioni che avevano come unico scopo quello di difendere orgogliosamente la propria idea di calcio, incarnata da un mai abbastanza citato principio di Semplicità.

In ogni dichiarazione, lo sforzo di rimarcare una differenza fra ciò che è stato fatto, e ciò che vuole essere in futuro: lui sta in mezzo contro anche i dogmi acquisiti, orgoglioso di essere il rappresentante di quello che viene sintetizzato come il modello “Cortomuso”, per citare una sua espressione pittoresca e archetipica, contraria a quel Pensiero Unico che il Gotha del calcio europeo (cui la Juventus aspira con la rivoluzione avviata dalla scelta di Sarri) sbandiera orgogliosamente.

Massimiliano Allegri

(Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

Vincere come nell’ippica, con quel mezzo centimetro a separare il primo dal secondo classificato, diventa un modo per distinguersi con un’energia che non è solo convinzione. Sembra che Allegri, quasi per esorcizzare la separazione della Juventus, voglia assolvere a un destino in cui possa diventare profeta lui stesso di un modo di vivere il calcio, come lo sono stati Guardiola, Mourinho, paradossalmente anche il meno “presentabile” Sarri, che incarna in tutto e per tutto ciò che il toscano rigetta.

Nel 2013, in un’intervista al Corriere della Sera, dichiara: «Io, gli allenatori che si presentano a bordocampo con la tuta, li multerei: stai rappresentando la società, non puoi metterti la tuta!». Affermazioni che allora suonano pittoresche, e che oggi possono esser rilette in tutt’altro modo, considerando che “in tuta” si presentano allenatori diversissimi fra loro come Sarri e Conte. Dichiarazioni che sembrano quasi l’inizio di un qualcosa che si concretizza lentamente, come la stesura di un Vangelo tutto suo dove l’esperienza del mister è totalizzante ma leggera, come il suo linguaggio, come il suo rapporto con il risultato, con la prestazione, anche con i giocatori.

Intuito e creatività, senso di appartenenza e immagine di sé sembrano diventare più centrali dello studio e della metodologia: l’idea che sembra voler lasciare è che il risultato possa sorgere spontaneamente dal campo, in nome di una superiorità conclamata e impossibile da contrastare e in cui il talento va alimentato dalla libertà di esprimersi.

Un approccio quasi olistico e naturalista al ruolo dell’allenatore, che sembra volersi prendere gioco di quei profili che tanto hanno cominciato a far presa nell’immaginario del tifoso medio, come Klopp, e che con il passare dei mesi influenza anche il modo di esprimere la propria idea: «I migliori giocatori decidono loro cosa fare con la palla tra i piedi, trovare la scelta più giusta. Il calcio è arte e gli artisti sono i grandi campioni a cui non devi insegnare niente. Tattica, schemi, in Italia sono tutte puttanate». Parole che risuonano nella mente di fan e detrattori e alimentano una fedeltà cieca pari solo a quella che riusciva a farsi votare Zdenek Zeman, senza però trovare riscontro alla prova dei fatti.

Massimiliano Allegri

(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

I giocatori che lo esaltano e ringraziano nel momento del commiato sembrano infatti tirare un sospiro di sollievo nel cominciare un percorso dove i dogmi di riferimento siano altri. A incarnare quel senso di liberazione è Paulo Dybala, oggetto di contrasto fra i fedeli all’Allegrismo e i suoi più feroci detrattori, per molti l’unico in grado di distinguersi – a parte Cristiano Ronaldo – nella rosa bianconera, e protagonista di una trattativa nell’estate della grande trasformazione che sembra essere un’estensione della battaglia fra sostenitori della vecchia gestione e della nuova.

Dybala si pone speranzoso al nuovo ciclo bianconero: «L’arrivo di Sarri ha aiutato. Voleva che restassi, il che mi ha dato la forza quando non sapevamo cosa sarebbe successo. Sapevo che avrebbe potuto insegnarmi, aiutarmi a tirar fuori il meglio di me stesso». L’argentino parla dopo aver rivendicato la scelta di rimanere alla Juventus, proprio dopo una stagione in cui il modo di intendere il collettivo di Allegri lo ha trasformato in qualcosa che percepisce lontano da sé (il tuttocampista).

Parla di Sarri come di un maestro, nonostante poi ringrazi Allegri nei giorni della separazione, com’è costume fare attraverso un post su Instagram, per “avergli insegnato tanto”. Sembrano frasi di circostanza, considerando che poi, qualche tempo dopo, in maniera altrettanto puntuale e sintetica descriverà una gestione meno “paterna” e più “aziendalista” (per impiegare un’altra delle caratteristiche che verranno attribuite all’ex Milan): «Quando sono arrivato, Allegri mi ha chiesto di assistere Mandzukic, mentre al Palermo io ero la prima punta a Vazquez si sacrificava. Alla Juventus dovevo sacrificarmi dal punto di vista difensivo e svolgere tre compiti». Scelta che, peraltro, Allegri non rinnegherà mai, nonostante sia il contrario del liberare il talento tanto manifestato.

Le incoerenze però non contano. Allegri sceglie di andare contro tutto ciò che è nazional-popolare, il bel gioco, gli allenatori a capo della rivoluzione, i guru delle filosofie uniche e totalizzanti: tutto in nome di convinzioni che lo portano ad assolvere il ruolo di profeta antitetico al giudizio delle masse. Un percorso che da Cardiff – quando simbolicamente appare uno dei tratti distintivi della parte finale dell’esperienza bianconera, il Barzagli terzino – lo ha visto sempre più al centro di quello che possiamo definire uno scontro ideologico, in cui i suoi risultati arrivano a farlo sentire in grado di mettere in discussione ciò che è ormai parte della storia, dal tiki taka alla rivalutazione del catenaccio.

