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Un bolivariano in Bundesliga

By 30 Marzo 2020
Schmiedebach

La storia di Manuel Schmiedebach, mediano dell’Union Berlino che devolve metà stipendio per aiutare il Venezuela e non ha mai guidato un’auto in vita sua

Manuel Schmiedebach vive la condizione del cittadino del mondo, senza aver deciso a quale nazionale offrire tutta quell’educazione che risiede nei suoi piedi. L’unica certezza è che il maratoneta dell’Union Berlino, nonostante le 31 primavere, ha ancora voglia di correre e lottare.

La sua stagione, prima dello stop forzato dalla pandemia, era stata martoriata dagli infortuni. Eppure questo mediano che ha fatto una lunga gavetta tra le seconde squadre di Herta Berlino e Hannover, ha dimostrato nel tempo di essere uno dei centrocampisti con il rendimento più costante della Bundesliga.

Schmiedebach è nato a Berlino. Suo padre Helmuth ha una madre irlandese, sua mamma Betty è di origini venezuelane, ma anche colombiane, con tanto di nonna marocchina. In poche parole Manuel potrebbe difendere i colori, a scelta, di cinque nazionali diverse. Joachim Löw, ct della Mannschaft, si era fatto avanti per primo, reclamando, per le vene degli ex campioni del mondo, il sangue cosmopolita del giocatore dell’Union, poi però l’infatuazione si è stemperata.

Schmiedebach

(Photo by Soeren Stache/picture alliance via Getty Images)

Gli altri selezionatori – Mick McCarthy dell’Irlanda, Carlos Queiroz della Colombia, Vahid Halilhodžić del Marocco e José Peseiro del Venezuela – non sono rimasti alla finestra, ma è molto probabile, un po’ a sorpresa, che Manuel decida di indossare la casacca venezuelana, con la quale vorrebbe disputare la Copa América in Argentina e Colombia che è stata spostata all’anno prossimo a causa della pandemia.

Di sicuro per lui parla la tutt’altro che segreta inclinazione politica. Manuel si definisce “bolivariano”, ha sempre avuto parole d’elogio per il defunto “comandante” Hugo Chávez e da cinque stagioni a questa parte devolve metà del suo ingaggio (245 mila euro) all’associazione umanitaria di Caracas “Vivienda por el Venezuela”, che si occupa della raccolta e distribuzione di prodotti alimentari per le famiglie meno abbienti del paese sudamericano.

«Non sono affatto stupito dalla sua bontà d’animo – racconta il tecnico dell’Union Urs Fischer – Manuel è tra quelli che per ultimo lascia il campo d’allenamento e trascorre i suoi momenti liberi a consigliare i ragazzini del nostro vivaio». Però in campo assume le sembianze di un combattente, sia nel frenare gli ardori dei rifinitori avversari, così come negli inserimenti in area di rigore, accompagnati a volte da gol pesanti.

(Photo by Florian Pohl/City-Press via Getty Images)

Anela la maglia di una squadra che difficilmente supererà il primo turno della Copa América. Guadagna bene, ma non ha mai comprato un’auto in vita sua e non ha neppure la patente. «La Germania è una nazione moderna e i servizi pubblici funzionano alla perfezione. C’è un bus che ferma quasi di fronte casa mia e che in pochi minuti mi porta agli allenamenti. Quando fa meno freddo scelgo la bicicletta».

Fa quasi sorridere vederlo arrivare al centro sportivo con il borsone assieme ai ragazzini del vivaio, mentre colleghi più illustri esibiscono nel parcheggio automobili di lusso. «Il bus e la bici servono per gli allenamenti, mentre il treno per andare a trovare la mia famiglia», ci tiene a sottolineare. Manuel infatti vive a Berlino, ma mamma Betty e papà Helmut ad Hannover. «Sono in tutto 260 chilometri di linea ferroviaria. In meno di due ore sono a destinazione». Ovviamente dopo aver acquistato un biglietto di seconda classe a 24 euro.

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