Sembrano spiegarsi così le sue continue polemiche con Arrigo Sacchi, le frecciate ad Daniele Adani, e quelle interviste al fulmicotone in cui sembra emergere con puntiglio il rimarco di una differenza fra ciò che è stato (lui), e ciò che è (dopo di lui): in quelle parole, sembra esserci non tanto astio per Sarri o per chiunque altro, quanto la voglia di rivendicare la propria unicità.

Una quadratura di un cerchio che lo rende archetipo di un modo di essere: dall’indicare Giovanni Galeone suo maestro (non certo il più vincente fra i tecnici italiani) allo scherzare, anche in maniera piuttosto naturale, sul non aver sfruttato tutto il suo potenziale da calciatore (proprio Galeone dirà di lui in un’intervista a Repubblica del 2011: «Da giocatore ha fatto meno, molto meno di quanto meritasse»).

Massimiliano Allegri

(Photo by Enrico Locci/Getty Images)

Una voglia così palese da portarlo a dire, in un’intervista rilasciata a Mario Sconcerti nel dicembre del 2019, quando ormai si avvia il semestre bianco del suo ultimo anno alla Juventus (da spettatore): «Un uomo che si integra e si completa con un altro fino a fare un reparto. Questo non te lo dice un numero, un tablet o un algoritmo. O lo senti da solo o non capirai mai la partita. Per questo sono convinto che l’allenatore si riconosca solo il giorno della partita».

Quasi come non stessimo parlando di un mestiere totalizzante, ma di un’artista che vive solo di pura ispirazione e non ha altra guida se non il proprio punto di vista.

Allegri ricerca l’essenza della figura dell’allenatore: prova a essere egli stesso filosofo in un modo diverso da quelli che indirettamente critica. Forse è questo desiderio così rimarcato che ha fatto diventare Allegri vittima di se stesso: la voglia di distinguersi a costo di andare contro non solo ciò che è stato, ma anche contro ciò che si affacciava nel domani del gioco.

Sembra quasi di mescolare il tono dello stesso rapper di New York, che in Me against the world canta:

«Dreamin’ of riches, in a position of makin’ a difference

Politicians and hypocrites, they don’t wanna listen

If I’m insane, it’s the fame made a brother change

It wasn’t nothin’ like the game

It’s just me against the world»

Solo contro tutti, contro la politica e gli “ipocriti” che non vogliono ascoltare la voce di chi sa cosa sia “il gioco”.

Un grandissimo talento che si sente in grado di confrontarsi con chiunque, ovunque. Proprio come 2Pac.

Massimiliano Allegri

(Photo by Robert Prezioso/Getty Images)

Un commiato lungo 409 giorni

Eccoci quindi qui, al giorno in cui il contratto arriva a scadenza. Spulciando su Twitter, si possono leggere account che dopo oltre un anno celebrano la fine del rapporto con il tecnico dei cinque scudetti (e 4 Coppe Italia) e nostalgici che ne chiedono a gran voce il ritorno.

Alcuni lo salutano, quasi la sua esperienza in panchina si fosse conclusa nel 2020, non nel 2019, come se non ci sia mai stata una separazione e se quel legame fosse un porto sicuro cui appendersi non appena la Juventus di Sarri mostri qualche incertezza. Il clima è lo stesso della sera del 16 aprile 2019, quando l’Ajax passeggia su una Juventus già Ronaldo-centrica buttando fuori la Vecchia Signora dal vero e unico obiettivo della stagione, la Champions League, e si comincia a dibattere ferocemente sul fatto che la responsabilità sia tutta dell’atteggiamento contenitivo dei bianconeri, con il gesto di CR7 in uscita dal campo a infiammare ancor di più la tifoseria.

Il clima è ancora quello, le parole le stesse. I partiti degli Allegristi e dei Recessionisti (oggi Sarristi, chissà cosa saranno domani) continuano a scontrarsi oggi come allora, con l’unica differenza che Allegri è il passato, o dovrebbe essere così. Neanche Conte, con il suo “tradimento” all’Inter, riesce a scaldare i tifosi della Juventus così tanto.

Allegri è diventato il metro di giudizio per valutare ogni scelta compiuta dalla Juventus dopo di lui, dalla cessione di Cancelo (avvenuta per ragioni di bilancio o sbavature comportamentali, chissà) alla conferma di Dybala, parametrando ogni cosa che succede oggi a ciò che succedeva sotto il suo comando – quasi stessimo parlando di ben altri riferimenti – e facendo dire nel bene e nel mane: “Quando c’era lui”, siano esse le partite con l’Atletico Madrid o le sfide con Bologna o Atalanta.

Nessuno sa se ad “Acciuga” interessasse rimanere impresso nei tifosi di una società cui si è dimostrato sinceramente legato così. Probabilmente se la ride sotto i baffi nel vedere fiumi di parole scorrere sul suo amore incondizionato verso Mandzukic o la passione sobria che lo lega a De Sciglio, giustificando chi lo attacca con quella formula tutta pepe che sembra un manifesto «Certa gente le partite le vede, ma non le guarda».

Ciò che possiamo immaginare è che mentre altre porte si stanno aprendo (si parla di Psg e Borussia Dortmund, ma chissà se sarà veramente così), Allegri ricomincerà il suo percorso in nome del suo credo provocatorio, efficace, talvolta divisivo. Ciò di cui siamo sicuri è che il popolo bianconero non lo vivrà mai in maniera unitaria com’è stato per altri vincenti epocali come Marcello Lippi.

D’altronde, è questo il destino degli artisti.

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